Intolleranze alimentari nei bambini. Cosa c’è da sapere

Quale differenza tra allergie e intolleranze? Tutti i test sono affidabili? Cosa fare quando si sospetta un’intolleranza al lattosio? La parola all’esperta

Luana Trumino Esperta di benessere

Gonfiore gastrico e/o intestinale, difficoltà digestiva, nausea e/o vomito, stipsi o diarrea, dolori addominali post-prandiali a cui possono associarsi sonnolenza, facile faticabilità, cefalea e/o emicrania, malessere generale: sono i sintomi delle intolleranze alimentari, condizioni che possono allarmare i genitori di bambini piccoli. In realtà, – come si legge in un articolo pubblicato sul sito della Società Italiana di Pediatria a cura della dott.ssa Iride dello Iacono, UOS di Pediatria ed Allergologia Ospedale Fatebenefratelli Benevento, in collaborazione con SIAIP (Società Italiana Allergologia e Immunologia Pediatrica) – il 20% della popolazione generale ritiene di essere affetto da un’allergia o da un’intolleranza alimentare, ma quando viene seguito un corretto iter diagnostico, solo in un decimo di questi soggetti viene confermata una reazione avversa al cibo sospettato.

L’esperta, innanzitutto, chiarisce che intolleranza e allergia non sono la stessa cosa. “L’allergia alimentare – spiega – è una reazione del sistema immunitario nei confronti di un alimento normalmente assunto senza problemi dalla popolazione generale, con effetti nocivi sulla salute, che si manifesta in tempi relativamente brevi, da pochi minuti a massimo due ore”. Secondo dati forniti dalla SIIAIC (Società Italiana di Allergologia, Asma e Immunologia clinica), l’alimento più comune che causa allergia nella fascia di età 0-5 anni è il latte vaccino, seguito da uova, noci, nocciole e arachidi, e altri alimenti come grano, pomodoro, crostacei, frutta, verdura. “Un’intolleranza alimentare, al contrario, non coinvolge il sistema immunitario ed è causata da un alimento o da un suo componente con spiacevoli conseguenze che raramente sono immediate”, continua l’esperta. “Le persone che soffrono di allergia possono presentare una reazione avversa, anche se entrano in contatto con una piccola quantità dell’allergene, mentre coloro che soffrono di intolleranza sono in grado, in genere, di consumare piccole quantità degli alimenti nocivi senza evidenziare particolari disagi”.

Ma cosa fare quando si sospetta un’intolleranza alimentare? 

“È opportuno rivolgersi al proprio pediatra di fiducia o, comunque, ad un allergologo esperto nel settore”, consiglia la dott.ssa dello Iacono. “In ogni caso occorre evitare l’esecuzione dei seguenti test, ritenuti inutili e dannosi per supportare tale diagnosi: il test citotossico o test di Bryan, il test di provocazione e neutralizzazione sublinguale ed intradermico, la Kinesiologia applicata, il test del riflesso cardio-auricolare, il Pulse test, il test elettrotermico, il Vega test, il Sarmtest, il Biostrenght test e varianti, la Biorisonanza, l’analisi del capello, il Natrix o Fit 184 Test, l’iridologia, il dosaggio delle IgG sieriche”. Una eventuale dieta di eliminazione, basata sui risultati di questi test, infatti, potrebbe arrecare, soprattutto in età infantile e adolescenziale, gravi conseguenze carenziali. 

L’intolleranza al lattosio 

Si diagnostica con un test validato scientificamente. “Il test utilizzato per porre diagnosi è il Breath test al lattosio (test del respiro). In pratica si assume una dose prestabilita di lattosio e si analizzano i gas espirati dal paziente dopo un certo periodo di tempo. La presenza del picco di idrogeno nell’aria espirata è spia di fermentazione intestinale dello zucchero che non viene assorbito da parte della flora batterica del colon. Questo esame, semplice, affidabile e non invasivo, è considerato il gold standard per la diagnosi di intolleranza al lattosio”, spiega la dott.ssa dello Iacono.

Una precisazione va fatta sulla sindrome da intossicazione da sgombroidi che, al contrario di come spesso si pensa, è non una forma di allergia al pesce. La pediatra spiega che si tratta di una intolleranza/intossicazione alimentare causata dalla ingestione di prodotti ittici contenenti alti livelli di istamina o altre sostanze con proprietà analoghe. In genere è secondaria alla ingestione di pesce avariato, ma anche di formaggi o carni contaminate. L’istamina è stabile al calore e quindi, anche se cotto, il pesce contaminato può provocare questa sindrome, così come resiste al congelamento o all’affumicatura. I sintomi caratteristicamente insorgono entro 10-90 minuti dall’assunzione e sono caratterizzati da orticaria, palpitazioni, cefalea, bruciore periorale, sintomi gastrointestinali, raramente sintomi respiratori e cardiocircolatori. La sintomatologia fa, dunque, erroneamente sospettare una inesistente allergia al pesce.

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