Adesso ripartiamo, dalle famiglie e dalle donne: intervista alla Ministra Elena Bonetti

A pochi giorni dall'approvazione, la Ministra per le Pari Opportunità e la Famiglia Elena Bonetti, ci racconta il Family Act, tornando a parlare anche dell'apertura delle scuole e dei centri estivi.

Ripartire dalle donne e dalla loro capacità – dimostrata fortemente in questo difficile periodo – di rimboccarsi le maniche e di essere resilienti. Ma allo stesso tempo, conferire alle famiglie un nuovo valore educativo e progettuale. Sono questi gli obiettivi del Family Act, un disegno di legge delega che l’11 giugno ha ottenuto il via libera del Consiglio dei Ministri.

Un testo semplice, composto da otto articoli guidati dal principio di universalità, che ha tra i suoi ingredienti primari un assegno mensile universale per tutti i figli, ma anche sconti per gli asili sotto forma di detrazioni e nuovi permessi retribuiti o congedi parentali.

A raccontarci nel dettaglio il Family Act e non solo, è proprio la donna che l’ha portato avanti e che ha permesso si concretizzasse: Elena Bonetti, Ministra per le Pari Opportunità e per la Famiglia del Governo Conte.

Gli Stati Generali si avviano alla conclusione, prevista per il 21 giugno: che risposta ha generato lì il Family Act?
Gli Stati Generali sono un’occasione utile di confronto e ascolto non solo sulla proposta del Governo, ma su una visione di progettualità del Paese, grazie a proposte concrete che apriranno sicuramente direzioni importanti. Con grande soddisfazione ho rilevato come gli elementi che compongono il Family Act siano gli stessi individuati all’interno della strategia europea e in generale siano stati ben accolti durante le interlocuzioni che abbiamo avuto con tutte le parti, da quelle sociali a quelle imprenditoriali. Come Governo ci siamo presentati agli Stati Generali con una proposta concreta e già approvata: il Family Act ha dato una chiarezza di direzione alle politiche familiari, è stato assunto come primo pilastro della riforma fiscale e più in generale come impostazione delle politiche di carattere sociale ed economico.

Il Family Act si sviluppa in particolare su cinque direttrici, di cui una è l’assegno universale. Le altre sono il sostegno all’educazione, l’incentivo al lavoro femminile, i congedi parentali e le politiche rivolte alle giovani coppie.
Da oggi le famiglie sono realmente considerate soggetto capace di contribuire alla dimensione sociale, economica, politica e relazionale del nostro Paese. Con questo decreto, il nucleo familiare viene riconosciuto per la sua soggettività e non semplicemente come somma di individui. Il Family Act pone ogni famiglia nella condizione di attivare percorsi di valore e la costruzione di una rete allagata di comunità, attraverso gli elementi di connessione che Aldo Moro individuava come fondativi della nostra Costituzione. Con questa visione abbiamo agito su queste cinque direttrici, che vanno lette nella loro interrelazione: solo in un’ottica integrata potremo avere un esito davvero positivo. Ciò vale anche nella dimensione dei costi, perché ci sono misure per le quali occorre spendere, ma altre che in prospettiva andranno a produrre risorse e valore.

Partiamo dal sostegno all’educazione.
Il tema educativo è fondamentale: le famiglie oggi sono chiamate a svolgere un compito che va riconosciuto come un atto socialmente utile. Costruiscono infatti percorsi di educazione e aiutano a formare la cittadinanza degli italiani di oggi e di domani. Questa spesa va quindi riconosciuta e compensata tramite strumenti di fiscalità o erogazione diretta di denaro. Accanto a quest’azione vanno messi in gioco però anche nuovi servizi educativi, in particolare relativi alla prima infanzia, poiché si aprirebbero altrimenti disuguaglianze sociali difficilmente colmabili.

Parliamo ora dei congedi parentali.
Una riforma dei congedi è indispensabile perché solo attraverso una corresponsabilità tra le madri e i padri potremo avere una reale parità in famiglia e nella società. L’esperienza educativa vissuta dai papà è un valore e una ricchezza dell’esperienza familiare. Il congedo non va perciò ritenuto un diritto individuale del lavoratore, ma un vero e proprio atto di responsabilità sociale. Ecco perché abbiamo voluto introdurre per la prima volta dei congedi per i colloqui scolastici: andarci non è solo un diritto per il genitore, è una responsabilità cui il mondo del lavoro contribuirà, sempre nell’ottica di un’educazione che è compito di tutti.

Poi c’è il tema – fortemente prioritario anche per l’Unione Europea – degli incentivi al lavoro femminile.
Lo considero determinante. In questo momento se ne parla molto in Europa e purtroppo l’Italia è il fanalino di coda in quanto a presenza di donne nel mondo del lavoro.

Come mai secondo lei?
Negli anni abbiamo portato avanti un modello nel quale abbiamo posto in antitesi la scelta familiare rispetto a quella lavorativa. Si è creato il teorema che per essere una brava mamma bisognava non essere una lavoratrice e per essere una brava lavoratrice non bisognava essere “distratti” da altro, famiglia compresa. Io credo invece che l’esperienza lavorativa aiuti una donna ad avere una dimensione familiare più compiuta e viceversa. Solo in una totale armonizzazione di queste due dimensioni si può promuovere il lavoro femminile, un equilibrio necessario per accompagnare le donne nella libertà delle proprie scelte personali.

Anche sul tema della natalità e delle giovani coppie, l’Italia è molto indietro rispetto all’Europa: 1,29 figli contro una media di 1,59.
C’è un pessimismo di fondo da parte delle nuove generazioni più alto che nel resto d’Europa, probabilmente perché i giovani si sentono meno accompagnati al futuro. Per iniziare un cammino tutto da inventare bisogna sentirsi capaci del coraggio della speranza. E questo coraggio nasce anche dalla consapevolezza di non essere soli e di vivere in un Paese che può aiutarti con strumenti adeguati affinché tu possa vivere il tuo percorso con un atteggiamento attivo e positivo.

Veniamo ora all’assegno universale, prima misura di questo Family Act: come funziona?
Si tratta di un assegno universale mensile, con un’unica erogazione per ciascun figlio, maggiorato dal terzo figlio in poi e senza limiti d’età per i figli disabili. L’erogazione sarà chiara e semplice: le famiglie sapranno la cifra che mensilmente potranno ricevere. Questo assegno punta innanzi tutto a dare stabilità alle politiche familiari, riconoscendo il valore contributivo della famiglia in un’esperienza di crescita, educazione e genitorialità. L’erogazione mese dopo mese permette di attivare una progettualità negli investimenti di carattere economico e nelle scelte di vita a sostegno ai figli. Tengo a dire infine che si tratta di un provvedimento universale, perché riconosce tutti i figli come un valore. Questo carattere, che ho voluto introdurre, lo ritengo fondamentale e distintivo per una proposta ampia e strutturale di politiche familiari e non semplicemente di assistenza sociale o contrasto alla povertà.

In che tempi arriverà questo assegno?
Dato che in Parlamento c’era già un proposta di legge che riguardava appunto un assegno, ci siamo innestati su questo iter già avviato per approvare il prima possibile questa fetta del Family Act, proprio perché riconosciamo che in questo momento c’è bisogno di una risposta concreta alle famiglie. Quell’assegno è stato uniformato rispetto alla proposta dell’assegno del Family Act, il Parlamento ha appena votato i primi emendamenti. Conto che entro l’estate si possa arrivare all’approvazione della Legge Delega e nel frattempo tutto il Family Act verrà portato avanti. Per l’assegno abbiamo già istituito un fondo attivo a partire da gennaio 2021, sono fiduciosa che da quella data si potrà partire.

Tutte le misure contenute nel Family Act fanno ovviamente i conti con una situazione ancora fortemente emergenziale. In che modo lei punta a far sì che questo diventi invece la norma, il sistema?
Il Family Act è esattamente la risposta a questa giusta sollecitazione che lei sta facendo: è il primo atto forte di riforma strutturale del Governo dopo il lockdown. Non si tratta quindi solo di una gestione emergenziale, ma di una scelta strutturale. Abbiamo deciso di investire nelle comunità, nelle famiglie, nella natalità, nella genitorialità, nel lavoro femminile e nei giovani: lo facciamo con la decisione definitiva di una progettualità in questa direzione. Non è la risposta ad un emergenza, anzi ci siamo resi conto che le nostre politiche familiari non avevano gli strumenti adatti per reggere a questa crisi: con il Family Act vogliamo dotare il Paese di quegli strumenti che gli permetteranno di essere resiliente e di rispondere in modo attivo alle potenziali nuove crisi che potremo dover affrontare, e più in generale in una prospettiva di crescita e di ripartenza.

Lei più volte in passato ha parlato delle famiglie arcobaleno e dei loro diritti: il Family Act comprende anche questa categoria?
Quando parlo di universalità vuol dire davvero tutti i bambini e tutti i giovani, a prescindere dal contesto in cui vivono. Stiamo dando a loro la centralità, non relativizzata al contesto familiare. Quindi sì, comprende tutti i bambini e di conseguenza chi esercita la responsabilità genitoriale su di essi.

La riapertura dei centri estivi, che lei ha fortemente sostenuto, ha sollevato una serie di domande connesse al mantenimento invece della chiusura delle scuole. Perché i centri estivi sì e le scuole no?
Quando parliamo di scuola intendiamo quella dell’obbligo, quindi per tutti: studenti, docenti e personale. I numeri che la scuola sposta sono molto alti e i modelli epidemiologici dimostrano che le dimensioni della comunità che entra potenzialmente in contatto va ad influire sull’indice di infettività. La scuola ormai andava verso la chiusura, invece i centri estivi iniziano in una stagione diversa, nella quale il contesto dell’epidemia è differente. Inoltre, le attività dei centri estivi sono molto varie e hanno la possibilità di essere organizzate con criteri di elasticità che le scuole non permetterebbero: si possono fare all’aria aperta, a piccoli gruppi e mantenendo i requisiti di sicurezza e distanziamento. Gli edifici scolastici, per permettere che questo accada, devono essere attrezzati ed è ciò che sta facendo il Ministero dell’Istruzione in questo momento.

A questo proposito, lei ha sostenuto la proposta di una riapertura anticipata delle scuole ad inizio settembre.
Lavoro in piena collaborazione con la Ministra Azzolina da alcuni mesi, proprio perché con competenze diverse intercettavamo i bisogni delle famiglie e dei giovani. La scuola riaprirà i primi di settembre con i recuperi di formazione dovuti al fatto che la didattica a distanza, per quanto svolta con grande prontezza, ha presentato evidenti limiti strutturali. Ho sostenuto il Ministero nella proposta di far ripartire le scuole in presenza in un tempo ragionevole, nella data del 14 settembre, e trovare soluzioni compatibili con lo svolgimento delle lezioni, perché non sarebbe accettabile un rimando ulteriore dell’apertura delle scuole. Mi auguro che anche le Regioni accolgano tale proposta e si vada verso questa direzione.

Ha scaricato l’app Immuni?
Sì, credo sia importante farlo, a maggior ragione per chi – come me – proviene da una Regione particolarmente colpita. È uno strumento importante, non abbiamo reso obbligatorio il suo download ma credo che questo sia stato giusto.

Che effetto le ha fatto vedere inizialmente la donna rappresentata in quel modo?
E’ stata una polemica risolta in tempi brevi, grazie alla stretta collaborazione con la Ministra Pisano. Sicuramente è stato un errore, ma altrettanto prontamente è stato corretto.

In conclusione – Ministra – le volevo chiedere: da mamma di due figli, che cosa ha imparato in questo difficile periodo?
Da mamma lontana da casa ho imparato quanto sia importante la relazione quotidiana di affetto e quanto a volte le donne siano chiamate a sacrifici importanti. Come me, tante mamme in questi mesi sono andate a lavorare lasciando a casa i figli: il 70% degli impiegati negli ospedali sono donne e mi rendo conto della fatica personale e del carico di responsabilità che avevano nei confronti dei loro figli. Ho capito questo sulla mia pelle, ma soprattutto dall’ascolto della vita e delle storie di tante donne che in questi mesi sono state protagoniste della resistenza del nostro Paese. Ho imparato poi che le giovani generazioni hanno una risorsa fondamentale, che è la capacità di resilienza e la voglia di futuro: io stessa ho trovato nei miei figli, ma anche nei loro amici, un rispetto delle regole del tutto inatteso, oltre che una capacità di saper aspettare e contribuire con il loro comportamento. In qualche modo, i nostri ragazzi sono stati da soli a gestire questa dimensione, perché per quanto le famiglie fossero presenti c’era comunque un atto personale di doversi reinventare in relazioni diverse, e hanno messo in campo quella straordinaria capacita di intuire ed interpretare relazioni importanti con il futuro. Di contro, ho imparato anche la fragilità di un sistema che non sia fatto di relazioni e di educazione tra pari, ho colto lo smarrimento e la tristezza. Questo ha attivato ancor di più la nostra responsabilità, quella di permettere a queste generazioni di sentirsi protagoniste, di conoscere il significato delle cose: per questo mi sono battuta affinché i loro diritti fossero riconosciuti come fondamentali della nostra società. E penso che un passo avanti lo abbiamo fatto.

 

(Foto Getty)

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