Annalisa Minetti: “Quando resto sola, spesso piango”

Cantante, atleta, artista: a 49 anni si sente più bella che mai. Tra musica, maternità e rinascita, Annalisa si racconta senza maschere

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Irene Vella

Giornalista, Storyteller, Writer e Speaker

Scrive da sempre, raccogli emozioni e le trasforma in storie. Ha collaborato con ogni tipo di giornale. Ha fatto l'inviata per tutte le reti nazionali. È la giornalista che sussurra alle pasticcerie e alla primavera.

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Ci sono donne che passano la vita a dimostrare di essere forti, donne che trasformano ogni ostacolo in una sfida, ogni caduta in una ripartenza, ogni limite in una possibilità. E poi ci sono donne che, dopo aver dimostrato tutto, trovano finalmente il coraggio di mostrarsi semplicemente umane.
Annalisa Minetti è una di loro.
Cantante, atleta, madre, artista capace di attraversare mondi diversi senza mai smettere di reinventarsi, oggi si racconta con una consapevolezza nuova. Quella di chi non ha più bisogno di apparire invincibile. A pochi mesi dal traguardo dei cinquant’anni, guarda alla vita con gratitudine, ai sogni con entusiasmo e alle ferite con una sincerità disarmante.
Dalla bambina timida che non riusciva a dare un nome alla propria difficoltà visiva alla donna che oggi porta la sua musica oltre i confini italiani, fino alle riflessioni sugli amori tossici, sulla maternità e sulla forza di ricominciare, Annalisa Minetti ci apre le porte del suo mondo. Un mondo fatto di successi, certo. Ma soprattutto di fragilità, coraggio e verità.

Annalisa, hai da poco compiuto 49 anni. C’è chi sostiene che dopo i 40 inizi una seconda giovinezza. Tu come ti senti oggi: più libera, più consapevole o semplicemente più te stessa?
Ho compiuto 49 anni, ormai quasi 50, ma posso dire di sentirmi più bella che mai. Mi sento più consapevole, perché l’esperienza della vita ti porta a conoscere meglio tante cose, ma soprattutto te stessa.
Oggi riconosco con più lucidità i limiti che ho sempre avuto, quelli che sono riuscita a superare e quelli che ancora dovrò affrontare. Mi sento in equilibrio con me stessa, capace di attraversare nuove difficoltà perché ho acquisito competenze, forza e strumenti interiori.
Ma soprattutto mi sento capace di godermi finalmente me stessa, in ogni ambito della mia vita.

Quando pensi alla bambina che eri, qual è il primo ricordo che ti torna alla mente?
Quando penso alla bambina che ero, rivedo una bambina goffa, imbarazzata, timida. Mi vergognavo di qualsiasi cosa. Oggi, però, guardando quella bambina con gli occhi dell’adulta che sono diventata, capisco che quell’imbarazzo e quella goffaggine avevano un’origine precisa: vedevo già molto meno degli altri, ma non ero ancora consapevole della mia patologia e della mia difficoltà visiva.
Non la interpretavo come una difficoltà legata alla vista, ma come un mio limite personale, comportamentale. Per questo ho sofferto molto da piccola. Avevo tante responsabilità, anche verso i miei fratellini più piccoli, e la mia difficoltà visiva si amplificava enormemente.
Non sapendo darle un nome, la trasformavo in distrazione, in sbadataggine, in imbarazzo. Vivevo tante brutte figure che avrei voluto evitare e che non riuscivo a spiegare in nessun altro modo.
Oggi guardo quella bambina con tenerezza. Vorrei dirle che mi dispiace. Mi dispiace non averle potuto dire prima che un giorno avrebbe perso la vista, ma soprattutto che non era stupida, non era sbadata: era semplicemente ipovedente.

Annalisa Minetti
Ufficio Stampa
Annalisa Minetti

Se oggi potessi sederti accanto all’Annalisa di vent’anni fa, quale sarebbe il consiglio più importante che le daresti?
Alla ragazza che ero vent’anni fa direi che ha fatto bene a fare ciò che ha fatto. Ha fatto bene a combattere, a battersi per se stessa, a credere di non avere limiti. Non posso rimproverarle nulla.
Forse le direi soltanto di avere più pazienza in amore. Di non avere tutta quella fretta. Di guardare meglio, di aspettare di più. Probabilmente avrei fatto scelte più accurate e, forse, avrei evitato un divorzio.
Ma poi penso che tutto ciò che ho vissuto mi ha portato anche dei doni immensi: Fabio prima, Elena poi. E allora, in qualche modo, riesco a giustificare tutto il dolore attraversato, perché in cambio ho ricevuto due beni preziosissimi.

Nella tua vita hai conquistato traguardi straordinari: la vittoria a Sanremo, lo sport ad altissimi livelli, una carriera artistica internazionale. Eppure, qual è la conquista di cui vai più orgogliosa e che forse il pubblico conosce meno?
La conquista più grande è sicuramente essere diventata mamma. Non è qualcosa che il mio pubblico non sappia, anzi: lo sa, ne è consapevole. Ma forse non tutti conoscono fino in fondo il peso e il significato di questa conquista.
Sono riuscita a diventare madre nonostante tutto, nonostante molti si aspettassero che rinunciassi a questo bene prezioso, come se una donna non vedente non potesse ambire a tanto.
Io ho dimostrato che si può fare. Come me, tante altre persone con disabilità hanno vissuto e vivono la maternità con equilibrio, consapevolezza e anche leggerezza.
Sono felice di questo ruolo che ho vestito, che vesto e che continuerò a vestire. Tutto il resto, la musica, lo sport, i riconoscimenti, mi ha resa orgogliosa. Ma le conquiste, per me, diventano presto ricordi. Io sono già pronta per nuove conquiste.

Stai vivendo una nuova avventura musicale che guarda al Sud America. C’è ancora qualcosa che riesce a emozionarti come la prima volta o, dopo tanti anni di carriera, si rischia di abituarsi alle emozioni?
Questa nuova avventura musicale, che mi affaccia nuovamente al Sud America, mi emoziona tantissimo.
Provo ancora grandi emozioni ogni volta che sono davanti a un microfono. Mi emoziona l’idea di poter cantare dal vivo, nei miei concerti, ma anche quella di costruire qualcosa che sta per arrivare in nuovi Paesi, portando la mia tradizione e fondendola con quella degli altri.
Quando culture diverse si incontrano nella musica, accade qualcosa di meraviglioso. Mi emoziona cantare, mi emoziona unire la mia voce ad altre voci.
Farlo attraverso un amico come JPeralta rende tutto ancora più bello, perché diventa più autentico. Quando la musica si fa messaggio e quel messaggio è sostenuto dall’autenticità, allora diventa una delle emozioni più grandi.

Nel tuo nuovo brano affronti temi come il ricatto emotivo e la rinascita personale. Quanto è stato difficile comprendere che certi comportamenti, spesso scambiati per amore, in realtà amore non sono?
Questo brano me lo sento addosso, perché ho vissuto amori tossici. Ho avuto bisogno di elaborare il lutto di quegli amori e di rinascere.
Sono dolori che conosco molto bene. Dolori che mi hanno segnata e che forse, in parte, ancora oggi condizionano il mio modo di amare.
Ci sono ricordi, gesti, esperienze che da una parte mi hanno fatta maturare, ma dall’altra continuano a influenzarmi. Mi rendono a volte insicura, spaventata.
So quanto sia duro uscirne. È veramente difficile. E forse non se ne esce mai del tutto. Ma si può imparare a riconoscere ciò che non è amore, anche quando per molto tempo lo abbiamo chiamato così.»

Molte donne che ascolteranno la tua storia potrebbero riconoscersi in relazioni che le fanno sentire sbagliate, inadeguate o incapaci. Qual è la prima cosa che dovrebbero ricordare quando iniziano a dubitare di sé stesse?
Alle donne che vivono un amore che non è amore, anche se ancora non lo sanno, direi una cosa prima di tutto: non isolatevi.
Gli amori tossici ti isolano. Ti allontanano dagli amici, dalle amiche, dai parenti, da tutte quelle persone che sono sempre state un riferimento. Lo fanno per avere campo libero, per poter agire indisturbati.
Non bisogna mai mettere in dubbio un’amica solo perché lo chiede il compagno. Non bisogna mettere in dubbio un amico, un’amica, la propria famiglia, solo perché qualcuno pretende di separarti da loro.
Quelle persone sono occhi esterni, sono presenze che possono vedere ciò che tu, innamorata, non riesci più a vedere. Possono accorgersi per te di ciò che non va e avvisarti in tempo.
Non perdere i tuoi riferimenti più cari. Perché spesso sono proprio loro a salvarti quando tu non riesci più a salvarti da sola.

Nella tua vita sei stata tante cose: cantante, atleta, mamma, moglie, simbolo di forza. Ma chi è davvero Annalisa Minetti quando si spengono le luci e resta sola con sé stessa?
Quando resta sola, Annalisa spesso piange. E lo fa perché è giusto che lo faccia.
Spesso si ritrova senza tutte quelle forze che gli altri vogliono esaltare, quelle che la trasformano nella donna dei record, nella donna dei Guinness dei primati.
Ma Annalisa è semplicemente una donna. Forse, a volte, ancora una ragazza. Spesso spaventata. Una donna che si chiede perché, dopo tanto tempo, non abbia ancora conquistato tutto ciò che desidera. Ho ancora tanti sogni da realizzare. Mi chiedo perché debba fare sempre tanta fatica, perché le cose per me siano sempre così difficili, perché tutto sembri sempre in salita.
Me lo chiedo perché, in realtà, è proprio così. Non mi arriva mai niente per caso, niente mi arriva facilmente. Tutto ciò che ho conquistato mi rende felice, ma quasi mai è stato semplice.
Mi è costato fatica, impegno, volontà. Però continuo ad allenarmi: mi alleno affinché la vita resti stimolante, affinché io non perda mai la voglia di affacciarmi a nuove sfide.

Alla fine dell’intervista resta l’immagine di una donna che non ha mai smesso di lottare, ma che oggi non sente più il bisogno di nascondere le proprie fragilità dietro le medaglie, i record o i successi.
Perché la vera forza, forse, non è arrivare sempre primi.
È continuare a credere nei propri sogni anche quando la strada è in salita. È concedersi il diritto di piangere senza sentirsi meno forti. È accettare che alcune ferite restino parte di noi senza permettere loro di definirci.
A 49 anni, Annalisa Minetti guarda avanti con lo stesso entusiasmo di chi ha ancora molto da conquistare. E forse è proprio questo il segreto della sua rinascita: non smettere mai di affacciarsi alla vita con curiosità, nonostante tutto.
Perché ci sono persone che inseguono i propri sogni. E poi ci sono persone come Annalisa, che continuano a farlo anche quando la vita chiede loro il doppio del coraggio.