L’espressione hurried child syndrome (letteralmente “sindrome del bambino frettoloso) descrive una condizione in cui l’infanzia viene compressa, accelerata, quasi saltata. I bambini sono spinti a comportarsi, rendere e performare come piccoli adulti prima di averne le competenze emotive e cognitive. Non si tratta di una diagnosi clinica ufficiale, ma di una categoria pedagogica e culturale utile per leggere un fenomeno sempre più diffuso: bambini con agende piene come manager, iperstimolati, carichi di aspettative scolastiche e sportive, poco tempo per il gioco libero e un precoce contatto con dinamiche tipiche dell’età adulta (competizione, social media, successo, produttività).
Già solo fin qui, pochi di noi faranno fatica a comprendere di cosa stiamo parlando. Chiunque abbia un figlio/figlia anche solo alla scuola dell’infanzia ne ha avuto esperienza: bambini e bambine che si preparano per la scuola primaria, alla primaria che si preparano per le medie, alunni delle medie con un carico di compiti e stimoli con l’obiettivo di arrivare pronti alle superiori. Da piccolissimi si imparano più lingue (nelle scuole bilingue o con le tate straniere), con l’idea di non perdere tempo neanche quando le capacità motorie sono alla stato post gattonamento. Da piccolissimi si anticipano esperienze tecnologiche, contatti con il virtuale. Infine, anche l’intrattenimento diventa una tappa da smarcare quanto prima, esponendo bambini in età non consigliata a pellicole pensate per un pubblico adulto o preadolescente.
Chissà quanti di noi si stanno riconoscendo in questa fotografia, anche solo in parte. E chissà quanti di noi, comprensibilmente, non ci vedono niente di male. Il focus però, nel caso della hurried child syndrome o sindrome del bambino frettoloso, non sta nelle nostre intenzioni di noi genitori o degli insegnanti, ma è nelle conseguenze di queste abitudini. Non c’è niente di male ad insegnare ordine, responsabilità, senso del dovere ad un bambino/a piccolo, con l’idea di aiutarlo a vivere in modo meno traumatico il passaggio alla scuola primaria o, per fare un altro esempio, ad insegnare una lingua straniera, quando la mente è estremamente aperta ad un apprendimento naturale, spontaneo, in tenera età, la questione è diversa. Si tratta di pressione, competizione, performance: tre parole che dovrebbero cozzare con il termine infanzia!
Ed è questo che affrontiamo in questo articolo: cos’è e da dove viene la definizione di hurried child syndrome, quali sono le cause ed i segnali e cosa possiamo fare per evitare che i nostri bambini e le nostre bambine saltino a piè pari l’infanzia per venire catapultati nel mondo degli adulti.

Indice
Hurried child syndrome: cosa vuol dire e dove nasce
La sindrome del bambino frettoloso ha trovato una sua definizione negli anni ’80 dallo psicologo statunitense David Elkind, docente ad Harvard e autore del libro The Hurried Child (1981). David Elkind era uno psicologo infantile, educatore e autore americano, noto per i suoi studi sullo sviluppo cognitivo, sociale e percettivo. Il suo lavoro era focalizzato particolarmente sull’influenza che lo stress e la velocità aveva nel periodo dell’infanzia. È stato il primo ad aver parlato dell’importanza del gioco come necessità fisiologica durante l’infanzia a contrasto con lo stress della società che accelera la crescita dei bambini,
Elkind osservava già allora come le famiglie della classe media americana, nel tentativo di garantire ai figli un vantaggio competitivo, stessero trasformando l’infanzia in una corsa contro il tempo. Anticipare la lettura, moltiplicare i corsi, riempire ogni ora libera: l’idea implicita era che “prima è meglio”. E stiamo parlando di un’epoca molto più lenta di quella che viviamo e facciamo vivere oggi!
Lo psicologo sosteneva la necessità di cambiare il modo in cui genitori ed educatori comprendono l’adolescenza e la necessità di rispettare i ritmi naturali dell’infanzia, opponendosi alla pressione accademica precoce. Secondo Elkind, questa fretta di anticipare, di bruciare le tappe, non produce bambini più competenti, ma più stressati, ansiosi e fragili emotivamente.

Il Bambino Frettoloso, oggi
Se già all’epoca, si era evidenziata la necessità di rallentare i ritmi, possiamo facilmente immaginare quanto oggi sia più che mai urgente un cambio di rotta. La situazione, oggi, appare amplificata a causa della tecnologia, della cultura della performance, della precarietà sociale e della paura del fallimento. Oggi l’infanzia è improntata a prepararsi ad un ‘età adulta in cui raggiugere il successo, la notorietà, senza prevedere la possibilità di sbagliare, di cambiare rotta, di essere confusi o dubbiosi. Il tempo per annoiarsi, inventare, sognare – elementi fondamentali dello sviluppo – si è assottigliato: mai perdere tempo è la nuova ninna nanna!
Eppure, come ricordano le neuroscienze dello sviluppo, il cervello infantile matura per tappe: anticipare certe richieste non accelera la crescita, ma rischia di creare sovraccarico. Durante il famoso tempo della noia, il cervello continua a lavorare, a sedimentare esperienze, nozioni, senza essere impegnato in una gincana di attività continue ed impegnative a tutti i livelli. Per non parlare dell’impatto disastroso (e non sono opinioni singole ma risultati scientifici a dircelo) del tempo passato sui device (spacciato per tecnologia) durante le pause tra un impegno ed un altro!

Perché i bambini crescono troppo in fretta: le cause
La Hurried Child Syndrome non nasce dal nulla. È il prodotto di un certo modello di società. Una società in cui ogni singola azione è svolta per raggiungere un obiettivo, una società nella quale vivere esperienze fini a se stesse, senza dimostrare, senza condividere è vissuto come una perdita di tempo. Una società nella quale dirsi impegnati, stanchi, stressati ha valore come se ci definisse la nostra dignità. Viviamo in un contesto che valorizza produttività, risultati, velocità. Anche l’educazione rischia di piegarsi a questa logica: voti, certificazioni linguistiche, sport agonistico precoce, corsi strutturati già a tre o quattro anni. L’infanzia diventa un investimento, non più un tempo in sé.
Tra i fattori principali troviamo:
- iperprogrammazione delle giornate;
- pressione scolastica anticipata;
- confronto continuo tra genitori;
- uso precoce di dispositivi digitali e social;
- adultizzazione emotiva.
La pedagogia contemporanea, pensiamo anche solo a Maria Montessori, ci ricorda che il bambino apprende attraverso il gioco spontaneo e l’esperienza concreta. Ogni fase ha bisogni specifici che non possono essere forzati, saltare una tappa significa costruire su fondamenta fragili. È la sicurezza emotiva, non la prestazione, il prerequisito per un sano sviluppo. Un bambino cronicamente sotto pressione fatica a sentirsi al sicuro, per cui anche il suo apprendimento ne risente.
C’è poi la dimensione digitale: l’esposizione precoce a contenuti sociali e mediatici introduce modelli di bellezza, successo e popolarità tipici dell’adolescenza o dell’età adulta che il bambino/a subisce senza avere strumenti adeguati di cui anche noi adulti siamo carenti.

La Sindrome del Bambino Frettoloso: i segnali
I campanelli d’allarme ricorrenti nei bambini che vivono una condizione adulta, in cui la propria esistenza è disegnata come quella di un adolescente o di un adulto in genere, possono essere i seguenti:
- ansia da prestazione;
- paura di sbagliare;
- difficoltà a giocare liberamente senza obiettivi;
- stanchezza cronica;
- irritabilità o scoppi emotivi;
- disturbi del sonno;
- perfezionismo precoce;
- perdita di interesse per attività spontanee;
- somatizzazioni (mal di pancia, mal di testa prima di scuola o impegni);
Spesso questi bambini parlano e ragionano come adulti, ma non hanno ancora strumenti emotivi adeguati. Sanno organizzare, ma non gestire la frustrazione. Sembrano autonomi, ma sono interiormente sotto pressione.
La letteratura scientifica sullo stress infantile, per esempio gli studi di Bruce McEwen (neuroendocrinologo statunitense, e ricercatore universitario, noto per aver messo in evidenza le conseguenze dello stress sulla salute) mostra come lo stress cronico possa avere effetti sullo sviluppo neurologico, aumentando vulnerabilità ad ansia e depressione. Inoltre, la mancanza di gioco libero limita lo sviluppo delle funzioni esecutive (attenzione, autocontrollo, problem solving), competenze che nascono proprio dall’esplorazione non strutturata. Paradossalmente, potremmo dire che, voler preparare meglio e prima i figli, può renderli meno preparati.

Cosa possono fare i genitori (e la società) per proteggerli
La hurried child syndrome non è una patologia, lo abbiamo anticipato all’inizio di questo articolo per cui non va “curata” ed è assolutamente modificabile, in quanto frutto del nostro tipo di società. Certo, non è facile capire come, qual è il giusto equilibrio fra esporre i bambini/e ad esperienze piacevoli, ricche, anche costruttive ma senza renderli schiavi di stili di vita che non si confanno alla loro età. Soprattutto perché ogni famiglia, inevitabilmente, risente di quello che fanno le altre famiglie ma anche dei modelli all’interno delle scuole.
Il primo passo che possiamo mettere in campo è cambiare prospettiva: l’obiettivo non è far correre i bambini avanti, ma accompagnarli nel loro ritmo naturale. Questo significa, concretamente, restituire tempo: il tempo per giocare senza scopo; il tempo per annoiarsi; il tempo per stare in famiglia senza prestazioni. Cambiare prospettiva, comporta anche tidurre gli impegni extrascolastici. Non serve riempire ogni pomeriggio: dobbiamo sforzarci di capire, per quanto non sia facile, che avere un’agenda vuota non è una sconfitta educativa: ma uno spazio di crescita.
È utile anche rivedere il linguaggio: cominciamo a dire: “Divertiti!” e non solo “Cerca di essere il migliore”. Spostiamo il focus sul viaggio e non sul risultato. Ovviamente vanno compresi i contesti ed in base a quelli comportarsi di conseguenza, ma il concetto rimane sempre quello: non insegniamo a preformare, a competere e ad avere paura del fallimento.
Infine, un altro punto importante riguarda l’aspetto emotivo. Ricordiamo che i bambini sono piccoli adulti non fungono da confidenti o partner. Dobbiamo farli sentire al sicuro, protetti, non coinvolti nelle preoccupazioni adulte. Cosa, quest’ultima, che a volte accade durante le separazioni, ad esempio.
Infine, va fatta una considerazione, fare questo lavoro da soli non è facile: scuola, istituzioni e media devono contribuire. Forse, la nostra vessatissima generazione di genitori di oggi incontra il più grosso ostacolo di sempre: essere soli, essere sempre giudicati. Veniamo giudicati per ogni scelta, all’interno di una società cieca rispetto ai bisogno dei bambini/e. Questi ultimi visti vengono avvertiti come una minaccia, come ostacoli o anche guardati con indifferenza, senza pensare che l’infanzia è una fase brevissima che, se vissuta in modo adeguato, porta benefici importanti per ogni membro della società, in futuro. Anche di quello che mal sopporta un palla in cortile durante le ore consentite!
Cosa possono fare la società e la scuola per cambiare rotta:
- limitare la competizione precoce;
- valorizzare il gioco e l’educazione socio-emotiva;
- contrastare l’iperstimolazione digitale;
- sostenere politiche family-friendly (tempi di lavoro più compatibili con la vita familiare).
Lo abbiamo capito, evitare l’adultizzazione dei nostri bambini/e non è una responsabilità individuale ma un tema culturale. Uno dei tanti che fatichiamo ad affrontare, qualsiasi sia il colore della bandiera che sventoli sulle nostre teste.

Quando dobbiamo preoccuparci: l’età
Un certo grado di stimolazione è positivo e necessario, lo abbiamo chiarito. Non si tratta di eliminare attività o sfide, ma di trovare il giusto equilibrio. La hurried child syndrome tende a manifestarsi soprattutto tra i 4 e i 12 anni, quando il bambino è ancora nella fase del gioco simbolico e dell’apprendimento esperienziale. Anticipare logiche di performance in questo periodo è particolarmente rischioso. Se notiamo segnali di stress persistente, tristezza o somatizzazioni, può essere utile confrontarsi con un pediatra o uno psicologo dell’età evolutiva. Non per etichettare, ma per capire come alleggerire il carico. L’infanzia non è una gara di velocità ma un tempo biologico, emotivo e relazionale che non può essere accelerato senza conseguenze.
Come scriveva Elkind, “I bambini non hanno bisogno di essere spinti avanti, ma di essere lasciati crescere”. Forse la vera sfida educativa di oggi è proprio questa: difendere la lentezza in una cultura che corre. Perché un bambino che ha potuto essere bambino sarà un adulto più solido, creativo e sereno. E, paradossalmente, anche più competente.