Come affrontare un intervento chirurgico in anestesia totale

Dalla preanestesia al risveglio, le quattro fasi dell'anestesia totale e perché non bisogna temerla

Federico Mereta

Federico Mereta Giornalista Scientifico

Per chi non ha mai provato l’anestesia totale, l’idea di perdere il controllo del proprio corpo per un tempo più o meno lungo mentre il chirurgo corregge il difetto che ci toglie il benessere o elimina una parte malata dell’organismo è sicuramente stressante.

Forse è anche per questo che leggiamo con tanta attenzione il modulo di consenso informato che lo specialista ci propone, che recita più o meno così: “Dichiaro di essere stato informato sul tipo di anestesia cui sarò sottoposto e sulle relative tecniche di controllo delle funzioni vitali e dopo aver preso in considerazione le eventuali alternative. Esprimo il mio consenso al trattamento anestesiologico concordato”.

Concordato, appunto, a significare che l’approccio deriva dalla discussione tra medico e paziente. Eppure, in caso di intervento di anestesia generale, molte persone ancora non si sentono tranquille. Lo conferma la recente ricerca Sicurezza del paziente in ospedale, realizzata da Doxapharma con il contributo incondizionato di Becton Dickinson, su un campione rappresentativo della popolazione.

Lo studio dimostra che il 52 per cento degli intervistati riferisce timori più o meno significativi quando deve affrontare un intervento in anestesia totale. È una paura che nasce soprattutto dal subconscio, ma non ha ragioni scientifiche, visto che ormai questa tecnica ha assunto livelli di sicurezza tali da consentire di “personalizzare” il trattamento in base alle caratteristiche e alle necessità della persona.

Anestesia: si inizia contando

Conti fino a dieci”. È questa la frase che si sente dire una persone quando sta per entrare in sala operatoria e inizia il percorso dell’anestesia. Quasi mai si arriva, però, si riesce a concludere il compito assegnato.

Spesso, dopo pochi secondi, il sonno si impadronisce dell’organismo, le palpebre diventano tremendamente pesanti e ci isola dal mondo esterno in modo che il bisturi del chirurgo possa svolgere la sua funzione.  Il tutto senza che si provi dolore e, quando necessario, con i muscoli resi morbidi e malleabili dai farmaci derivati del curaro, che hanno proprio questa funzione.

Insomma, come sottolineano gli esperti, siamo di fronte ad una scienza esatta che si adatta alle condizioni del paziente e alle sue ansie. Così si può modellare l’anestesia come fosse un abito disegnato per rispondere ai fabbisogni specifici. Ad esempio, se una persona è particolarmente agitata dalla prospettiva dell’intervento, si consiglia sempre il ricovero la sera precedente per “iniziare” già molte ore prima l’anestesia consentendo al soggetto un riposo davvero rilassante.

Poi c’è una maggiore attenzione sulla fase del risveglio, che oggi viene gestito e monitorato con grande cautela.  Inoltre, per ogni paziente viene costruito un protocollo di analgesia post-operatoria con l’obiettivo di prevenire e curare il dolore che si presenta dopo la chirurgia.

Le fasi dell’anestesia generale

In genere l’anestesia generale prevede l’associazione in un cocktail di diversi principi attivi, con lo scopo di non far provare dolore e di evitare che chi è operato abbia il minimo ricordo di quanto avviene. Si somministra quindi un farmaco ipnotico, insieme a un medicinale per dominare il dolore. In molti casi si impiega poi un miorilassante, quasi sempre un derivato del curaro, che invece fa sì che i muscoli si rilascino e quindi il chirurgo possa operare su tessuti “facili” da trattare.

Ovviamente, in questo percorso generale, occorre ricordare l’attività continua dello specialista, che controlla attimo per attimo i passaggi del trattamento anestesiologico, prevede quattro diversi momenti che possono essere così riassunti:

  1. Preanestesia. Ha l’obiettivo di tranquillizzare il paziente prima che venga introdotto nel blocco operatorio. In questa fase che precede l’anestesia vera e propria si può somministrare anche un farmaco analgesico per iniziare a combattere il dolore.
  2. Induzione. È la fase che associa l’ipnosi ottenuta attraverso anestetici endovenosi o inalatori, l’analgesia grazie agli oppioidi e il rilassamento dei muscoli. Si procede se necessario all’intubazione endotracheale per consentire la somministrazione di ossigeno.
  3. Mantenimento. L’anestesia si mantiene sia attraverso gas che vengano fatti respirare al malato sia con due farmaci in infusione continua: ipnotico per mantenere l’incoscienza e oppiaceo per garantire l’analgesia. L’anestesia bilanciata associa vapore anestetico, oppiaceo e miorilassanti.
  4. Risveglio. In genere questa fase si verifica in due diversi momenti. Prima si eliminano gli eventuali “resti” di derivati del curaro utilizzati per rende più “molli” i muscoli, poi si toglie il tubo posizionato all’interno della trachea. Il malato può respirare da solo e quindi essere risvegliato.

 

Federico Mereta

Federico Mereta Giornalista Scientifico Laureato in medicina e Chirurgia ho da subito abbracciato la sfida della divulgazione scientifica. Raccontare la scienza e la salute è la mia passione, perchè credo che la conoscenza sia alla base di ogni nostra scelta. Ho collaborato e ancora scrivo per diverse testate, on e offline.

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