“That’s amore! Kate wins over Italy”, ovvero “Questo è amore! Kate conquista l’Italia”. Con questo titolo, il giornalista del Daily Mirror Russell Myers è riuscito probabilmente a riassumere meglio di chiunque altro il senso delle due giornate della Principessa del Galles a Reggio Emilia.
Perché la visita della futura regina britannica non è stato un semplice e formale royal tour tra strette di mano, fotografie e protocollo, ma qualcosa di più potente. Un incontro tra mondi che sembrano parlare la stessa lingua, fatta di infanzia, comunità e relazioni umane.
Da una parte la Principessa, che negli ultimi anni ha trasformato la prima infanzia nella vera missione pubblica della sua vita. Dall’altra Reggio Emilia, città che ha costruito attorno ai bambini uno dei modelli educativi più studiati e imitati al mondo.
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L’arrivo della Principessa a Reggio Emilia
A Reggio Emilia, però, tutto questo si è percepito ancora prima dell’arrivo della Principessa. In Piazza Prampolini, colma di persone in attesa tra bandiere britanniche, mazzi di fiori e alcuni cappellini dal gusto tipicamente british, si mescolavano curiosi, appassionati della Royal Family e giornalisti arrivati da tutta Italia e dal Regno Unito a caccia di dettagli, immagini e retroscena.
Poi, quasi come nelle fiabe, all’arrivo della Principessa il sole ha iniziato a splendere sulla piazza. La Principessa del Galles, sorridente e affabile nel suo tailleur blu, ha salutato le autorità e alcuni bambini prima di entrare in Municipio. Ma è stato soprattutto all’uscita che l’entusiasmo della folla è esploso davvero: telefoni alzati, applausi, richieste di selfie e persone accalcate dietro le transenne nel tentativo di strappare un saluto o una fotografia.

Ad attirare immediatamente l’attenzione di Kate è stata una bambina di pochi mesi, stretta tra le braccia della madre. La Principessa si è fermata, ha sorriso, ha parlato con alcune persone presenti anche in italiano – con un ottimo accento – e in pochi minuti è riuscita a conquistare la piazza. Tra i presenti, il commento che si è sentito ripetere più spesso era sempre lo stesso: “Sarà un’ottima Regina”.
Il racconto dei fan della Principessa
Ad aspettarla fin dalle prime ore del mattino c’era Samuele, che da anni segue quotidianamente la monarchia britannica attraverso una pagina social da oltre mezzo milione di follower. “Credo che questo viaggio conoscitivo a Reggio Emilia sia uno dei più importanti per Catherine”, racconta. “Lo si è visto subito: la prima cosa che ha fatto è stata salutare i bambini. E dopo la visita in Municipio si è fermata davvero con tutti noi che eravamo lì dalla mattina presto”.
A colpirlo più di tutto è stata però la dimensione umana della visita: “Stringerle la mano e sentirla parlare italiano credo abbia scaldato il cuore di tutti i presenti”.
In mezzo alla folla c’erano anche Sara e Chiara, due fan della Royal Family arrivate rispettivamente da Ferrara e Modena. Sara colleziona da anni oggetti legati alla monarchia britannica e organizza tour a tema, mentre Chiara gestisce a Modena un negozio di oggettistica inglese con un’ampia sezione dedicata alla Royal Family.

“Quando è uscita la notizia della visita abbiamo iniziato subito a organizzarci tra messaggi e telefonate”, raccontano. “Ormai siamo rodate: siamo state a Londra per l’incoronazione di Re Carlo, al Giubileo di Platino e ad altri eventi royal”.
Per loro seguire la monarchia britannica è diventato anche un modo per creare amicizie e ampliare una community nata attraverso i social. “Abbiamo quasi un kit sempre pronto per l’arrivo dei reali”, scherzano indicando bandiere britanniche, fiori e accessori nei colori dell’Union Jack.
Una visita di studio non un royal tour
Eppure, dietro l’entusiasmo royal, i selfie e l’attesa di ore fermi in piedi, quella di Kate Middleton è stata soprattutto una visita di studio. Una “learning mission”, come l’hanno definita più volte i collaboratori di Kensington Palace durante il briefing con la stampa internazionale.
La Principessa del Galles non è arrivata in Emilia per inaugurare un edificio o presenziare a una cerimonia istituzionale, ma per osservare da vicino uno dei modelli educativi più celebri al mondo, nato nel dopoguerra grazie al pensiero di Loris Malaguzzi e oggi al centro di una rete internazionale che coinvolge 145 Paesi e territori.
È anche per questo che la scelta di Reggio Emilia appare tutt’altro che casuale. All’estero il Reggio Emilia Approach è considerato uno dei modelli educativi più influenti e studiati al mondo. Catherine non è arrivata in Emilia soltanto per visitare alcune scuole, ma per approfondire ed entrare in contatto con una realtà diventata negli anni un punto di riferimento internazionale.

Kate Middleton, la Principessa dell’infanzia
In fondo, Kate Middleton sta facendo qualcosa che ricorda molto da vicino quello che fece Carlo III decenni fa con l’ambiente: associare il proprio nome a una causa precisa, riconoscibile e coerente nel tempo.
Per anni la Principessa del Galles è stata raccontata soprattutto attraverso l’immagine, lo stile e una perfezione estetica quasi irraggiungibile. Oggi invece sembra voler costruire qualcosa di più strategico: una credibilità pubblica specialistica, fondata su un tema preciso. Nel suo caso, l’infanzia, l’educazione e la salute emotiva dei bambini.
Da Reggio Emilia al mondo
Non a caso, durante il briefing con la stampa internazionale, Kensington Palace ha parlato più volte di “missione globale”, spiegando come la Principessa voglia trasformare il tema della prima infanzia in una piattaforma internazionale di dialogo, ricerca e collaborazione.
L’evoluzione di stile di Catherine
Anche lo stile, nelle due giornate italiane, raccontava chiaramente questa trasformazione. Di solito le visite italiane dei royal britannici finiscono quasi sempre per ruotare attorno al glamour, alla moda, ai grandi omaggi al Made in Italy e a un immaginario molto cinematografico. Catherine, invece, a Reggio Emilia ha scelto qualcosa di completamente diverso.

Ha scelto look sobri, professionali e alcuni capi riciclati. Anche i colori e i brand utilizzati erano stati scelti per omaggiare l’Italia, il primo giorno ha indossato un completo blu, colore simbolo del Bel Paese e il secondo giorno una giacca di un marchio italiano. Più leadership femminile contemporanea che principessa da copertina.
Negli ultimi anni il guardaroba della Principessa sta cambiando profondamente. Meno immaginario romantico, più blazer e tailleur pantalone. È come se volesse spostarsi da un’estetica fiabesca a una più credibile e professionale.
“Mi chiamo Caterina”
Non solo la moda, ma anche i momenti più spontanei della visita sembravano rispondere a una narrazione molto precisa: infanzia, relazioni umane, comunità e tradizione condivisa. Il linguaggio scelto durante la visita raccontava perfettamente questa nuova fase. Incontrando alcuni bambini, Catherine si è presentata semplicemente dicendo: “Mi chiamo Caterina”.
Un dettaglio che ha attirato molta attenzione sui social. Nessun titolo, nessuna formalità, solo la scelta di tradurre il proprio nome per creare immediatamente vicinanza. È attraverso piccoli gesti come questo che la Principessa del Galles sembra voler costruire un’immagine meno distante, più diretta e umana.

La Principessa con le mani in pasta
Durante la seconda giornata la Principessa ha visitato la scuola dell’infanzia Salvador Allende per osservare l’apprendimento basato sulla natura, il centro creativo REMIDA dedicato al riciclo e alla sostenibilità e infine un agriturismo sulle colline reggiane dove ha partecipato alla preparazione dei tortelli insieme ad alcune famiglie locali.
Ed è proprio quest’ultima scena ad essere diventata una delle immagini più virali del viaggio. Catherine sorridente con le “mani in pasta” ha riempito i social e i video della scena sono stati condivisi da utenti di tutto il mondo.

In fondo anche questo racconta perfettamente una delle funzioni più contemporanee della monarchia: trasformare tradizioni locali, rituali e identità culturali in immagini globali, condivisibili e pop.
Kate Middleton come Diana Spencer?
Certo, i richiami a Diana Spencer sono inevitabili: il contatto diretto con le persone, il linguaggio semplice e la vicinanza emotiva e fisica ai bambini. Ma con una differenza sostanziale. Diana lavorava soprattutto sull’empatia istintiva e sul carisma personale; Kate sembra invece costruire un approccio più strutturato, un vero e proprio progetto per mantenere alta l’attenzione su una fascia d’età molto importante per lo sviluppo delle future generazioni.
La scelta di far partire questa nuova fase, il suo ritorno internazionale dopo la diagnosi di cancro e i mesi lontani dalla vita pubblica, proprio dall’Italia e da Reggio Emilia racconta molto più di quanto possa sembrare. Catherine ha voluto ripartire da un progetto che oggi definisce molto chiaramente il suo ruolo attuale e, forse, anche quello futuro di Regina consorte.