Abbiamo imparato che la moda funziona un po’ come quell’ex che si è defilato nel silenzio, senza un motivo apparente, lasciandoci sole con noi stesse, mille interrogativi e la netta sensazione di essere state sedotte e abbandonate, per poi tornare quando meno ce lo aspettiamo. Ebbene, esattamente come accade con lui, vi sono tendenze che non vorremmo mai veder riaffiorare dagli archivi couture. È il caso dei famigerati pinocchietti, capo del cuore fino ai nove/dieci anni d’età, finito dritto dritto nella sezione “out” una volta presa coscienza di come valorizzasse la figura di ben poche elette. O forse di nessuna.
Proprio loro, con un colpo di scena degno dei migliori thriller di Alfred Hitchcock, sono risorti dalle ceneri con un nome nuovo di zecca: adesso si fanno chiamare Capri pants, hanno acquisito un’aura sofisticata a dir poco irresistibile e, quantomeno a detta delle più preparate trendsetter sulla piazza, rappresentano attualmente la quintessenza della raffinatezza. Varrà davvero la pena dare loro una chance oppure anche questi, come quei personaggi che conosciamo fin troppo bene, sono destinati a fare la stessa — triste — fine in eterno? Lasciamo che siano le passerelle a toglierci ogni dubbio.
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Sì, è tutto vero, i pinocchietti sono di nuovo tra noi (e sono meglio di come li ricordiamo)
Anche se poco dopo gli anni Duemila le cose sono drasticamente cambiate, la storia dei pantaloni Capri — così si chiamano — affonda le radici negli anni Cinquanta e ce li dipinge come sinonimo di assoluta eleganza, con la complicità di figure iconiche del tempo quali Audrey Hepburn, Brigitte Bardot e Jackie Kennedy.
Frutto dell’estro della celebre stilista tedesca Sonja de Lennart, all’epoca questo capo dall’aria disinvoltamente raffinata aveva insita in sé una nota ribelle e sovversiva, che tradisce un forte desiderio di libertà: con la sua caratteristica lunghezza a metà polpaccio ed il taglio aderente e sempre essenziale, questo incarnava un’idea di femminilità sì sofisticata ma pratica, perfetta, dunque, per l’uso quotidiano. Non è affatto un caso se il suo nome rimanda proprio all’amatissima isola del Golfo di Napoli, meta estiva prediletta dalla famiglia dell’inventrice, universalmente simbolo di uno stile di vita lento, rilassato e tremendamente chic.
In un momento in cui la moda è dominata da capi oversize e volumi e lunghezze estreme, tra pantaloni harem e bermuda, i cosiddetti Capri pants stanno riuscendo ad insinuarsi tra le più calde tendenze probabilmente grazie alla loro notevole capacità di far riscoprire l’amore per le linee pulite. Senza contare che qualsiasi fashion addicted che si rispetti ha un debole per tutto ciò che ha a che fare con la nostalgia, lo sappiamo bene, il che spiega già quasi ogni cosa.
Ecco quindi dopo una pausa lunga più di vent’anni, facendo leva sui nostri sentimenti più reconditi, dall’alto della loro aura minimalista, i pinocchietti riuscire nell’ardua impresa di riconquistare passerelle e street style.
L’attitudine, però, è tutta nuova: nelle collezioni dedicate alla primavera/estate 2026 li abbiamo visti proposti in una chiave più sartoriale ed elegante del solito, dalle linee ancor più pulite e i tessuti più diversi. Il risultato? Un indumento versatile, in grado di adattarsi a contesti e personalità opposti.
Sul ritorno dei Capri Pants per l’estate 2026: i modelli di tendenza secondo le passerelle
I Capri pants 2.0 più fedeli in assoluto a quelli delle origini hanno sfilato in pedana da Carolina Herrera, neri proprio come il resto del look, abbinati a giacca cropped e top a fascia costellato di canottiglie sbrilluccicanti. Perché abbiano fatto cadere in tentazione molte di noi appare chiarissimo solo guardandoli: è merito della loro vita altissima, che regala grande slancio alla figura.
Decisamente più grintosi, ruvidi, in pieno stile “safari nel deserto ultra glamour”, erano quelli di Isabel Marant: anche la celebre Casa di Moda parigina li ha pensati in total look, questa volta bianco, in jeans ricamato e sfrangiato e in combo a camicia con tasconi.
Quelli di Alberta Ferretti, invece, si aggiravano tra il pantalone Capri ed il bermuda, color pesca, indossati sotto ad un top a gilet en pendant e con le infradito ai piedi. Aveva scelto una tonalità nettamente più vivida, a paragone, Versace, che ha proposto il pinocchietto con lo spacco in verde menta all’interno di un ensemble coloratissimo, nel segno del color block.
Una reinterpretazione di carattere ci è poi stata gentilmente offerta da Proenza Schouler, attraverso una mise nera da cima a fondo in cui i grandi protagonisti sono stati impreziositi con strati di leggere rouches.
Dal canto suo, Ralph Lauren ha riletto i Capri pants in chiave deliziosamente francese, con tanto di basco e Jazz flats. Ovviamente ancora total white, ma con tocco di nero a contrasto. Fiori, fiocchi, pizzo e merletti erano, al contrario, i quattro elementi centrali della rielaborazione firmata Sandy Liang, romantica ma giocosa.
Appena più lungo del ciclista, il pinocchietto di Magda Butrym era asciuttissimo e color fango, accostato a Glove Shoes, giacca e copricapo a dir poco scultorei, dai toni altrettanto freddi. E cupi.
È stato nella visione di Issey Miyake che i pantaloni Capri hanno assunto, però, forme davvero inedite: volumi alterati, orli asimmetrici e sfumature della terra ci hanno riportano a quello stesso sentimento di libertà non costrittiva che li aveva generati, oltrepassando i preconcetti tradizionali ma ribaltandone, al contempo, i codici classici. Ecco dunque da un lato incarnata la femminilità raffinatissima tipica del panorama moda anni Cinquanta, colorata di nuances grunge che riflettono decisamente di più i toni accesi e irriverenti dei primi anni Duemila.
E adesso dicci: quale moderna versione del pantalone “alla pescatora” preferisci? Gli darai l’ennesima possibilità oppure, tra voi, è finita per sempre?