Tutto il furore, Valentina Mira: “L’eccesso di coincidenze tra romanzo e realtà ora m’inquieta”

Valentina Mira ci racconta il suo ultimo romanzo, "Tutto il furore", edito da Feltrinelli: uno sguardo intenso e quasi profetico sulla società

Foto di Federica Cislaghi

Federica Cislaghi

Royal e Lifestyle Specialist

Dopo il dottorato in filosofia, decide di fare della scrittura una professione. Si specializza così nel raccontare la cronaca rosa, i vizi e le virtù dei Reali, i segreti del mondo dello spettacolo e della televisione.

3 min di lettura

In un mondo livido e terminale fatto di call center bugiardi, magazzini invisibili, app di incontri e città che costringono a correre senza arrivare mai, la Multinazionale diventa il simbolo di un sistema che assorbe anche il conflitto, trasformandolo in logistica, profitto, normalità.

Tutto il furore, edito da Feltrinelli, è un memorabile romanzo corale sulla guerra quotidiana combattuta al lavoro, nei corpi, nelle linee di frattura dei traumi e in certi silenzi che paiono abissi. E noi ne abbiamo parlato con la sua autrice, Valentina Mira.

Che cosa provoca il “furore” che dà il titolo al suo ultimo romanzo, Tutto il furore?
Nel Furore di Steinbeck che ho omaggiato nel titolo c’era la banca, qui c’è la grande Multinazionale della logistica, c’è l’algoritmo, chi tiene i fili si fa ancor più invisibile e dislocato. Il potere è occulto, senza nome: un polpo che non disdegna, quando ha fame, di mangiare uno dei suoi stessi tentacoli. In Tutto il furore c’è oggi: lo sfruttamento sul lavoro, dal punto di vista di quattro giovani, ci sono i furgoni, le proteste, un militare tradito dallo Stato (come è successo a migliaia di loro, per l’uranio impoverito), il nostro non arrivare a fine mese, esseri umani che sono stanchi di sopravvivere e del metadone di Tinder, Instagram, TikTok, skincare, bisogni indotti, individualità che si sciolgono nel collettivo, nella diserzione, nella rivolta. Ma il romanzo è uscito un attimo prima che scoppiasse anche nella realtà.

La società sembra comprimere il singolo individuo, ma c’è ancora spazio per il riscatto: in che modo?
Unendoci. Con intelligenza, evitando la manipolazione da parte di chicchessia. Anche in questo i libri si contrappongono all’algoritmo e all’immediatezza infantile che deriva dall’affidarsi mani e piedi a simboli, talvolta anche umani.

Il suo romanzo è di estrema attualità, considerando i recenti fatti di cronaca, qual è il messaggio che ha voluto lasciare?
Il romanzo è uscito il 29 settembre, poco prima che scoppiassero le rivolte in Francia, in Spagna, in Albania, in Italia. È risultato profetico in un modo che all’inizio mi ha divertita, una scrittrice-Cassandra, una strega; ora l’eccesso di coincidenze tra romanzo e realtà m’inquieta. Tornando alla domanda: io non lascio messaggi nei miei libri. O meglio, li nascondo. Se avessi saputo riassumere più di 350 pagine in uno slogan sarei una che fa caroselli sui social. Questo invece è un romanzo, non si percepisce manifesto né si offende se dei ragazzi in rivolta lo buttano per terra; al massimo si fa una risatina complice se poi c’inciampano sopra, perché i libri sanno di servirci ancora.

I quattro protagonisti sono ispirati a persone reali?
Non più che in qualunque altro romanzo, mettiamola così.

Incertezza e precarietà sono i grandi temi che affronta nel romanzo: come ha costruito la sua storia? Da quali “fonti” è partita?
Libri su libri, inchieste italiane e non, romanzi sulle parti anche collaterali dei singoli argomenti che tratto, e poi sì, le nostre vere vite, che sono state il punto di partenza e l’innesco.

Nei suoi romanzi tratta di argomenti difficili: X è la storia di uno stupro, Dalla stessa parte mi troverai affronta le vicende drammatiche degli anni di piombo. Qual è per lei il compito della letteratura di fronte alla realtà?
Premetto che per me la letteratura è libera di fare quello che le pare. Sembra però che nello specifico la mia non si assuma la responsabilità di far del male a degli alberi per stampare su carta qualcosa che riterrei (almeno dalla mia penna) superfluo. E – che sbagli o meno – quello che non ritengo superfluo è ciò che non si riesce a dire in altro modo che per iscritto. I tabù. La zona grigia tra vittima e carnefice, tra buono e cattivo. I segreti (personali, pubblici, localissimi e internazionali), le storie tacitate. I romanzi devono poter essere la voce che non ci esce in altro modo. Nel film Elvis di Baz Luhrmann veniva detto “se non puoi dire qualcosa, cantala”. I libri per me sono quel canto. Col pregio del silenzio, del segreto: canto sussurrato, telepatia.

Perché dovremmo leggere Tutto il furore?
Perché è stato profetico. Perché è iconoclasta. Perché in un romanzo ho nascosto delle inchieste su argomenti altrimenti non affrontabili né facilmente fruibili, spesso neanche divulgabili in altro modo (la Multinazionale, l’uranio impoverito, alcune strutture nascoste del potere). Perché leggerlo sarà come seguire un coniglio nella sua tana. Ma non sta a me convincere a comprare un mio libro: mi entra circa un euro a copia, e invece dentro a questo romanzo c’è tutto ciò a cui tengo, è un all in.

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