Chi ha provato a mettersi a dieta, specie se ferrea, lo sa bene: avere fame rende nervosi. Adesso, però, arriva non solo la dimostrazione scientifica del motivo, ma anche la spiegazione del meccanismo che lega il desiderio (o il bisogno) di mangiare al senso di rabbia vera e propria. Gli inglesi hanno persino coniato un termine nuovo, hangry, che deriva da hungry, “affamato, fame” e angry, che indica la rabbia e chi la prova.
Il nesso tra fame e rabbia
Ad indagare perché quando si ha fame ci si sente più aggressivi è stato un gruppo di ricercatori cinesi, che ha appena pubblicato uno studio sulla rivista Nature Communications. Il team, guidato da Junlong Wang, insieme a colleghi del College of Life Sciences della Zhejiang University di Hangzhou, del Research Center for Industries of the Future and Key Laboratory of Growth Regulation and Translational Research con sede a Zhejiang e della School of Life Sciences della Westlake University and Laboratory of Life Sciences and Biomedicine di Hangzhou, ha analizzato cosa accade nel cervello di un moscerino della frutta. L’insetto, che scientificamente si chiama Drosophila melanogaster, è stato studiato fino a individuare il meccanismo che lega il bisogno di cibo a una aggressività crescente: tutto dipenderebbe da un neurone.
Il neurone che rende aggressivi
Gli autori della ricerca, non a caso, lo hanno definito hangry neuron, cioè il “neurone della fame-rabbia”. Si tratta di una sorta di interruttore che, dopo aver ricevuto il segnale del bisogno di nutrirsi, permette di modulare la risposta in termini di aggressività. La vera novità della ricerca, infatti, non sta solo nella conferma dello stretto rapporto tra fame e rabbia, ma nella scoperta che esiste una gamma di intensità variabile: di fatto, quindi, l’interruttore non agisce solo in termini di presenza o assenza di risposta aggressiva, ma ne determina la forza e la veemenza.
Come funziona la risposta aggressiva
Quello che i ricercatori hanno individuato è il meccanismo che fa scattare una risposta aggressiva, di intensità variabile, allo stimolo della fame. Il neurone in questione, dunque, riceve informazioni tramite due recettori, chiamati Dop1R1 e Dop1R2, dove il suffisso “Dop” indica il nesso con il circuito della dopamina, l’ormone della ricompensa e dell’eccitabilità. Il primo recettore, infatti, agisce soprattutto tramite una via intracellulare legata all’AMP ciclico e, in concreto, porta ad aumentare l’irritabilità e la rabbia; il secondo, invece, entra in azione attraverso il calcio e riduce l’intensità della reazione. In una condizione di normalità, si vive una sorta di equilibrio tra i due, ma se aumenta il bisogno di cibo ecco che uno prevale sull’altro, secondo un grado variabile legato proprio a quanta necessità di mangiare viene comunicata.
Quanto contano ambiente e zucchero
Come sottolineano gli stessi ricercatori, tuttavia, se il comportamento del moscerino è fortemente dipendente dalle reazioni “chimiche” scoperte, nell’uomo è plausibile che entrino in giochi anche altri fattori, nel determinare il comportamento a digiuno. Rimanendo a livello fisiologico, ad esempio, altri studi hanno indicato il ruolo centrale giocato dai livelli di zucchero nel sangue. I carboidrati, le proteine e i grassi che sono assunti tramite la dieta, infatti, sono trasformati in zuccheri semplici, ossia glucosio, utile al funzionamento degli organi. Tra questi, però, c’è anche il cervello che, pur costituendo soltanto il 2% del peso corporeo complessivo, necessita di circa un quinto del glucosio totale che occorre all’intero organismo. Per questo, in caso di ridotto apporto (come avviene durante una dieta rigida o in una condizione di digiuno) il cervello, e in particolare la corteccia prefrontale, avverte l’abbassamento dei livelli e invia segnali di emergenza al corpo. L’obiettivo è favorire una nuova sintesi di zucchero e per farlo vengono rilasciati ormoni come l’adrenalina, che aumenta lo stato di eccitazione e allerta, e il cortisolo, responsabile dello stato di stress. Per questo, quando si ha più appetito – per non dire fame – si diventa più pronti a reazioni impulsive.
Perché prevale la rabbia
Spesso gli scienziati si sono chiesti, però, perché prevalga il senso di rabbia in caso di fame, rispetto ad altre emozioni. La risposta è che, in condizioni di bisogno di cibo, il cervello attiva la produzione di un neuropeptide (chiamato “Y”): si tratta di una sostanza chimica che agisce su diversi recettori, tra i quali quelli deputati a regolare proprio l’aggressività. In una condizione di maggiore attivazione di questo peptide, dunque, diventa difficile mantenere l’autocontrollo: la corteccia prefrontale riduce la propria efficienza, a favore invece dell’amigdala, ossia quella parte del cervello che è responsabile delle reazioni emotive più istintive e primordiali.
Quanto contano indole e ambiente
Come emerso da diversi studi, compiuti tra il 2025 e il 2026, focalizzati sul ruolo dell’ambiente nel generare aggressività, anche i fattori esterni influiscono sulle manifestazioni di rabbia di singoli individui, a loro volta condizionati anche dalla personalità. L’ambiente lavorativo, per esempio, è uno dei maggiori trigger scatenanti di picchi di irritabilità, soprattutto se vissuto in modo stressante. Gli esperti di nutrizione, tuttavia, suggeriscono alcune strategie per evitarli, consigliando di scegliere alimenti a basso indice glicemico invece che a snack ipercalorici o ricchi di zucchero. Cereali integrali, fibre e proteine – anche con più grassi, ma naturali – possono fornire energia in modo costante, garantendo “carburante” al cervello e umore migliore.