Melanoma, ricerca italiana apre strade per cure future

La ricerca propone di ingannare le cellule tumorali con lo scopo di individuare terapie mirate contro il melanoma, agendo sulle vie metaboliche

Federico Mereta Giornalista Scientifico

Segreti invisibili delle cellule e del sistema immunitario potranno aiutarci a controllare meglio il melanoma. Ma si sta puntando, per i tumori in generale, anche ad agire sul metabolismo delle cellule neoplastiche, cercando di togliere loro il carburante che le fa crescere. La ricerca italiana è in prima linea nella sfida futura al cancro, come dimostrano due studi appena pubblicati, sostenuti tra gli altri a Fondazione AIRC.

“Rieducazione” di cellule anti-melanoma

Sul Journal of ImmunoTherapy of Cancer sono stati pubblicati i risultati di una ricerca coordinata da Donatella Del Bufalo dell’Istituto Tumori regina Elena di Roma, in collaborazione con gli scienziati dell’Università del Piemonte Orientale di Novara.

L’obiettivo dello studio è il melanoma, che colpisce in particolare i giovani e che ogni anno fa registrare più di 2000 nuovi casi nel nostre Paese. A fianco dell’immunoterapia e dei farmaci intelligenti, che stanno mutando la prognosi della malattia, nella logica di una terapia mirata sulla persona la ricerca italiana propone di “ingannare” le cellule neoplastiche.

Come? Semplicemente modificando le vie metaboliche particolari che sono in grado di attrarre cellule del sistema immunitario, i macrofagi, e di “educarli” a favorire la crescita e l’aggressività del tumore stesso.

Lo studio, in particolare ha identificato un possibile alleato del tumore, che si chiama BCL-2 e che può in qualche modo diventare un “sostenitore” del tumore, aiutandolo a crescere. questo composto infatti potrebbe favorire un ambiente “immunosoppressivo”, che quindi tende a ridurre l’efficacia delle difese naturali dell’organismo.

Questa “trasformazione” ambientale che favorisce il tumore si basa sulle “istruzioni” invisibili che vengono impartite a particolari globuli bianchi che in qualche modo aiutano la crescita tumorali, i cosiddetti macrofagi pro-tumorali, cui fanno da contrappeso, con un’efficacia sempre minore, i linfociti T che invece avrebbero il compito di difendere l’organismo. La speranza è che riequilibrando queste azione si possa arrivare a nuovi approccio terapeutici per il tumore.

Cellule malate sotto controllo

Buone notizie giungono anche da un altro studio, che mira invece a “spegnere” o almeno ridurre i giri del motore delle cellule tumorali, per loro definizione sfuggite ai meccanismi di controllo dell’organismo. Infatti i tumori sono pericolosi poiché crescono in modo incontrollato e disordinato.

La loro crescita sostenuta richiede un metabolismo modificato rispetto a quello delle cellule normali. Il metabolismo è il motore che fornisce l’energia necessaria alle cellule per ogni attività. Un metabolismo alterato, come quello delle cellule tumorali, può in linea di principio essere bloccato in modo da colpire il tumore in modo selettivo, in altre parole togliendogli il carburante per crescere.

È necessario però comprendere in maniera precisa quali siano gli elementi che controllano in modo specifico il metabolismo tumorale e lo differenziano da quello delle cellule sane.

I gruppi di ricerca coordinati da Giorgio Colombo, del Dipartimento di Chimica dell’Università di Pavia e da Andrea Rasola, del Dipartimento di Scienze Biomediche dell’Università di Padova, hanno identificato uno di questi componenti, la proteina TRAP1, che si attiva nelle cellule tumorali e ne modula la capacità di utilizzare le risorse energetiche.

I risultati dello studio sono stati pubblicati sulla rivista Cell Reports. “Abbiamo utilizzato un approccio di avanguardia che permette di analizzare via computer la struttura e la dinamica di TRAP1, abbiamo studiato in che modo i microscopici movimenti della proteina ne determinano la funzione” – spiega Colombo.

“La ricerca ha consentito di svelare una porzione di TRAP1 che può ospitare un gruppo di molecole in grado di interferire con il movimento della proteina stessa, inibendone l’attività. Le molecole funzionano come i blocchi meccanici di un motore: si inseriscono tra le parti in movimento e le arrestano o le rallentano.”

“Abbiamo dimostrato che tali molecole sono in grado di bloccare la crescita di cellule tumorali, in particolare di cellule maligne derivate da pazienti con la neurofibromatosi di tipo 1 – segnala Rasola -, una sindrome genetica che predispone all’insorgenza di tumori. Lo studio apre quindi la possibilità al futuro utilizzo di queste molecole come base per lo sviluppo di innovativi approcci antineoplastici.”

Questo progetto è stato reso possibile dal sostegno di Fondazione AIRC per la ricerca sul cancro e dal Neurofibromatosis Therapeutic Acceleration Program della Johns Hopkins University di Baltimora, USA, ma anche di associazioni di pazienti come la padovana Linfa (Lottiamo Insieme contro le Neurofibromatosi) e Piano for Life Onlus.

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