Mona Lisa Smile: il film che ci insegna a vivere secondo le nostre regole

il senso più profondo del film è proprio questo: vivere secondo le proprie regole. Perché la parità, quella vera, passa indissolubilmente per la libertà

C’era una volta, neanche troppo tempo fa, un mondo in cui le donne non avevano scelta, oppure ne avevano pochissima, nel migliore dei casi, ma allora sì che dovevano subire una pena tremenda, quella del giudizio degli altri. Quelle privilegiate, di buona famiglia, erano iscritte a college prestigiosi, ma non lo facevano per inseguire i loro sogni, quanto più per trovare un buon partito. Perché la loro era solo una transizione da studentesse a padrone di casa.

Una realtà, questa, che purtroppo ci suona fin troppo familiare perché ancora oggi noi donne siamo vittime silenziose di un patriarcato intriso nella mentalità di molti. C’è un film che però da quel silenzio ha fatto emergere un grande trambusto perché al di là delle splendide interpretazioni, degli attori famosi e dalla scenografia impeccabile, ha messo in scena una storia vera, la donna.

Mona Lisa Smile racconta le vicende che si intrecciano all’interno del Wellesley College nel 1953. Sono gli anni del dopoguerra, dell’integrazione razziale e della guerra fredda, sono gli anni in cui negli Stati Uniti alcune studentesse femministe iniziano a battersi per l’emancipazione femminile.

Ma ci sono anche altre giovani donne, quelle che sono iscritte al college solo per cercare un marito. Perché è così che si deve fare, perché è quello il destino delle ragazze: diventare moglie e poi mamme. L’arrivo della nuova docente di storia dell’arte, Katherine Ann Watson, interpretata da Julia Roberts, però cambia tutto.

Perché lei è divorziata, ribelle e femminista. È single e non è né una mamma né una moglie, è semplicemente donna. Si trova a scontrarsi con la direzione della scuola, ma anche con le famiglie delle sue allieve perché non è sicuramente un modello da seguire, non per quell’epoca.

Eppure è forte e coraggiosa, Katherine Ann Watson, e da quelle difficoltà emerge la voglia di fare qualcosa di diverso e inaspettato, insegnare alle ragazze a pensare con la propria testa, a opporsi agli stereotipi, a inseguire la felicità e a vivere secondo le loro regole, e non quelle degli altri.

Perché nell’epoca in cui è ambientata la pellicola di diretta da Mike Newell, una donna può solo scegliere se essere mamma oppure rinunciare a tutto per lavorare, e se lo fa, viene guardata male e giudicata. Ma a Katherine Ann Watson non importa, ed è per questo che il suo insegnamento è il più prezioso di tutti.

Katherine Watson non è venuta a Wellesley per adattarsi . È venuta perché voleva fare la differenza

– Betty Warren

La sua storia si intreccerà con quella di altre due studentesse agli antipodi: Betty Warren interpretata da Kirsten Dunst e Joan Brandwyn, Julia Stiles.

La prima crede nella famiglia perfetta, almeno agli occhi degli altri. Quella dove la moglie resta a casa a pulire e a cucinare per il marito che torna tardi la sera, intenta a proteggere tra quelle mura tutto quello che accade. La seconda invece sogna di sposare il suo fidanzato Tommy ma non vuole lasciare la scuola perché vuole diventare un avvocato di successo.

Tra battaglie femministe, rivendicazioni e colpi di scena incredibili, il finale del film frantuma le certezze degli spettatori: Betty, dopo aver scoperto il tradimento del marito lo lascerà, per tornare a studiare e a scrivere. Joan, invece, rinuncerà alla carriera per amore.

Ma non ci sono vincitori né vinti in questo finale perché ognuna prende la sua decisione, in totale autonomia. E il senso più profondo del film è proprio questo: vivere secondo le proprie regole. Perché la parità, quella vera, passa indissolubilmente per la libertà.

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