I figli non sono cerotti per guarire le ferite di coppia

La responsabilità di una rottura e della fine di una storia deve essere nostra e non di un bambino messo al mondo col compito di salvare la relazione

Fare un figlio per salvare la famiglia, il matrimonio e la coppia: non si tratta della trama grottesca di un film psicologico, ma di una realtà che ci riguarda da vicino perché sono tante, anzi tantissime, le persone che per risolvere i problemi che hanno lacerato la relazione con il tempo scelgono di affidarsi a un bambino.

Una strategia vera e propria, questa, messa in atto spesso in maniera inconsapevole con il desiderio di rafforzare l’unione, di rinnovare una relazione che rischia di terminare. Perché è facile pensare che la presenza di un bambino sarà il legame comune che terrà insieme due persone per tutta la vita, la stessa che farà funzionare le cose quando tutto sarà diverso, quando la quotidianità cambierà definitivamente.

E invece, neanche a dirlo, il pensiero che un figlio sia destinato a evitare la rottura è sbagliato. Perché i figli non sono il rimedio del nostro mal d’amore, non sono i cerotti destinati a guarire una ferita che, probabilmente, non si cicatrizzerà mai.

Fare un figlio per salvare la coppia

Fare un figlio per salvare la coppia o peggio per tenere il partner legato a sé per sempre: è questo il pensiero comune destinato a trasformarsi in un disastro su tutti i fronti.

È facile pensare che la nascita di un figlio, che è inevitabilmente destinata a cambiare la quotidianità dei genitori, possa risanare le ferite, ricucire quegli strappi che col tempo sono diventati sempre più evidenti. Ma basta un po’ di razionalità per capire che un bambino non può e non deve risolvere i problemi di coppia, non può cancellare le incomprensioni, i malesseri o ancora peggio porre rimedio alla fine di un sentimento.

Eppure sono tante le persone che lo credono fortemente. Lo fanno perché la società ci ha imposto un modello di famiglia felice, quella che spesso si rincorre quasi più per dovere che per volontà. Ed è facile in questa idealizzazione smarrire il senso di responsabilità che dobbiamo assumerci in caso di fallimento o di rottura e che non possiamo proprio far ricadere sui bambini.

Perché l’amore è anche libertà e non è sentendosi vincolati all’altro per tutta la vita da un bambino che risolveremo ogni problema. Anzi, li amplificheremo, perché non possiamo essere più egoisti, perché saremmo indotti a pensare che per il bene dei figli dovremmo continuare a tenere unita quella famiglia senza pensare che invece, forse, quella famiglia non ha più ragione di essere considerata tale.

Senza considerare il fatto che al mondo ci sarà un bambino che, senza volerlo, ha assolto il compito di cerotto. Ha dovuto prendersi una responsabilità che non voleva, e che non gli apparteneva, quella di tenere insieme mamma e papà, anche se questi probabilmente non dovevano stare più insieme.

Assumersi le responsabilità delle proprie relazioni

Perché questa scelta viene presa, spesso inconsciamente, è facile intuirlo. Le crisi, quelle che mettono a dura prova il lieto fine tanto agognato, ci mettono davanti alle insicurezze sul futuro e alla paura di perdere la persona con la quale abbiamo condiviso tanto, forse tutto. A questo si aggiungono la paura di affrontare un fallimento e di ricominciare. Ecco che allora si passa alla necessità di pensare a delle soluzioni per salvare il rapporto. Un esigenza che, se appartiene a entrambi i partner, è indiscutibile e anche lodevole, ma che ha bisogno di una presa di responsabilità da parte di entrambi.

Ed è questo il punto principale di tutto, quello di assumersi le responsabilità delle proprie azioni, dei sentimenti e delle relazioni che viviamo. Una responsabilità che facciamo nostra con l’impegno, con l’ascolto, con il dialogo e la reciprocità, e che non può essere affidata a un figlio.

Il compito di un bambino non è quello di trasformarsi in un cerotto per sanare la ferita, anche perché è evidente che se questa non viene prima saturata tornerà a sanguinare, e farà male. Non solo per i genitori, ma anche per quel figlio che dovrà portare il peso di non essere riuscito ad assolvere il compito che gli era stato affidato.