Simona Atzori: «Io non sono il mio corpo. Il mio corpo racconta storie»

«La bellezza di ognuno di noi sta nella propria diversità, questo mi hanno insegnato i miei genitori. Ho accolto la mia natura e ho imparato ad amarmi per quella che sono»

Irene Vella Giornalista televisiva

Simona Atzori non è il suo corpo, lo dice più volte durante l’intervista, sottolineando che lei ha un corpo attraverso il quale esprime sé stessa, dipingendo emozioni e raccontando storie. Dopo averla ascoltata posso dire con certezza che Simona non è l’involucro che la contiene, anche perché la sua vitalità è difficile da racchiudere in un corpo solo, lei è magia, è terapia, è un piacere per gli occhi, è musica per chi sa ascoltare e andare al di là di quello che percepisce la vista.

Perché tutto di lei è incantato, anche la voce, che si emoziona parlando dei ricordi, che sorride o diventa più modulata e decisa quando argomenta tematiche profonde, e ti coccola con le parole quando parla del suo amore ricambiato e “gratuito” (come dice lei) per i figli del suo ex compagno, o di quanto le siano mancati gli incontri (fisici) motivazionali che era abituata a tenere durante l’anno e che, causa Covid, si sono rallentati e spostati sulle piattaforme digitali. Posso dire, con la sicurezza di non essere smentita, che Simona è una medicina che cura, andrebbe prescritta dal medico, lei che sorride con tutto il corpo, lei fata ballerina è stata l’intervista che non avrei mai voluto finire, quella che una volta trascritta avrei voluto ricominciare daccapo per tutto quello che in solo mezz’ora è riuscita a trasmettermi. E se volete farvi un regalo, mettetevi comode, prendetevi del tempo e leggetela. In esclusiva per le lettrici di DiLei Simona Atzori.

Vuoi raccontarci chi sei?
Simona è semplicemente una giovane donna che vive delle sue passioni e questo è un grande privilegio. Le mie passioni più grandi sono la danza, la pittura e la scrittura, e il tutto viene racchiuso dalla comunicazione che è il mio amore più grande, la voglia di comunicare agli altri quel qualcosa che è dentro di me che sto ancora cercando di capire da dove nasca e che a volte non riesco a contenere, a volte non voglio contenere.  Mi piace pensare che sia parte del mio progetto, di essere qui in questa vita.

Quando hai capito che ti mancava “qualcosa” (in senso fisico) rispetto agli altri? È stata una sofferenza o una semplice accettazione?
A volte devo ancora capirlo e sembra strano, quella percezione l’ho avuta quando ero adolescente, non quando ero bambina, perché da piccola avevo una grande consapevolezza del mio corpo e del fatto che fossi semplicemente così, dovuto allo sguardo della mia famiglia e a quello che mi hanno trasmesso, la mia unicità e il fatto che in realtà non mi mancasse qualcosa, ero semplicemente così.  Durante l’adolescenza invece ho capito che mi mancava qualcosa, lo capivo dagli sguardi degli altri, non che non avessi la consapevolezza di fare tutto con i piedi, ma era il mio mondo, il mio modo e per me questa differenza non rappresentava un problema. Ha iniziato ad esserlo quando l’ho visto negli altri, mi sono specchiata negli occhi degli altri che mi vedevano diversa e lì è stato difficile perché non lo volevo, perché non capivo, perché avrei voluto che tutto continuasse come quando ero bambina, perché la bellezza di ognuno di noi sta nella propria diversità, questo mi hanno insegnato i miei genitori, diventa un qualcosa in più, non un qualcosa in meno, però negli occhi degli altri leggevo invece lo sguardo di sottrazione, che toglie qualcosa, e lì c’è stato l’inizio di un percorso di vita in cui ho capito che sentirmi diversa a causa degli altri era una strada che non volevo percorrere, ho combattuto con me stessa perché volevo essermi fedele. Ho provato una sofferenza che arrivava dagli altri. Non è stata un’accettazione, io mi accolgo non mi accetto, ho sempre fatto questa distinzione perché l’ho vista negli occhi dei miei genitori, ho sempre sentito una grande accoglienza nel mio modo di essere, ho sentito la capacità che loro hanno avuto di accogliermi e io ho fatto così, ho accolto la mia natura e ho imparato ad amarmi per quella che sono.

La famiglia è di fondamentale importanza per superare momenti difficili, quanto è stata importante la tua?
È stata fondamentale, è la parola giusta, perché mi ha trasmesso il modo di approcciare la vita, loro mi hanno accolto come un grande dono non a parole ma a fatti, mi hanno accompagnato nelle varie fasi della mia vita. La mia mamma ha avuto un grandissimo ruolo, una donna di grande amore che mi ha dato tutto quello che un figlio può desiderare da un genitore, nei suoi occhi leggevo la sua fiducia in me, da ragazzina a volte ci credeva più di me, per me era così importante il suo sguardo, che adesso che non c’è più, ogni tanto lo cerco perché mi manca tanto, faceva la differenza e adesso non solo devo ricordarmelo, devo ricrearlo dentro di me, ed  è impegnativo perché lei era una donna fuori dal comune. Credo che non sarei mai potuta nascere da nessun’altra donna, lei aveva un grande amore per la vita, la sua grande passione era la vita, l’amore per le persone, la voglia di aiutare le persone me lo ha trasmesso. Dico sempre che lei mi ha lasciato un borsone con tutti gli strumenti necessari per affrontare la vita, a volte si fa fatica a trovare quello giusto ma so che c’è, devo solo cercarlo meglio se all’inizio non lo trovo. Provo un’immensa gratitudine nei confronti dei miei genitori e del loro amore.

La prima volta che hai ballato che cosa hai provato, che sensazioni ti dà la musica?
La musica è una magia, scatena magia, è quel quid che fa partire la danza, è una compagna, tu danzi con il corpo, con le tue emozioni, è fisica. C’erano dei momenti da bambina in cui la musica partiva e io non potevo fare a meno di seguirla. La prima volta che ho danzato in un palcoscenico ero ad Hannover, penso a questo palco nell’anno 2000, che ha cambiato la mia vita per sempre, una grandissima agitazione, mi tremavano le gambe, finalmente il sogno si stava avverando. Mi viene in mente questa frase che ho scritto nel mio libro (“Cosa ti manca per essere felice”, ndr.): “Non ero più la ragazza che sognava, ero nel sogno”. La danza rappresenta il sogno, io lo attraverso, posso raccontare la storia che vivo, in segreto perché la comunicazione con il corpo non è come quella verbale, va interpretata, ogni volta che danzo posso raccontarne una diversa, e lì in quel preciso momento mi sento libera.

Che cosa esprimi attraverso la pittura?
Ho iniziato a dipingere quando ero molto piccola, poi dall’età di otto anni sono entrata a far parte dell’associazione dei pittori che dipingono con la bocca e con i piedi e grazie a quell’opportunità la pittura è diventata parte fondamentale della mia vita. Dipingo spesso quando sono tormentata perché quella tela bianca che ho davanti è un’opportunità per raccontare qualcosa di segreto che ho dentro, è come la danza, sono i miei mondi, sono il mezzo attraverso il quale comunicare quello che ho dentro, che a volte non so nemmeno di avere. È un rapporto intimo con la Simona più nascosta, perché mentre danzi hai un pubblico davanti, quando dipingi sei sola ed è un viaggio straordinario.

Tu sei nata senza braccia, per quale motivo non hai voluto le protesi?
Io ho provato a utilizzarle da bambina, ma per il mio tipo di mancanza le protesi sono difficili da portare perché sono completamente sbracciata (ride di gusto, ndr.), non c’è il movimento della spalla, diventa davvero complicato usarle e non potrebbero mai sostituire quello che faccio con le gambe. Così nonostante i miei genitori mi abbiano dato l’opportunità di provare, ho capito con il tempo che non mi erano d’aiuto. Questo naturalmente nel mio caso e ci tengo a specificarlo perché per realtà diverse, come per esempio per quelli che non hanno le gambe, le protesi vengono usate per camminare e sono fondamentali. Io alla fine ho capito che Simona è questa e vado bene così.

Simona Atzori e il suo libro. Foto G. Rigon

Ho letto in qualche intervista del tuo desiderio di diventare madre, e l’accettazione del fatto che non sia arrivato un figlio, hai mai preso in considerazione altri tipi di maternità?
Io avevo questo desiderio che non è arrivato, ma in realtà ho la fortuna di avere un grande amore con i tre figli del mio ex compagno che da vent’anni sono nella mia vita e li amo così tanto e dire “come se fossero i miei figli” mi sembra quasi riduttivo,  perché l’amore non ha formule, loro sono parte di me io non sarei quella che sono senza, mi hanno permesso di provare quell’amore che si prova per un figlio per il quale daresti tutto. Ora sono grandi e sono sempre più innamorata di loro, appena possono vengono da me ed è qualcosa di unico, fin da bambini lo abbiamo chiamato “l’amore gratuito” perché non chiede niente in cambio, a volte l’amore di coppia o anche tra genitori e figli diventa condizionato, noi invece semplicemente scegliamo di amarci, non perché c’è qualcuno che ce lo dice, ma semplicemente perché lo vogliamo.

Hai mai odiato il fatto di essere senza braccia? O le hai “semplicemente” sostituite con le gambe?
Non ho mai odiato il fatto di essere senza braccia, io sono così. E questo sentimento l’ho sempre provato, fin da bambina, la difficoltà spesso è negli altri. I momenti di grande difficoltà sono stati nell’adolescenza perché non avevo gli strumenti per combattere quegli sguardi di compassione nei mie confronti, che non volevo e che non capivo, perché io mi sono sempre vista Simona completa così, il mio corpo è uno strumento, io sono quella dentro a questo corpo, se odiassi il fatto di non avere le braccia odierei me stessa. Io non sono il mio corpo, io ho un corpo dalla forma particolare che mi ha permesso di fare cose straordinarie, che forse non avrei fatto se avessi avuto due braccia, quindi in realtà lo ringrazio sempre, ringrazio le mie gambe e i miei piedi, che agiscono in modo straordinario, a volte anche con un po’ di fatica perché sto andando avanti con l’età, eppure mi seguono in tutte le mie pazzie. Posso solo provare una gratitudine immensa per l’opportunità che mi danno.

Sei una donna “difficile”?
Bisognerebbe chiederlo alle persone che mi stanno intorno (ride, ndr.), diciamo che sono impegnativa perché non mi accontento, mi piace vivere in un certo modo, mi piace vivere con la V maiuscola non sopravvivere, sono impegnativa con me stessa e anche con quelli che mi vogliono bene, chiedo alle persone di mettersi in discussione e di non accontentarsi, che non significa non essere contenti di quello che si ha, ma che si può sempre scoprire qualcosa di più. Credo che sia anche semplice stare con me perché ho questo carattere sempre positivo e allegro, con me, di sicuro, non ci annoia mai.

Perché pensi che la sessualità associata alla disabilità sia ancora vista come un tabù?
Non lo so, me lo domando anche io. Ogni essere umano ha dentro di sé il desiderio ed è una cosa normale vivere le emozioni attraverso il corpo, noi abbiamo un corpo non siamo quel corpo ma quest’ultimo ha dei desideri e c’è tutto un mondo che ogni essere umano ha il diritto di vivere. Io credo che l’uomo abbia paura della diversità e rapportarsi a una persona che ha una fisicità diversa perché questo ti pone di fronte a tante domande. L’unione può diventare una scoperta molta profonda di noi stessi, diventa ancora più un tabù perché ci costringe a guardarci dentro, c’è un lavoro da fare di grande consapevolezza di accoglienza di accettazione non dell’altro, ma di noi, perché finché non saremo in grado di accogliere noi stessi per quello che siamo e vedere nella diversità un’opportunità sarà sempre un problema. Speriamo che piano piano l’essere umano si renda conto che è tutto molto più semplice di quello che crediamo.

Sei una ballerina, una pittrice e una scrittrice, quale tipo di arte vuoi sperimentare prossimamente?
In realtà queste tre arti mi danno tanto da fare, anche se è vero che non mi piace fermarmi, infatti a marzo è uscita una canzone di Daniele Barsotti dove ho cantato, mi sono cimentata anche io, con un bellissimo video. È stata un’esperienza meravigliosa, ho portato la danza la pittura all’interno di quelle immagini, ma la ritengo una parentesi. Però ci possono essere altre cose che entreranno nella mia vita, per esempio mi piace recitare e la comunicazione verbale. In pratica ad una come me i limiti non vanno messi.

So che ti occupi di incontri motivazionali anche nelle aziende e nelle scuole, quanto assorbi  e quanto ti svuotano?
Io do tanto e so che prendo tanto tantissimo, più di quello che chiunque possa immaginare. Gli sguardi, i silenzi, i gesti, possono dire tanto. L’energia che percepisco è qualcosa di molto forte se non sto attenta possono svuotarmi, ma è un doppio scambio, a volte mi svuotano per riempirmi. Io mi metto a nudo, cercando di essere sincera ed empatica, soprattutto quando mi fanno le domande, ma sono pronta ad accogliere, perché se devi accogliere qualcosa, devi fare spazio. Diventa una sinergia molto forte, qualcosa che amo e che in questo periodo mi manca terribilmente, mi piace parlare con le anime anche se grazie ai social vado avanti ma quel contatto così forte e così fisico, manca tanto.

Simona Atzori

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