Toni Capuozzo: «Non racconto la guerra, racconto la vita»

"Sono contrario a quelli che raccontano l'inviato di guerra come un missionario, che va a cercare la verità. La realtà è che quello che tu puoi raccontare è solo un piccolo dettaglio che non salva nessuno"

Irene Vella Giornalista televisiva Scrive da sempre, raccogli emozioni e le trasforma in storie. Ha collaborato con ogni tipo di giornale. Ha fatto l'inviata per tutte le reti nazionali. È la giornalista che sussurra alle pasticcerie e alla primavera.

Quando ho intervistato Toni Capuozzo non sapevo quanto sarebbe durata la nostra chiacchierata, ma più andavo avanti con le domande, più mi accorgevo che ogni risposta conteneva storie, aneddoti, spaccati di vita e di guerra, che non sarei riuscita a contenere in una sola intervista, che ci sarebbero volute due puntate. Sono entrata nel suo mondo, ho guardato la vita attraverso i suoi occhi, ha cambiato la visione che avevo di alcuni conflitti, e ha detto delle frasi che andrebbero riportate nei libri di storia, e nei manuali del giornalismo, la ricerca della verità e soprattutto dell’obiettività, i suoi principi.

Un professionista come lui che dice «Penso che nessuno mi abbia mai visto in televisione, se non per caso, con giubbetto antiproiettile ed elmetto, perché ogni volta che dovevo fare un live li toglievo, li appoggiavo di lato, perché non volevo dar l’idea che la notizia fosse “ecco Capuozzo in prima linea”, no la notizia era quella che stavo per raccontare, la notizia non potevo essere io», ti fa capire la grandezza di quest’uomo. Ma è stato questo suo modo di raccontare la vita e la morte a fare la differenza, il rispetto per tutte le persone cadute in guerra, di qualunque etnia fossero, che appartenessero ai vinti o ai vincitori, ha insegnato, e lo fa ancora, la differenza tra chi cerca la verità perché lo deve a se stesso, e chi si ferma dove gli altri gli chiedono di farlo, perché alla fine come dice lui:  «Molta gente ha continuato a veder tutto il bene da una parte e tutto il male da un’altra, sono posti in cui nessuno è innocente, la guerra è una brutta merda da cui nessuno esce pulito, altrimenti racconti solo una parte. E quella parte non potrà essere tutta la storia. E se d una storia manca una parte, quello che ne scaturisce non sarà mai la verità». In esclusiva la seconda parte della sua intervista. (La prima parte dell’intervista a Capuozzo la potete leggere qui).

Si dice che ai corrispondenti di guerra, una volta finita l’emergenza, la paura, manchi raccontare quel tipo di storie, sempre in bilico tra l’adrenalina e la voglia di far vedere quello che realmente accade, è così?
Questo è stato il motivo per cui ho sempre cercato di raccontare altre storie, quello di disintossicarmi, non avrei mai voluto essere uno di quelli che se non aveva una guerra da raccontare andava in down, per alcuni diventa una droga, io ho sempre usato il metadone della cronaca normale. Ho seguito anche l’attentato alla stazione di Bologna, terremoti, perché quando devi raccontare l’Afghanistan, o la Siria lo devi raccontare a quelle persone che magari vivono in un prefabbricato, che hanno un problema di criminalità organizzata, non devi perdere il contatto con le persone alle quali vuoi narrare una storia, devi continuare a parlare la loro lingua, a tradurre nella loro lingua, se vuoi provare a spiegargli cosa accade in posti lontani. Faccio un esempio, quest’anno le richieste di beneficienza che mi arrivano da Paesi lontani, le trovo particolarmente stonate, direi fuori fuoco, forse sono campagne organizzate da tempo, ma chiedere aiuto a un Paese che è attanagliato dai timori e dai problemi del Covid, le trovo disallineate da quello che è lo stato reale delle cose. Sono certo che il richiamo alla bontà, semel in anno, funzionerà meno, perché in questo 2020 siamo i primi ad avere un sacco di problemi, forse chi organizza queste raccolte doveva formularle in maniera diversa, immedesimarsi in chi li avrebbe ascoltate. Perché io se dovessi dare degli aiuti da normale cittadino, li darei a chi sta perdendo il lavoro, a chi ha la famiglia da mantenere, e questo non è un problema di razzismo, è un problema di attinenza alla realtà, devo rapportarmi alla situazione in Italia, dove c’è gente che non ha nemmeno i soldi per comprarsi una mascherina, ci sono quelli che si permettono il lusso di non indossarla per sfizio, per moda, e poi ci sono quelli che proprio non hanno i soldi per comprarsela. Stai parlando a italiani, non a un pubblico che è sempre uguale a se stesso, per coinvolgere le persone devi parlare la loro lingua, metterti nei loro panni, provare le loro emozioni, allora stai certo che ti ascolteranno.

Che cosa spinge un giornalista a diventare inviato di guerra?
Per me è stato un caso, le prima cose che ho scritto l’ho fatto da un Paese che era attraversato da una rivoluzione, il Nicaragua, poi si è aggiunta la guerra civile in Salvador. La redazione di un tg, di un giornale, viene avvisata di un conflitto, viene fatta una riunione, insieme si fanno dei nomi, si deve decidere chi mandare a seguirla, la scelta cade su chi ha dimostrato di cavarsela, e magari cade proprio su di te, quindi diventi inviato anche se non vuoi. Spesso i direttori hanno cercato di mettermi anche su storie italiane e io ho sempre accettato volentieri, perché non volevo diventare uno specialista di guerre, le storie italiane mi sono servite come camera iperbarica, non sono un appassionato di armi, ma so riconoscere a quanti metri di distanza può arrivare a sparare un cecchino, ho le informazioni tecniche per organizzare un’azione per portare a casa un servizio, ma se avessi potuto sarei andato in guerra con camicia rosa e pantaloni corti. Penso che nessuno mi abbia mai visto in televisione, se non per caso, con giubbetto antiproiettile ed elmetto, perché ogni volta che dovevo fare un live li toglievo, stavano di lato, perché non volevo dar l’idea che la notizia fosse “ecco Capuozzo in prima linea”, no la notizia era quella che stavo per raccontare e persino il tono della voce è sempre stato normale, non ho mai voluto “forzare”. Forse solo una volta mi sono ritrovato a urlare via telefono, il giorno della strage al mercato a Sarajevo, non c’era acqua, ero in una camera d’albergo, avevo le scarpe piene di sangue, le stavo facendo sgocciolare, quasi settanta morti, in collegamento con il tg4, sbroccai. Sì quella è stata l’unica volta.

E direi che forse ne avevi tutto il diritto.
Quella è stata davvero una scena apocalittica, me la ricordo perfettamente, ma anche in situazioni di difficoltà, non così estreme, ho sempre cercato di non creare tensioni inutili, mantenere un tono normale, perché le cose devono venire fuori dall’azione, non dai giubbotti antiproiettile. Non mi è mai piaciuto farmi definire inviato di guerra, dopodiché non posso nascondere che ho seguito moltissimi conflitti e in qualche modo è diventato un richiamo, perché dal punto di vista del giornalista il conflitto è come per un medico intervenire in un’operazione a cuore aperto, è una sfida, è una miniera di cose da raccontare, perché la guerra mette a nudo le persone, la loro forza e le loro debolezze. È una cascata di adrenalina perché alla fine della giornata sei salvo, sei alla guida di una troupe, hai riportato a casa illesi i tuoi, è una specie di benedizione quotidiana, sono fortemente contrario a quelli che raccontano l’inviato di guerra come un missionario, che va a cercare la verità. La realtà è che che quello che tu puoi raccontare della guerra è solo un piccolo dettaglio che non salva nessuno, penso di non aver mai salvato nessuno con un servizio, mai accorciato le sofferenze, quello che ho fatto è mettere il microfono sotto il naso di chi voleva parlare e dare l’idea che ci fosse qualcuno che lo stava ascoltando, ho fatto da assistente sociale, inconsapevolmente. Pensavo che raccontare le store dei vinti avrebbe aiutato a cambiare le cose a trent’anni, dopodiché mi sono reso conto che non era così. Se mi fosse successo qualcosa sarei morto facendo quello che mi piaceva fare, lo dico con tutto il rispetto per quelli che sono morti, io il più delle volte ho rischiato la vita per andare a fare la pipì in dei campi che non sapevo fossero minati, se fossi morto cosa avrebbero detto?

Hai mai avuto paura di non tornare a casa?
Sempre, è cambiato quando ho avuto dei figli, perché sono stato un egoista animato dalla sua passione per il lavoro, me ne accorgo adesso che sono nonno e ho un’attenzione per la tenera età molto più forte di quando ero più giovane, perché allora ero trascinato da un senso del dovere, ma anche dall’egoismo. Ho rischiato diverse volte, almeno tre volte mi hanno sparato sulla macchina, mentre eravamo per strada, una volta sono stato sequestrato per mezz’ora, ma io non sapevo che sarebbe durata mezz’ora, mi trovavo in Iraq, sono state circostanze fortunate, mi sono salvato. Ho avuto sempre paura, è cambiata nell’arco degli anni, avere sempre un operatore al fianco, quello mi ha aiutato, perché ero responsabile della vita degli altri, dovevo essere lucido, fare le scelte migliori, se tu vai in prima linea dove si sta sparando e hai girato 4 minuti buoni, bisogna andare via, non ha senso rimanere, se tu non hai le idee chiare sul servizio da fare, ti trascini, perdi tempo ovviamente aumenti i rischi che possono diventare fatali in qualunque momento della giornata, mentre torni a casa, per strada. Era una regola non scritta, quando avevamo abbastanza materiale, andavamo via. Negli Stati Uniti vanno di moda le bang bang stories, che tu dici guarda il giornalista come è andato vicino a rimetterci le penne, una specie di sfida personale un po’ tarocca, perché i colpi in partenza sono devastanti, mentre i colpi fatali sono un soffio che arrivano dall’altra parte e tu non te ne accorgi, ma sono quelli che ti uccidono. La paura è un sintomo, le peggiori malattie sono quelle asintomatiche.

Saresti felice se i tuoi nipoti seguissero le tue orme?
Secondo me quel tipo di giornalismo non esiste più, quindi, anche volendo, non potrebbero farlo.

Parliamo di attualità, il 2020 è stato segnato dal Covi19, il 2021 sarà l’anno del vaccino?
Me lo auguro, come se lo augurano tutti, mi sorprende però che ci sia un grosso dibattito sui vaccini, se hanno delle controindicazioni e lì vedi quanto siamo autoreferenziali, perché certo che voglio sapere in trasparenza come sono stati testati, come sono fatti e quali conseguenze possono avere, però il fulcro della questione dovrebbe essere sul fatto che non ci siano i brevetti di esclusività, che possano essere fabbricati anche in Africa, anche negli angoli poveri del mondo, anche se lì l’emergenza Covid è meno forte. Ma su questo non c’è nessun dibattito nessuno che dica “ma se io impresa sudanese volessi produrre dei vaccini devo pagare delle royalties? A chi?”.  Su questo nessuno dice niente, nemmeno le ONG vogliono occuparsi di questa cosa, è come se facessero campagne pensate tre anni fa, ma questo è davvero un tema importante, fare in modo che non ci siano ostacoli alla copiatura del vaccino, il Sudafrica ha i mezzi e potrà pagarsi le royalties, ma buona parte dei paesi africani no. Persino il Viagra possono farlo in Somalia, se vogliono, a maggior ragione dovrebbe poter essere possibile per un vaccino contro una pandemia mondiale.

C’è qualche storia che ti dispiace non aver raccontato?
Mi sarebbe piaciuto vedere da vicino la caduta del muro di Berlino, che io ho vissuto dall’Italia, poterla descrivere in presa diretta. Ogni conflitto si porta delle cose che tu avresti voluto narrare, non ho rimpianti, se non il fatto di non essere riuscito a raccontare le cose come avrei voluto e con l’efficacia che mi auguravo, sui bombardamenti di Belgrado, morirono 17 operatori televisivi con il bombardamento Nato, non ci fu una grande eco, fu raccontata in sordina. Come se il male fatto da noi fosse scusabile, sono uno che ha la religione dei fatti, a Sarajevo è logico che stavo dalla parte degli assediati, dei musulmani, salvo poi scoprire che anche i musulmani, pur più deboli, avevano anche la loro fettina di crimini. Poi fu la volta dei Serbi, che avevano la loro bella fetta di crimini di guerra e subirono il bombardamento nato, ho visto con i miei occhi i Croati fare delle cose pazzesche durante l’operazione Oluja, vecchi uccisi per strada senza che facesse notizia, ma siccome erano cattolici il Vaticano gli voleva bene, furono in qualche modo protetti, i Serbi erano brutti e cattivi e andavano puniti. Molta gente ha continuato a veder tutto il bene da una parte e tutto il male da un’altra, sono posti in cui nessuno è innocente, la guerra è una brutta “merda” da cui nessuno esce pulito, altrimenti racconti solo una parte. E quella parte non potrà essere tutta la storia. E se ad una storia manca una parte, quello che ne scaturisce non sarà mai la verità.

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Toni Capuozzo: «Non racconto la guerra, racconto la vita»