Tumore dell’ovaio, arrivare presto per curarlo meglio

Il tumore dell'ovaio è difficile da individuare precocemente: per questo è fondamentale ascoltare i segnali che ci manda il corpo

Federico Mereta Giornalista Scientifico

Più di cinquemila nuovi casi ogni anno, con circa cinquantamila donne che convivono con la malattia: queste le cifre del tumore dell’ovaio in Italia. La malattia, purtroppo, è difficile da individuare precocemente perché provoca disturbi molto generici e questo porta ad un ritardo nella diagnosi e maggiori difficoltà di cura. Ma è proprio questo l’obiettivo da raggiungere, per poter migliorare le possibilità di cura del “nemico”, anche grazie all’evoluzione della scienza e della messa a punto di terapie sempre più efficaci.

Ascoltiamo il nostro corpo

È un nemico subdolo, il tumore dell’ovaio. Purtroppo spesso si arriva tardi con la diagnosi e quindi anche la speranza di poter eliminare del tutto le cellule tumorali diventa quasi irraggiungibile. Lo provano le statistiche: la diagnosi di questa forma tumorale è quasi sempre tardiva.

Quando il tumore dà i primi segni clinici purtroppo è già in fase avanzata. Succede nel 70% circa dei casi e spesso ha già dato metastasi. Cosa fare allora? La prima misura da mettere in atto è l’attenzione ai segnali che il corpo invia.

I sintomi che devono mettere in allarme la donna sono soprattutto l’aumento repentino del volume addominale, il dolore nella zona più bassa della pancia, le difficoltà ad andare in bagno. Si tratta di campanelli d’allarme che, se persistenti dovrebbero indurre la donna a parlarne con il ginecologo.

Starà poi allo specialista capire se effettivamente ci sia la possibilità di una lesione maligna e nel caso sottoporre la paziente, oltre che ad una visita accurata, ad un’ecografia transvaginale e addominale. Arrivati alla diagnosi diventa quasi sempre necessario un intervento chirurgico che, oltre a consentire l’asportazione dell’eventuale tumore presente, permette ai medici di prelevare piccole aree di tessuto malato.

Queste aree di cellule malate vengono poi inviate all’anatomo-patologo, lo specialista che ha il compito di valutare la natura e le caratteristiche delle cellule. Al microscopio l’esperto potrà, non solo vedere se realmente ci sono cellule malate, ma anche quanto queste siano state intaccate dalla malattia e quanto possano diffondersi nell’organismo provocando metastasi.

Non solo bisturi

La chirurgia, ovviamente nel caso che venga confermata la diagnosi, rimane il primo presidio curativo, ma difficilmente la sola operazione sarà sufficiente a curare la malattia. La chirurgia, a parere degli esperti, va comunque vista in abbinamento ai farmaci.

Oggi è infatti impossibile trattare queste forme tumorali senza pensare ad un’integrazione delle due possibilità terapeutiche. L’obiettivo della terapia farmacologica è ovviamente “ripulire” completamente l’organismo dalle cellule patologiche, facendo anche in modo di togliere i rifornimenti al tumore, utilizzando farmaci specifici caso per caso, anche in base alle caratteristiche delle cellule neoplastiche e alla presenza di specifiche mutazioni.

Sotto la lente di ingrandimento della scienza ci sono due geni, con le loro rispettive mutazioni: si chiamano BRCA1 e BRCA2. Sono importanti per quanto riguarda sia il tumore ovarico che quello della mammella e in presenza di questa mutazione si può pensare ad una possibile “anticipazione” della malattia rispetto all’età classica.

Come riporta l’Associazione Italiana per la Ricerca sul cancro (AIRC): “In famiglie con molti casi di tumore dell’ovaio o di carcinoma della mammella (più precisamente, più casi dello stesso tipo di tumore o di due tumori associati alla stessa alterazione genetica, come quelli di ovaio e mammella, nello stesso ramo della famiglia) è utile rivolgersi a un centro specializzato in consulenza genetica presso un istituto oncologico di rilievo nazionale. Qualora una persona fosse portatrice di una di queste mutazioni genetiche, è consigliabile seguire un programma di stretta sorveglianza con mammografie ed ecografie”.

Ovviamente ricordiamo che si tratta comunque di un fattore di rischio, che non presuppone la comparsa sistematica della neoplasia ma accresce il pericolo di svilupparlo: per questo è importante uno stile di vita corretto in chiave preventiva.

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