Toni Capuozzo, l’inviato con la guerra dei Balcani in punta di cuore

Dovevamo raccontare una guerra europea che ci insegnava che nessuno di noi è immune dal pericolo di un conflitto. Nei Balcani non esistevano i buoni per sempre o i cattivi per sempre: esisteva solo la guerra

Irene Vella Giornalista televisiva

Avete dei miti personali nella vostra vita? Personaggi o persone che hanno ispirato il vostro lavoro o indicato il percorso che avreste voluto intraprendere? I miei punti di riferimento sono stati Giovanna Botteri e Toni Capuozzo. Magari alcuni di voi penseranno come sia possibile che due inviati di guerra abbiano illuminato il percorso di una giornalista che si occupa di attualità, cronaca o storie vere. È la loro integrità, umanità, la voglia di far vedere attraverso i loro occhi quella che era la realtà ad avermi influenzato. Perché chi ha il privilegio di entrare nelle vite altrui deve farlo sempre con il massimo rispetto e indossando le scarpe di chi si mette a nudo.

Sapete chi è davvero quest’uomo e cosa ha fatto durante la guerra dei Balcani? Nel 1992 entra all’interno di un ospedale pediatrico che era stato bombardato qualche giorno prima, è difficile per lui e l’operatore rimanere insensibili a tanto dolore. All’improvviso un’infermiera lo prende per un braccio e lo trascina al piano di sotto, dove si trovano i casi peggiori, ed è così che Toni si ritrova di fronte un batuffolo di pochi mesi cui una bomba, dopo avergli ucciso la madre gli ha strappato anche una gamba.

Il bambino si chiama Kemal, e a causa della guerra non potrà ricevere le cure necessarie, nessuna protesi, destinato (forse) a sopravvivere. Il giornalista e l’operatore rientrano a Trieste, ma un pezzo di cuore rimane lì, in quella stanzetta piccola e buia. Gli occhi di quel piccolino hanno scavato nell’anima e nel cuore di quest’uomo buono, e allora succede l’imprevedibile: i due rientrano a Sarajevo e tornano in ospedale, ma il bambino è stato rimandato a casa. Viene dato loro l’indirizzo, quando arrivano il padre di Kemal è in lacrime, disperato, non ha la macchina per portare il figlio ai controlli, la casa si trova a 400 metri dalla prima linea della guerra, davanti alla porta di casa c’è un muretto di mattoni per difendersi dai cecchini.  È questione di attimi e di sguardi, il padre implora il loro aiuto, consegnandogli tutto quello che ha di più caro al mondo, il suo bambino. Ed è così che Toni, insieme ad Anna Cataldi di Panorama, nascondono il bambino dentro a un giubbotto antiproiettile e lo trasportano clandestinamente da Sarajevo a Trieste rischiando la loro stessa vita a ogni posto di blocco serbo, con l’aiuto di una giornalista del New York Times che li precede e li avvisa con un telefono satellitare. Kemal diventa per cinque anni il terzo figlio della famiglia Capuozzo, prima che il tribunale dei minori lo riaffidi al padre naturale, a guerra conclusa.

Ecco questo è Toni, l’uomo che un giorno del 1992 durante una guerra telefonò a sua moglie per chiederle il permesso di portare a casa Kemal, sapendo che prima poi lo avrebbe “legalmente” perso. In esclusiva per le lettrici di DiLei questa è la prima parte della sua intervista.

Ti senti più napoletano o triestino caratterialmente?
Nessuno dei due, ed entrambi. In realtà credo di avere un imprinting forte dal Friuli dove ho vissuto, che non era la terra né di mio padre né di mia madre, ma sono nato e cresciuto in Francia, l’adolescenza e l’infanzia le ho vissute lì, dove ho frequentato le scuole. Sono un mix di tutte queste culture, con caratteristiche appartenenti ai luoghi dove ho vissuto.

Hai iniziato con la carta stampata, Lotta Continua, per proseguire con i settimanali e i mensili, fino a quando nel 1982 ottieni un’intervista esclusiva al grande scrittore Jorge Luis Borges. Cosa ti ricordi di quell’incontro?Mi ricordo tutto perché è stato un unicum, ho un carattere semplice, sono un buon raccoglitore di confidenza di persone qualunque, mi è successo molte volte che le persone si aprissero. Non sono mai stato un grande intervistatore, tanto meno di persone potenti, perché non è mai stata la mia specialità. Quindi per me quell’intervista è rimasta un fenomeno eccezionale, anche perché è stata figlia di una ricerca caparbia: ho iniziato a telefonare a tutti i Borges dell’elenco telefonico di Buenos Aires, che sono centinaia. Ogni giorno facevo delle telefonate, fino a quando non sono incappato in lui, era rubricato con il nome della madre, Acevedo Borges. Sono stato bravo a presentarmi come giornalista di un piccolo giornale ininfluente, lui persona molto gentile rifuggiva ogni intervista, perché veniva da una famiglia che aveva combattuto per l’indipendenza argentina ma era anche un debitore della cultura anglosassone. Era un po’ come un figlio di due genitori che stanno divorziando: devi stare attento a non chiedere se sta con la mamma o con il papà.

E cosa ti rispose?
Mi disse: “venga domattina” e mi diede l’indirizzo. Io non ero un lettore di Borges, quindi corsi in libreria, comprando la sua opera completa, e passai la notte a scartabellare e telefonai anche in Italia a un mio amico, dicendo di non avere idea sulle domande da fare. Il giorno dopo feci quell’intervista anche un po’ a disagio, avevo un registratore molto modesto, ancora oggi si sente, ma il volume è molto basso, con il sospetto che lui intuisse tutto quello che pensavo, sai a volte i ciechi vedono meglio dentro le persone. Quindi alla fine dell’intervista gli dissi che dovevo confessargli una cosa, anzi tre: la prima, che non avevo mai letto niente scritto da lui, prima di quella notte, e lui si mise a ridere; la seconda, che non era vero che ero di Venezia. Infine la terza, che le domande non erano tutte mie, che avevo telefonato a un amico affinché me le suggerisse. Lui mi diede una risposta molto bella: «Le domande sono come i figli, conta chi li mette al mondo ma poi vivono di vita propria».

Dalla carta stampata alla tv, prima come collaboratore di Mixer poi come inviato per i tg: com’è avvenuto questo passo?
Fare il giornalista non era il mio sogno, e non lo era nemmeno la tv. In pratica ho scoperto che quel lavoro era il modo per pagare la mia passione, che era viaggiare e scrivere. Ho iniziato lavorando per la tv svedese in Centro America, ma era un modo per guadagnarmi i soldi: a quel tempo volevo seguire come andavano le cose in Salvador, per me era un’opportunità, ma non lo feci con l’occhio di chi vuole imparare a fare televisione, perché il mio ruolo, a parte portare un pesante treppiede di legno, era quello di interprete, visto che parlavo lo spagnolo come fosse una lingua madre. Non stavo attento alle dinamiche tecniche, è stata un’opportunità in un momento in cui stavo facendo un lavoro che non mi piaceva, ero quasi disoccupato e mi hanno offerto questa possibilità. Anche con Mixer facevo un lavoro come autore, raccoglievo le storie, le descrivevo, le proponevo, costruivo il tema del servizio, poi lo passavo alla redazione.

Qual è stata la chiave di volta per imparare a raccontare una storia dalle immagini?
Credo che mi abbia aiutato molto lavorare con Epoca. Ero inviato per un giornale in cui le fotografie erano quasi più importanti del testo, lì ho imparato a guardare una storia anche da quel punto di vista, ed è diventato il mio modo di guardare la realtà, quello di considerare non solo le parole che avrei potuto scrivere, ma anche le immagini che le avrebbero accompagnate. Credo che la parte della scrittura sia rimasta una parte importante anche quando realizzavo i servizi per la tv, spesso mi succedeva per i servizi di pensare qualcosa che avrei scritto vedendo un’immagine, oppure mi succedeva di pensare che avrei voluto scrivere qualcosa e quindi chiedevo all’operatore di girarmi dei fotogrammi che potessero accompagnare o contraddire il testo. Ho sempre lavorato molto vicino all’operatore, e questa credo sia stata una delle mie carte vincenti, la cooperazione con la squadra: non esisteva l’io, c’era solo il noi.

Con la guerra nei Balcani sei diventato l’inviato di guerra per antonomasia, cosa ti ricordi di quel periodo?       Tantissimo, a cominciare da un ragazzino che portai fuori da Sarajevo e che adesso ha 27 anni, Kemal, con cui mi sento ancora, e che purtroppo ha avuto anche dei problemi di salute (un tumore, ed è stato operato qua grazie all’aiuto di Capuozzo, ndr.). Adesso non può venire in Italia per il Covid, avrebbe dovuto fare degli esami, dei controlli, diciamo che i Balcani mi sono entrati in famiglia. Ieri, per esempio, grazie a Facebook mi sono accorto che la sua nipotina compiva gli anni e ho aggiunto i miei auguri. Il padre, che è lo zio di Kemal, mi ha subito chiamato per sentire come stavo. La guerra nei Balcani è stata un’esperienza molto forte, perché ho visto i conflitti in tutte le parti del mondo, ma non mi sarei mai aspettato di raccontare qualcosa del genere in Europa. Era una cosa sconvolgente, la guerra sotto casa. La distanza chilometrica fa da mascherina di plexiglas: se tu racconti una tragedia di un popolo lontano il problema da giornalista è far capire come queste possano succedere, che le vittime non sono dei selvaggi, ma persone che hanno i nostri stessi diritti alla vita. Quella è la grossa difficoltà.

Kemal e Toni Capuozzo

E poi arriva la guerra sotto casa
Esatto, improvvisamente c’era una guerra in Europa, quelle che a scuola ti avevano insegnato che non si sarebbero mai ripetute, quelle con i campi di concentramento, con le fosse comuni, con i rastrellamenti, con le esecuzioni pubbliche, una cosa che fa crollare l’idea dell’Europa come bastione sicuro di civiltà, di pace, di riparo della follia. Era come se la macchina del tempo si fosse rotta, e il tempo la fa da padrone anche a pochi passi da te. E in Italia, complice anche la difficoltà dei nomi, era difficile capire chi erano i buoni, chi erano i cattivi, sono stati visti come dei selvaggi, con il coltello alla gola, che sparano sui bambini, c’è stata una gigantesca rimozione della realtà, ed era a solo un’ora di volo da qui. Un po’ come quello che accade oggi per la questione dei profughi: ci diciamo le bugie sui profughi, che scappano dalle guerre, che vale per i siriani, gli yemeniti, ma non per tutti. Per molti la fuga rappresenta la ricerca di una vita migliore, che è un sacrosanto diritto, non scappano dalla guerra, ma dirlo è diventato un luogo comune, da parte di persone che non conoscono nemmeno la geografia dell’Africa. Mentre allora avevamo una guerra a pochi km da casa, ma l’accoglienza non era di moda, stavano in caserme fredde, eppure erano profughi che ambivano a tornare a casa, tant’è che non sono molti quelli che sono rimasti in Italia, c’è stata una specie di esorcizzazione, li vedevano tutti come brutti, sporchi e cattivi, come se non fosse Europa. Dovevamo raccontare una guerra europea che ci insegnava che nessuno di noi è così immune da quel pericolo, nessuno di noi è così civilizzato per sempre, questo è difficile. Oggi il giornalismo è molto ingenuo, e molto ideologizzato, si guarda sempre al politically correct. I Balcani sono stati una prova dura, perché non esistevano i buoni per sempre o i cattivi per sempre. Sono stato a Belgrado durante i bombardamenti e i Serbi che erano stati gli aggressori di Sarajevo, improvvisamente diventano le vittime della Nato, cioè noi, i buoni. Ho visto i bombardamenti, ero lì quando hanno ucciso operatori della tv, hanno bombardato l’ambasciata cinese, tutte cose oggi dimenticate, anche allora in Italia non ci furono marce per la pace. Ecco forse questo è un mio grande rammarico, quello di non essere riuscito a far capire quella guerra, perché mi sembra che, nonostante tutti i discorsi fatti, non sia stata compresa, non riuscimmo a spiegarla, pur essendo una pagina in cui il giornalismo italiano diede una buona prova di sé, perché nel raccontare l’assedio di Sarajevo, nel raccontare i bombardamenti sulla Bosnia, sulla Serbia, fu migliore il giornalismo, che non il Paese.

Leggete qui la seconda parte dell’intervista a Toni Capuozzo.

Toni Capuozzo (foto Getty)

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