Ana Carla Maza: “Il mio violoncello canta, danza e racconta la libertà”

La cantante e violoncellista Ana Carla Maza ci racconta il suo album "Alamar", il rapporto con Cuba, la formazione classica e le donne della musica che l'hanno ispirata

Foto di Federica Cislaghi

Federica Cislaghi

Royal e Lifestyle Specialist

Dopo il dottorato in filosofia, decide di fare della scrittura una professione. Si specializza così nel raccontare la cronaca rosa, i vizi e le virtù dei Reali, i segreti del mondo dello spettacolo e della televisione.

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Per Ana Carla Maza, violoncellista, cantante e compositrice cubana, la musica è un linguaggio universale, profondamente legato alla filosofia, che sa parlare a chiunque voglia ascoltare, indipendentemente dalle differenze culturali e storiche.

Per questo, Ana Carla Maza ha portato il suo talento in oltre 25 Paesi con più di 400 concerti, esibendosi in festival e club prestigiosi come Jazz à Vienne, EFG London Jazz Festival e Blue Note Milano, condividendo il palco con leggende come Chucho Valdés e affermandosi come una delle voci più originali della scena internazionale.

Il suo ultimo album s’intitola Alamar che, come ci ha spiegato Ana Carla Maza, prende il nome dal quartiere sul mare dell’Avana dove è nata Ana Carla Maza, nell’Edificio de los Chilenos, un luogo simbolico che, dopo il 1973, ospitò rifugiati cileni, di cui oltre 180 bambini. Tra loro c’erano anche suo padre e sua nonna e Ana Carla nacque proprio lì.

Partiamo dal tuo album Alamar. Che cosa ti ha ispirata e che cosa significa per te questo disco?
La mia musica nasce dall’incontro tra la formazione classica e il ritmo afrocubano. Come compositrice cubana, ho sviluppato un linguaggio molto personale, profondamente legato alla mia storia.
Alamar è il quartiere dell’Avana dove sono nata, ma è anche un luogo simbolico per la mia famiglia: è legato all’esilio cileno di mio padre e di mia nonna, arrivati a Cuba dopo essere stati costretti a lasciare il Cile. Sono nata in un edificio che ha accolto molti bambini cileni esiliati. Con questo disco ho voluto trasformare in musica quella memoria: la memoria dell’esilio, ma anche la gioia, l’allegria e la vitalità che appartengono alla mia storia con Cuba.

Per te la musica è un linguaggio universale?
Sì, assolutamente. La musica è un linguaggio universale, ma per me è anche una forma di vita, una filosofia. Il violoncello è la mia voce: attraverso questo strumento esprimo emozioni, racconto ciò che sento. Vengo da una famiglia di musicisti: in casa c’è sempre stata musica. La mia famiglia mi ha insegnato il rispetto per la musica, quasi come qualcosa di sacro. Ho studiato soprattutto a Parigi, dove la musica classica mi ha dato struttura, profondità e disciplina. Ma sono cresciuta a Cuba, dove la musica è ovunque: Cuba mi ha dato energia, ritmo, vitalità, danza e canto.

Perché hai scelto Parigi e l’Europa per la tua formazione musicale?
La musica classica europea, italiana, francese, tedesca, rappresenta una tradizione molto esigente e profonda. Allo stesso tempo Cuba è la culla del latin jazz, della rumba, della salsa. Io vengo da un quartiere di rumberos, e mi affascinava questo contrasto: da una parte la forza del ritmo cubano, dall’altra la profondità della musica classica. Attraverso questo viaggio ho cercato una mia identità. Anche la mia idea di casa è cambiata: casa, per me, è il luogo in cui mi sento in pace, vicino al mare, alla natura, alla famiglia. La musica è diventata la mia forma di libertà e di connessione con la vita.

Ana Carla Maza
Dominique Souse
Ana Carla Maza

In Italia hai portato la tua musica in tour. Come è stata accolta dal pubblico italiano? 
Il pubblico italiano è molto speciale: emotivo, diretto, caloroso. Nei concerti sento sempre una connessione molto forte. Sul palco c’è un’esplosione di vita, una grande gioia.
Allo stesso tempo, oltre a essere interprete, sono anche compositrice e produttrice. Ho scelto di produrre la mia musica per restare libera e mantenere il controllo della mia visione artistica. Non è sempre facile, soprattutto per una donna nell’industria musicale. Spesso si sente il bisogno di dimostrare la propria capacità, di essere riconosciute non solo per l’immagine, ma come musiciste, compositrici, creatrici. Con il tempo ho trovato un equilibrio più naturale e oggi mi sento libera e autentica nell’esprimere la musica che sento.

Ci sono artiste che ti hanno ispirata o con cui ti piacerebbe collaborare?
Sì, molte donne mi hanno ispirata. Ho avuto maestre e mentori importanti, sia a Cuba sia a Parigi. Penso a figure come Omara Portuondo, per la sua eleganza, la profondità e la forza interpretativa. Penso anche a Violeta Parra, compositrice cilena straordinaria, per la sua autenticità e il suo impegno artistico.
Mi interessa collaborare con artisti che abbiano una visione forte, una poesia, qualcosa di artigianale e autentico. Per me non è una questione di nomi, ma di connessione artistica.

La tua musica mescola generi diversi. Come vivi questa contaminazione?
Per me la mescolanza dei generi è qualcosa di naturale. Non la vedo come una fusione costruita, ma come un linguaggio che nasce da me. Dentro di me convivono mondi diversi: la musica classica, Cuba, i ritmi latini, l’Europa.
Il violoncello è il punto centrale: è uno strumento libero, capace di attraversare generi e culture. Nella mia musica entra nel ritmo, nel corpo, nella danza. Ho sempre sognato un violoncello libero, virtuoso ma latino, un violoncello che canta e che danza.

Possiamo dire, quindi, che la tua musica è un’espressione della tua anima?
Sì, è un’espressione della mia anima e della mia persona. Nasce dalle mie emozioni, dalla mia storia: Cuba, il Cile, Parigi, l’Europa, i viaggi, i concerti, la diversità culturale.
Quando suono non penso solo alla tecnica: la tecnica deve essere al servizio dell’anima e dell’emozione. Sono una persona curiosa, sensibile, amo la natura, leggere, riflettere. Cuba mi ha dato perseveranza. Sul palco c’è esplosione, ma la composizione richiede solitudine, tranquillità e profondità.

Ana Carla Maza Alamar
Dominique Souse
Ana Carla Maza, la cover di “Alamar”

A proposito di riflessione: qual è il pensiero filosofico che senti più vicino?
Mi interessa molto la filosofia. Le mie canzoni parlano d’amore e di gioia, ma propongono anche un modo di vivere la vita. Amo leggere Marco Aurelio ed Epitteto: il pensiero stoico mi parla molto. Mi interessa l’idea di lavorare su sé stessi, trovare equilibrio, accettare ciò che non possiamo controllare e restare presenti. C’è un legame molto forte tra filosofia e musica: entrambe cercano una verità, un’essenza.

Dopo Alamar, stai già lavorando a nuovi brani o a nuovi progetti?
Sì, sto lavorando a un progetto molto importante per me: Alamar Symphonic Suite. Sarà un disco sinfonico, una nuova tappa del mio percorso anche come compositrice. Voglio approfondire ancora di più il rapporto con la musica classica, mantenendo però il mio linguaggio e la mia identità.
Mi interessa portare il violoncello in una dimensione ancora più ampia. È un progetto che richiede tempo, ma mi entusiasma moltissimo. Inoltre tornerò in concerto in Italia il 19 luglio.