Chi parla da solo è più intelligente, lo dicono gli esperti

Capita a tutti di parlare ogni tanto da soli, ma non è indice di squilibrio. Questa azione ha invece diversi vantaggi per i nostri processi cognitivi e la nostra relazione col mondo. E ci rende anche più brillanti. Ecco perchè

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Marina Mannino

Giornalista esperta di Lifestyle

Laureata in Lettere, è stata la caporedattrice di una famosa rivista per ragazze e ha lavorato nella produzione musicale. Scrive per diverse testate e per DiLei si occupa di test sulla personalità, della rubrica #segretidelcuore e scrive articoli per la sezione DiLei GirlZ.

Esisterà qualcuno al mondo che non abbia mai parlato da solo almeno una volta nella vita? Molto probabilmente no, perché tutti abbiamo cominciato a farlo fin da piccolissimi. Lo psicologo Lev Vygotsky, quasi un secolo fa, fu il primo a osservare che il dialogo interiore si sviluppa insieme al linguaggio, verso i 2 o 3 anni, quando i bambini iniziano a parlottare da soli mentre giocano. Ripetono quello che hanno sentito dai grandi ma elaborano anche discorsi autonomi e fantasiosi circa la propria attività. Poi, gradualmente, smettono di farlo ad alta voce, fino a… ricominciare da adulti! Questo significa che c’è una valenza importante nel parlare con sé stessi. Non significa essere fuori di testa, tutt’altro: il cosiddetto soliloquio coinvolge una parte del nostro comportamento in maniera benefica e significativa.

Pensieri ad alta voce

Quando parliamo da sole mandiamo continuamente dei messaggi a noi stesse con l’intenzione di aiutarci, accudirci, motivarci. È come se il nostro cervello parlasse a voce alta dei propri pensieri. “Devo chiedere un chiarimento!”, ci diciamo se abbiamo subito un torto sul lavoro. “Perché non la smetto di fare tutto io?”, ci rimproveriamo quando ci sentiamo stanche. “Ma che mi prende?” ci chiediamo quando ci sentiamo super-tristi con le lacrime in bilico sulle ciglia.

Il cervello parla quando pensa

Eppure il bisogno di parlare è spontaneo quando formuliamo dei pensieri, come hanno evidenziato gli scienziati che studiano il fenomeno: è stato rilevato che, nel cervello, quando pensiamo si “accendono” le aree connesse al movimento dei muscoli che servono per parlare: restiamo in silenzio perché altre zone del cervello bloccano il movimento. Insomma, quello che facciamo ogni tanto il cervello lo fa spessissimo, alimentando il nostro “discorso interiore”.

Monologo privato ma non troppo

È proprio questo discorso che affiora quando ci sorprendiamo a parlare a voce alta: un monologo privatissimo che consta di parole ma anche solo di pensieri astratti senza le caratteristiche primarie del linguaggio, che ci consente anche di andare avanti e indietro nel tempo. In ogni caso, il discorso con noi stessi ci aiuta a chiarire le idee, a valutare ciò che ci accade, a commentare un evento, ma anche scaricare il nervosismo e la tensione. Proprio quando siamo più stressate è più facile che ci scappino ad alta voce frammenti dei nostri ragionamenti.

I vantaggi del self-talk

Organizza le idee

Gli psicologi assicurano che parlare con noi stesse è un sistema per organizzare al meglio le idee. Accade perchè il solo pensiero, ad alcune persone e in certi momenti, non basta: occorre uno stimolo sensoriale come “supporto” concreto, come la propria voce. È anche questo il motivo per cui a chi studia è consigliata la ripetizione ad alta voce di ciò che si è appreso.

Ci dà la motivazione

Il dialogo interiore, anche quando si fa palese, può darci la motivazione quando ci occorre che sia più potente e sicura. È per questo motivo, ad esempio, che gli psicologi sportivi suggeriscono agli atleti di mormorano qualcosa nel momento di maggiore concentrazione prima di una gara: “Posso farcela”, “Non ho paura”, “Sono il più forte”. È un incoraggiamento prezioso per la propria autostima e per la forza interiore, che accompagna sempre la forza fisica. E forse lo facciamo anche noi prima di un esame, un colloquio, una relazione di lavoro.

Potenzia intelligenza e memoria

Secondo la scienza, più precisamente secondo gli psicologi Gary Lupyan (Università del Wisconsin) e Daniel Swingley (Università della Pennsylvania), le persone che parlano da sole sono più intelligenti rispetto alla media. L’esperimento che ha confermato questa tesi ha chiesto ai partecipanti di comprare diversi articoli al supermercato. La lista della spesa è stata detta una sola volta senza possibilità di prendere appunti. Chi ha ripetuto le cose da ricordare ad alta voce mentre cercava tra gli scaffali ha raggiunto un miglior risultato di chi era in silenzio. Questo metodo, infatti, fa sì che sia più facile elaborare i dati immagazzinati nel cervello dirigendo così il nostro processo cognitivo.

Aumenta la consapevolezza

Il dialogo (o il monologo) con noi stessi ha anche la funzione di aiutarci ad essere consapevoli di chi siamo come persone grazie all’analisi verbale delle nostre emozioni, delle motivazioni, del modo in cui ci relazioniamo con gli altri. Insomma, è una specie di Grillo Parlante interiore che ci indica il modo migliore di comportarci, ma lo fa con la nostra voce – quando ci capita di parlare ad alto “volume”. Il neurologo americano Ethan Kross ha ipotizzato che questo “brusio” interiore sia all’origine di pratiche antichissime come la preghiera e a meditazione.

È un efficace auto-aiuto

Il self talk si può configurare anche come un sistema di auto-aiuto. Infatti il discorso interiore, espresso a parole, ci aiuta a padroneggiare efficacemente una situazione in cui il carico emotivo può farci perdere lucidità, come il colloquio con i prof dei figli o un incontro con il capo per proporgli di aumentarci lo stipendio. Bisbigliare qualcosa a sé stessi può aiutare ad affrontare con equilibrio le prove emotivamente difficili.

Facilita il problem-solving

Parlare da sole può aiutarci a elaborare le nostre emozioni e a mettere ordine nei nostri pensieri, che spesso sono pasticciati e aggrovigliati. Parlando tra sé si possono trovare soluzioni e risposte ai problemi che stiamo vivendo, ma anche a ridimensionarli se li abbiamo sopravvalutati.

Consigli utili se siete self-talker

La persona verbale migliore

C’è un trucchetto che amplifica la potenzialità del discorso interiore. Invece di dirci, ad esempio, “Ci posso riuscire”, proviamo ad usare la seconda persona singolare (tu) o la terza (lei/essa): “Ci puoi riuscire” o anche “Martina ci può riuscire”. Se usiamo la prima persona singolare (io) rischiamo di incrementare l’ansia, perché questa forma ci fa immedesimare totalmente nella situazione che stiamo vivendo togliendoci lucidità e obiettività, quando invece ci occorre la distanza emotiva da essa, favorita della seconda e terza persona.

Parlarsi con indulgenza

Quando parliamo da sole cerchiamo di controllare il tono della nostra “auto-conversazione”: ad esempio, se abbiamo sbagliato qualcosa è inutile darci addosso da sole (“ho fatto un altro errore, sono proprio stupida!”) perché nuoce alla nostra autostima e non diminuisce il senso di frustrazione, anzi! Un giudizio negativo che ci diamo da sole è utile se ci serve per migliorare, ma dannoso se diventa un’accusa autolesionista e mortificante.

Cosa fare se diventa eccessivo

Se il soliloquio diventa troppo, senza limiti, e anche non cosciente, potrebbe essere il sintomo di problemi psicologici come depressione, allontanamento dalla realtà, isolamento, rifiuto di interazione sociale. In questi casi è opportuno rivolgersi a uno specialista.