Cibi funzionali, probiotici e prebiotici: curarsi con gli alimenti nutraceutici

Curarsi con i cibi è possibile: scopriamo il potere degli alimenti nutraceutici, dai probiotici sino ai prebiotici

Probiotici, prebiotici e cibi funzionali: conoscere la differenza fra questi termini è importante, per imparare a nutrirci nel modo giusto. Secondo la nutraceutica infatti alcuni tipi di cibi possono aiutare a curare e prevenire malattie e problemi, rallentando l’invecchiamento e migliorando la salute.

Ne parliamo con il professor Cesare Sirtori, Preside della facoltà di Farmacia, Professore di Farmacologia Clinica presso l’Università degli Studi di Milano e Presidente SINut (Società Italiana di Nutraceutica).

Professor Sirtori, il mercato degli integratori alimentari non conosce crisi, ma intorno a esso regna molta confusione: nutraceutici, cibi funzionali, probiotici, prebiotici. Possiamo fare un po’ di chiarezza?

Nutraceutici è un termine-ombrello che comprende tutti gli altri. In altre parole, i cibi funzionali, i probiotici e i prebiotici fanno parte della grande famiglia dei nutraceutici.

Quali caratteristiche hanno i cibi funzionali (o functional food)?

In primo luogo quella di essere alimenti veri e propri, prodotti che apportano calorie ed energia: uno yogurt con fitosteroli, il pesce ricco di acidi grassi omega 3, la soia che contiene proteine ipocolesterolemiche. Questi sono tutti esempi di cibi funzionali ovvero nutraceutici.

E veniamo ai famosi probiotici e prebiotici, quelli più conosciuti dal grande pubblico e dal nome simile, ma dalle funzioni ben diverse

Si tratta, infatti, di due nutraceutici diversissimi. I probiotici sono colture di batteri particolari, che hanno la capacità di colonizzare l’intestino, migliorandone sia la funzionalità sia le capacità immunitarie, rendendolo così più resistente alle malattie. Alcuni dati recenti, infatti, dimostrano che nei bambini che prendono i probiotici il rischio di infezioni intestinali è ridotto. Questi prodotti, sono indicati proprio per vari i disturbi che coinvolgono l’intestino, come il colon irritabile. Teniamo anche presente che, di recente, un gruppo francese ha svelato che i probiotici hanno la capacità di ridurre il dolore addominale, in modo non dissimile dalla morfina. Questo uso sintomatico, dunque, ha anche delle evidenze scientifiche. Ma c’è il rovescio della medaglia.

I probiotici possono far male?

L’uomo antico è stato selezionato con una determinata carica batterica intestinale, cioè una flora batterica capace di digerire di tutto, perché non aveva da mangiare. Ma questa flora particolarmente brillante danneggia oggi l’uomo moderno, che non deve più affrontare le carenze alimentari preistoriche, anzi: si trova di fronte all’eccesso opposto. Ecco perché ci sono persone che mangiano poco e assorbono tutto. In questo caso il probiotico, il batterio intestinale, produce un danno e può esporre al rischio reale di ingrassare. Il professor Gordon di Saint Louis ha dimostrato che è possibile modificare in qualche misura questa flora intestinale, rendendola meno efficiente ed evitando così di ingrassare. Un approccio ben più razionale di quello seguito fino a ora, che utilizzava i prodotti che fanno passare l’appetito!

I prebiotici, invece, come agiscono?

Sono cibi funzionali che contengono sostanze per lo più oligosaccaridi in grado di favorire la crescita di batteri probiotici. Quali sono questi prodotti? Ce ne sono diversi e si chiamano fruttani. I più noti sono l’inulina e i frutto-oligosaccaridi (FOS), prodotti che il nostro intestino riceve e riesce a demolire, favorendo così la crescita dei batteri probiotici già presenti nell’intestino. Anche in questo caso sono disponibili dati molto importanti della professoressa belga Delzenne, la quale ha dimostrato molto bene che utilizzando questo tipo di prodotti si ottengono molti vantaggi: sono ipolipidemici che riducono i trigliceridi, aiutano a dimagrire e contrastano la steatosi epatica (fegato grasso, n.d.r.).

Gli alimenti funzionali hanno solo una… funzione preventiva o anche terapeutica?

Possono avere anche una funzione terapeutica. Per esempio un salmone molto ricco di acidi grassi omega 3 può ridurre la quantità di trigliceridi nel sangue (trigliceridemia), così come i fitosteroli e le proteine della soia abbassano il colesterolo, quasi come i farmaci. Ci sono persino degli yogurt ricchi di lactotripeptidi in grado di abbassare la pressione.

I nutraceutici sono l’ultima frontiera degli integratori

Attenzione. Gli integratori che sono comunque e sempre nutraceutici rappresentano una grande famiglia di prodotti che si prendono per bocca, non forniscono calorie e possono avere una funzione terapeutica importante: dalle vitamine, agli antiossidanti, dalle varie fibre per la salute dell’intestino, alle statine naturali. Integratori molto noti sono ad esempio quelli a base di garcinia per dimagrire. Tutti prodotti che certo non servono per sopravvivere, ma che si aggiungono alla dieta. Sul fronte nutraceutico, l’unico integratore che per il momento ha dimostrato di curare una patologia vera e propria, che nessun altro prodotto era riuscito a curare finora, è l’uridina solfato contro la lipodistrofia secondaria all’AIDS (una patologia che determina gonfiore addominale e atrofia muscolare degli arti).

Possono avere effetti negativi in caso di abuso?

In generale i prodotti nutraceutici non hanno mai seri effetti collaterali: è possibile magari che abusando di probiotici si alteri la flora intestinale, ma comunque la salute non corre mai dei veri e propri rischi.

Esiste una legislazione specifica, che regolamenta questo complesso settore?

Fino a ora i nutraceutici e gli integratori alimentari sono stati gestiti da un ufficio ad hoc del ministero della Salute, che ha fatto un buon lavoro per tutelare il consumatore per quel poco che si poteva fare. Ma ora si è già passati a una tappa successiva: al consumatore, cioè, non basta più essere sicuro che questi prodotti non gli facciano male. Vuole, in qualche modo, una garanzia o l’informazione che gli facciano bene! A questo punto entra in scena la nuova agenzia, che si chiama EFSA (European Food Safety Authority, ovvero Autorità europea per la sicurezza alimentare), che ha sede a Parma e che ha già ricevuto qualcosa come quasi 4.500 istanze di regolamentazione in questo settore. Si tratta di aziende che stanno tentando di ottenere una specie di bollino verde, una sorta di licenza per poter indicare al cittadino il valore terapeutico dei propri prodotti.

A cura di
Alma Galeazzi

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