Buoni di nasce o si diventa? Fa parte dell’istinto di uomini e donne essere generosi verso gli altri, oppure si viene indotti ad esserlo dalle norme sociali e culturali? Si tratta di una delle domande più ricorrenti tra pensatori e ricercatori. Oggi uno studio, che ha visto un ruolo centrale di un team di esperti italiani, indica una risposta a prova di scienza: i bambini nascono e hanno l’istinto all’altruismo. Col tempo, però, questo viene rafforzato dall’educazione.
Buoni si nasce?
Buoni si nasce. Così si intitola uno dei numerosi libri dello psicologo canadese-americano Paul Bloom, secondo cui i bambini non sono “pagine bianche” senza principi morali, ma esseri umani che, prima ancora di essere capaci di parlare, sono in grado di valutare i comportamenti altrui, provare empatia ma, soprattutto, possiedono già un senso di giustizia interiore. Bloom nel suo libro prende in considerazione alcuni esperimenti condotti da Charles Darwin, arrivando però a citare esempi resi noti dalla letteratura e dal cinema di soggetti che sembrano incarnare la malvagità, come Hannibal Lecter. Adesso, invece, arriva uno studio scientifico molto attuale e che porta con sé il contributo di ricercatori italiani.
Lo studio italiano sull’istinto alla gentilezza
Ad indagare il comportamento istintivo dell’essere umano sono stati gli esperti dell’Università di Milano-Bicocca, insieme a colleghi di atenei internazionali, come la London School of Economics, l’Università di Stavanger e la Northwestern University negli Stati Uniti. Il lavoro, pubblicato di recente sulla rivista Nature Human Behaviour e intitolato Stable intuition and the rise of deliberative prosociality in childhood, ha preso in considerazione un campione di 537 bambini di età compresa tra i 3 e i 10 anni, tutti italiani.
I partecipanti sono stati suddivisi, in modo del tutto casuale, in due gruppi: uno sottoposto a una pressione temporale, cioè costretti a rispondere ad alcune domande entro 10 secondi; l’altro a un ritardo temporale, cioè con l’obbligo di non rispondere prima di 10 secondi. L’obiettivo era di valutare il tipo di reazione e comportamento, per capire quanto l’istinto o il ragionamento potesse condizionarlo.
Bambini gentili per natura
Ai bambini è stato dunque chiesto di svolgere alcuni compiti di cosiddetta “economia comportamentale”, come per esempio il Public Good Game, il Dictator Game, l’Ultimatum Game e il Deception Game: si tratta di giochi che permettono di far emergere comportamenti altruistici o, al contrario, più egoistici, onestà e gentilezza oppure diffidenza verso l’altro. Per esempio, ai bambini era chiesto quante caramelle mettere in un contenitore comune o quante offrirne a uno sconosciuto, che però non era in condizione di ricambiare il gesto di generosità.
O, ancora, i bambini erano messi in condizione di accettare o rifiutare una spartizione dei dolciumi ritenuta palesemente ingiusta, che poteva arrivare a lasciare entrambi i partecipanti coinvolti nell’esperimento senza alcuna ricompensa. Un altro quesito riguardava la possibilità di ricorrere a una menzogna, che però poteva portare a lui un vantaggio maggiore. Un altro scenario proposto, inoltre, era quello del cosiddetto “carrello ferroviario”: i bambini erano chiamati a prendere una decisione che avrebbe potuto essere dannosa per un compagno, salvandone però in compenso altri 5. Nonostante il contesto risultasse realistico agli occhi dei piccoli, in nessun caso il bambino avrebbe creato conseguenze realmente negative ad altri.
Il rapporto tra istinto ed educazione
Al termine delle 19 prove, gli studiosi non hanno avuto dubbi. Come spiegato da Elena Nava, ricercatrice di Psicologia dello Sviluppo e dell’Educazione presso l’Università Milano-Bicocca, “Il risultato principale è stato che nei bambini più piccoli la prosocialità appare più forte quando decidono rapidamente, quindi in modo intuitivo. Con l’età, però, la prosocialità deliberativa aumenta: i bambini più grandi non sono prosociali solo “di pancia”, ma sembrano integrare sempre di più la cooperazione, l’altruismo e l’onestà in processi riflessivi”.
Tutto ciò porta i ricercatori a ritenere che non si nasce “buoni per natura”, né che la gentilezza sia esclusivamente frutto di un percorso educativo imposto o appreso a livello sociale. “Crescere, infatti, non significa necessariamente abbandonare l’intuizione sociale; piuttosto, imparare a trasformarla in una scelta più consapevole”, ha chiarito ancora Nava.
Il ruolo della protosocialità
Concetto importante, dunque, è quello della protosocialità, che indica quella fascia di vita in cui la società non ha ancora fornito una impronta decisiva sulle persone. È in quel momento, in particolare a 3 anni, che i bambini sono ancora guidati in modo marcato dall’istinto e possono godere di quello che i ricercatori ritengono sia un “vantaggio intuitivo”, cioè la risposta istintiva. Nel caso del quesito iniziale dello studio, cioè se l’istinto porti appunto verso il bene e l’altruismo oppure verso una maggiore inclinazione dall’egismo, i ricercatori affermano che il loro lavoro “sposta il modo in cui pensiamo allo sviluppo della prosocialità infantile.
Non mostra semplicemente che i bambini piccoli possono essere cooperativi, altruisti o onesti – sottolinea Nava – ma mostra anche che queste condotte possono organizzarsi in una dimensione comune e che questa dimensione cambia nel modo in cui viene sostenuta: prima più dall’intuizione, poi sempre più dalla deliberazione”. Il comportamento adulto, dunque, appare come la conseguenza di un istinto, di per sé tendente alla gentilezza, più o meno rafforzato a livello educativo e sociale nel corso della vita.