Violenza nella coppia: come riconoscere i campanelli d’allarme e cosa fare

Non importa di che tipo di violenza si tratti: ecco cosa fare quando ci si sente esposte o minacciate a una qualsiasi forma di violenza nella coppia.

Antonella Lobraico Editor specializzata in Salute & Benessere Specializzata nella comunicazione online, ha collaborato con testate giornalistiche, uffici stampa, redazioni tv, case editrici e agenzie web in progetti su Salute&Benessere.

I giorni passano, i decenni anche, ma la violenza persiste. Nonostante tutto. Spesso a subirla è la donna e (dato ancora più preoccupante) a compierla è quasi sempre una persona a lei molto vicina come un marito, un partner, un fidanzato. Insomma, qualcuno che dovrebbe prendersene cura e che invece le procura solo dolore.

La violenza nella coppia può assumere diverse forme. Se da una parte c’è quella che ferisce il corpo, dall’altra ce n’è una altrettanto insidiosa e dolorosa che squarcia la psiche. Infatti, nel caso della violenza psicologica, le percosse sono verbali, possono essere continue e logorare nel tempo chi le subisce.

Chiedere subito aiuto alle persone davvero care o contattare un centro antiviolenza, è il primo passo da compiere non appena ci si rende conto che si sta subendo una forma di violenza.

Quali sono le conseguenze della violenza nella coppia, come è possibile riconoscerla e soprattutto, cosa fare? Ne abbiamo parlato con la Dottoressa Donatella Scardi, Avvocato di diritto di famiglia, Presidente del Centro Antiviolenza Telefono Rosa Piacenza – Associazione “La Città delle Donne – O.d.V”.

Quest’ultimo si occupa di ascoltare, accogliere e dare sostegno alle donne esposte ad ogni forma di maltrattamento. All’interno dell’Associazione c’è anche uno sportello legale con figure professionali specializzate in vari settori, dedicato alle donne che hanno bisogno di un’assistenza legale ma non hanno un avvocato.

In cosa consiste la violenza nella coppia

«La violenza nella coppia intesa come violenza domestica è emersa negli anni Novanta, quando nei centri antiviolenza sono iniziate ad arrivare sempre più segnalazioni da parte delle donne riguardo questa forma di violenza. La violenza ad opera del proprio partner può essere fisica (è più facile da provare dal punto di vista probatorio in un’aula di tribunale in quanto ci sono dei referti del pronto soccorso), ma anche psicologica. Quest’ultima è la più devastante all’interno di una coppia, non solo perché si può consumare quotidianamente, ma anche perché comporta una serie di problematiche a livello psicologico. È infatti più difficile da riconoscere e in più, si tende a giustificare la persona con la quale si vive», spiega la dottoressa.

Differenza tra conflittualità e violenza

«La conflittualità all’interno di una coppia ci può essere: magari ci sono due pensieri differenti, ma alla fine si arriva ad un punto in cui tutto si risolve con il dialogo e in modo pacifico. Quello che non deve accadere è la prevaricazione, la non accettazione del pensiero diverso, perché è qui che la conflittualità può trasformarsi in violenza.

La violenza presenta mille sfaccettature: ad esempio si può arrivare a isolare la donna dalla famiglia di origine, o anche ad avere il controllo su di essa, soprattutto se non ha una sua indipendenza economica», precisa l’esperta.

In un certo senso, la conflittualità è quando c’è ancora rispetto per l’altro. E anche se i punti di vista sono diversi tra loro, il tutto si conclude con una soluzione condivisa. Non in una forma di violenza.

Violenza psicologica: quando le parole lasciano i lividi

«La violenza psicologica è più difficile e sottile da riconoscere. Ad esempio, dire alla donna frasi come “non vali niente” minando di continuo la sua autostima, significa fare violenza psicologica. Ed è per questo che è più insidiosa e devastante. Chi la subisce, può finire anche per crederci giustificando i comportamenti dell’altro: per questo non è facile riconoscerla. Altri comportamenti che rimandano a questa forma di violenza sono:

  • isolamento della donna;
  • controllo su di essa;
  • annullamento della persona (ad esempio facendo a pezzi i suoi ricordi affettivi)».

In questi casi non c’è una violenza fisica che procura dolore, ma parole e atteggiamenti che creano ferite a livello psicologico.

Conseguenze

«Le possibili conseguenze delle violenze fisiche e psicologiche differiscono da caso a caso. In realtà non ci dovrebbero essere conseguenze, perché in modo lucido le donne dovrebbero cercare di riconoscere la violenza, non giustificarla e non pensare mai che “sia un attimo, un momento, che non lo farà più” perché così non è.

Non c’è una giustificazione alla violenza, prima la si riconosce prima si è in grado di affrontare un percorso di uscita da essa evitando anche conseguenze importanti. L’unica prevenzione che abbiamo è agire sulla formazione ed educazione dei giovani. Teniamo conto che situazioni in cui un bambino assiste a una violenza domestica (e che ha come modello educativo un padre che usa violenza sulla mamma) o in cui una bambina vede la mamma subire violenza, potrebbero influenzare negativamente lo sviluppo delle loro personalità. Quindi, mai pensare di non separarsi per il bene dei figli, anzi andrebbe fatto proprio per loro», continua la dottoressa.

Come capire se sei una vittima

«Rendersene conto è il primo atto da compiere. È poi importante non restare isolate e chiedere subito un sostegno perché chi subisce una violenza non è indifesa o fragile. Chiunque si trovasse in una situazione come questa sarebbe vulnerabile. Chi subisce violenza non deve considerarsi debole. Possiamo invece dire che chi la subisce in genere è confuso, chi invece la mette in atto è lucido. Ci tengo poi a sottolineare che la donna non si deve vergognare in alcun modo, ma è chi ha commesso violenza che dovrebbe farlo».

Chi subisce violenza può sperimentare anche altre sensazioni come:

  • provare vergogna;
  • sentirsi in colpa;
  • avere la sensazione di non avere vie d’uscita.

Le conseguenze possono poi ripercuotersi sull’autostima e ferire nel profondo.

Cosa fare e a chi rivolgersi

«Il consiglio è di non subire, ma di parlarne con un’amica, un conoscente o rivolgersi ad un centro antiviolenza. Qui la donna ha modo di parlare con altre donne che la ascoltano (e alcune volte potrebbe essere anche più facile aprirsi a persone esterne che sono anche più lucide). Ogni caso viene poi studiato nei minimi dettagli, viene proposta una strada alla donna, ma la decisione finale sul da farsi spetta a lei.

Inoltre, è bene non concedere una seconda occasione perché la persona non cambia nel tempo», conclude l’esperta.

Come aiutare una persona vittima di violenza

Ci sono diversi elementi che possono aiutare a capire se una donna, magari una nostra amica, sta subendo violenza. Ad esempio si può notare:

  • chiusura e isolamento verso l’esterno;
  • paura, ansia;
  • presenza di attacchi di panico,
  • tendenza a colpevolizzarsi;
  • non credere in sé stessa;
  • ferite, contusioni, lividi.

A questo punto, il passo successivo è parlarne con lei avendo premura di metterla a proprio agio, ascoltarla, rassicurarla. Inoltre, è bene dirle che la violenza non ha giustificazioni, che non si sistemerà tutto nell’attesa che qualcosa migliori, ma è meglio agire per uscirne il prima possibile. Per esserle ulteriormente di aiuto le si può lasciare il numero di telefono di un centro antiviolenza, dove potrà trovare supporto e ricevere informazioni.

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