Leucemia linfoblastica acuta, cos’è, chi colpisce e come si affronta

La leucemia linfoblastica acuta o LLA colpisce soprattutto i bambini: grazie alla ricerca la medicina di precisione riesce a curare l'80% dei casi

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Federico Mereta

Giornalista Scientifico

Laureato in medicina e Chirurgia ha da subito abbracciato la sfida della divulgazione scientifica: raccontare la scienza e la salute è la sua passione. Ha collaborato e ancora scrive per diverse testate, on e offline.

5 min di lettura

  • La leucemia linfoblastica acuta colpisce soprattutto i bambini, nasce dai linfociti e provoca un’accelerata produzione di cellule immature.
  • Diagnosi e quadro clinico passano da esami del sangue e midollo, con anemia, piastrinopenia, linfonodi ingrossati e picco tra i 3 e i 7 anni.
  • Le terapie hanno migliorato nettamente la sopravvivenza grazie a immunoterapia, blinatumomab e CAR-T, con risultati importanti anche negli adulti.

Rara ed aggressiva. Questo l’identikit della leucemia linfoblastica acuta o LLA, che colpisce soprattutto i bambini ma non risparmi gli adulti e gli anziani. È infatti una delle neoplasie ematologiche che maggiormente impattano in età pediatrica, meno nell’adulto, in quanto nella fascia pediatrica rende ragione dell’80% di tutte le leucemie acute, mentre nell’adulto questa percentuale scende attorno al 20-25%. Ma di cosa si parla? E come si cura questa forma?

Gli esperti ci aiutano a capire, anche alla luce dell’impegno della ricerca in questo ambito che ha permesso di cambiare il percorso in molti casi di malattia. Lo spiega chiaramente un cortometraggio, dal titolo “Sangue Bianco”, presentato al Festival di Cannes 2026.  Il corto è ispirato al libro “Tante belle persone” scritto da Paolo Tallini che ricorda il percorso con la leucemia linfoblastica acuta del figlio Pietro.

Cosa succede nel sangue

“La patologia origina dalla trasformazione neoplastica dei linfociti, una sottopopolazione dei globuli bianchi: precisamente la LLA origina da precursori dei linfociti B o dei linfociti T, cellule che rappresentano la cosiddetta immunità adattativa – spiega Franco Locatelli, Direttore Dipartimento di Onco-Ematologia, Terapia Cellulare e Genica, IRCCS Ospedale Bambino Gesù, Roma ed Ordinario di Pediatria presso l’Università Cattolica Sacro Cuore di Roma –. Sono marcatamente più frequenti, circa l’80% dei casi, le forme che originano dai B linfociti. La conseguenza della malattia è una produzione incontrollata di cellule immature neoplastiche, chiamate linfoblasti”. Ma non basta.

Nella LLA si determina, inoltre, una riduzione delle cellule ematologiche normali (globuli rossi, piastrine o dell’emoglobina) e, assai frequentemente, un ingrossamento del fegato, della milza e dei linfonodi. Capitolo età: il quadro presenta un picco massimo fra i 3 e i 7 anni di vita. In particolare, in età pediatrica l’incidenza si attesta a circa 35-40 nuovi casi per milione di soggetti con un’età compresa tra gli 0 e i 18 anni; nella fascia d’età fra i 3 e i 7 anni, l’incidenza annua arriva addirittura a valori che sfiorano anche i 90 nuovi casi per milione di soggetti.

“La malattia viene diagnosticata attraverso la valutazione dell’esame emocromocitometrico che misura quanti e quali tipi di cellule sono presenti nel sangue, mentre nello striscio di un campione di sangue periferico, si osserva la morfologia delle cellule e si può individuare l’eventuale presenza di linfoblasti – precisa l’esperto -. L’agoaspirato midollare e, quando necessario, la biopsia del midollo osseo consentono di confermare la diagnosi permettendo, altresì, di definire compiutamente le caratteristiche citofluorimetriche, molecolari e citogenetiche della patologia”.

Le cure cambiano

Nelle ultime due-tre decadi si è assistito a un progressivo miglioramento della prognosi dei soggetti che si ammalano di questa patologia. “Oggi riusciamo a guarire con le terapie di prima linea circa l’80% dei bambini che si ammalano di LLA – fa sapere Locatelli -.

Questo risultato è stato reso possibile grazie a una stratificazione del profilo di rischio più raffinata e sofisticata e alla disponibilità di nuovi farmaci mirati, in particolare con utilizzo di forme di immunoterapia come gli anticorpi bispecifici fra i quali blinatumomab è quello che ha dimostrato maggiore efficacia, o di terapie cellulari con CAR-T.

Blinatumomab si caratterizza per il suo particolare meccanismo d’azione capace di creare una sorta di ponte tra le cellule leucemiche che esprimono l’antigene CD19 e i normali linfociti T di un paziente che esprimono la molecola CD3. In questo modo, i linfociti T del paziente mediano l’eliminazione delle cellule maligne con una modalità altamente selettiva e specifica”.

Siamo, quindi, di fronte a un esempio di medicina di precisione dovuto a un meccanismo d’azione assolutamente innovativo, preciso e selettivo che permette di aggredire in maniera molto mirata tutte le cellule neoplastiche che esprimono il bersaglio target CD19.

Miglioramenti anche negli adulti

Come ricorda Sabina Chiaretti, docente presso il Dipartimento di Medicina Traslazionale e Precisione dell’Università La Sapienza di Roma, negli ultimi anni ci sono stati progressi nelle cure che hanno interessato anche l’adulto.

In questo senso, blinatumomab è stato approvato fin dalla prima linea per le forme che interessano gli adulti. “Inizialmente siamo stati in grado di capire che i cosiddetti schemi polichemioterapici che venivano utilizzati nel bambino, con le dovute modifiche di dose legate alle comorbidità del paziente adulto, potevano essere applicati anche a quest’ultimo fino almeno all’età di 55 anni, se non oltre fa sapere l’esperta -. Questo è stato uno dei primi passi che ha portato al miglioramento del trattamento delle leucemie acute linfoidi.

Il secondo passo, di non minor rilevanza, è stata l’introduzione del concetto di malattia minima residua, parametro che non si limita a valutare il numero di cellule che si vedono morfologicamente al microscopio ottico, ma che, grazie all’impiego di metodiche di biologia molecolare, consente di identificare la persistenza anche di un numero molto esiguo di cellule leucemiche, come una ogni 100mila”.

Questa è stata un’altra pietra miliare nel trattamento delle leucemie acute linfoidi dell’adulto. Sulla base di questi progressi, il tasso di sopravvivenza del paziente anche adulto si è posizionato intorno al 60%. “A tutto questo si è aggiunta l’introduzione di blinatumomab che, proprio perché sfrutta un meccanismo d’azione diverso, basato sull’immunoterapia e sullo stimolo del sistema immunitario, ha fatto sì che anche nei pazienti definiti “MRD positivi” si potesse ottenere quel parametro di malattia minima residua negativa, con scomparsa della malattia – conclude Chiaretti -”.

Le indicazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a scopo informativo e divulgativo e non intendono in alcun modo sostituire la consulenza medica con figure professionali specializzate. Si raccomanda quindi di rivolgersi al proprio medico curante prima di mettere in pratica qualsiasi indicazione riportata e/o per la prescrizione di terapie personalizzate.