Con la scomparsa di Francesco Guccini, “Maestrone” della canzone d’autore italiana, spentosi a Pavana a 86 anni, se ne va una voce irripetibile, ma non l’immaginario che ha saputo cristallizzare. Perché diciamocelo, le sue canzoni hanno fatto molto più che descrivere un’epoca.
Forse non è la prima associazione che corre alla mente, eppure anche la moda perde oggi uno dei suoi più involontari e potenti narratori: nel corso della sua leggendaria carriera il cantautore ci ha infatti ricordato come lo stile non nasca solo sulle passerelle, ma anche dalle parole dei poeti come lui. Basti pensare che, proprio attraverso la sua musica, un giaccone informe e popolare come l’eskimo si è spogliato della sua pura funzione utilitaristica per diventare l’icona culturale di un’intera generazione, un capo capace di rinascere ciclicamente fino a conquistare persino il lusso contemporaneo.
L’eskimo, da simbolo di contestazione e povertà scelta a puro lusso (anche) grazie a Guccini
Ispirato agli spessi capispalla tipici delle popolazioni artiche, l’arcinoto giaccone con il cappuccio e la fodera interna è oggi ricordato come la divisa spontanea delle lotte studentesche del Sessantotto e degli anni Settanta: era economico, caldo e accessibile a chiunque, la perfetta antitesi, insomma, del paltò borghese. Fu però nel 1978, con la pubblicazione del brano di Guccini intitolato proprio Eskimo, che questo indumento smise di essere puramente stoffa per farsi memoria.
Il cantautore italiano cantava di averne indossato uno innocente, “dettato solo dalla povertà, non era la rivolta permanente”, riuscendo a fotografare nitidamente la vera essenza di una giovinezza romantica, squattrinata e idealista vissuta tra le strade di Bologna e così anche la dolceamara malinconia dei ricordi, del contrasto tra le aspirazioni giovanili e le disillusioni che sorgono con l’età adulta.

Come accade per i grandi miti culturali, il capospalla è poi ampiamente sopravvissuto alla fine della stagione politica che lo ha generato, dimostrando una straordinaria capacità di reinventarsi attraverso i decenni: se il mondo della moda lo ha progressivamente assimilato, destrutturato e riproposto in un continuo gioco tra nostalgia e innovazione estetica, i mercatini dell’usato e i collezionisti hanno iniziato a dare la caccia ai modelli originali dell’epoca, trasformando il simbolo di contestazione e povertà scelta per eccellenza in un vero e proprio feticcio per le nuove generazioni appassionate di vintage.
Proprio da questa unione improbabile è nato il celebre parka verde: sono state le blasonate firme dell’haute couture a portarlo in passerella, sostituendone l’originaria fattura dozzinale con materiali pregiati, come il velluto o le lane termiche d’alta gamma, pur mantenendo integro quel suo sapore fortemente urban e disimpegnato.
Da icona a lusso, da lusso di nuovo a poesia
È così che oggi l’intramontabile eskimo vive una nuova giovinezza nei guardaroba contemporanei: avrà anche perso la connotazione strettamente politica di un tempo, ma conserva intatto quel fascino intellettuale e ruvido che lo rende la giacca ideale per chi cerca uno stile autentico, lontano dagli eccessi del fast fashion.
Ed ecco che, ora che il Maestro ci ha lasciati, vederlo appeso all’attaccapanni assume un significato ancor più profondo: resta il manifesto tessile di un’Italia che ha sognato, cambiato pelle. Guccini se n’è andato, ma ogni volta che sceglieremo quel giaccone verde per proteggerci dal freddo, continueremo a portare addosso un pezzetto della sua immortale poesia.