Elena Radonicich è Frau Klara: “Ho riscoperto un tratto demenziale. Con Pasotti è stato divertente”

In "Cercasi tata disperatamente" scopriamo un lato inedito di Elena Radonicich: "Con una maschera, a volte, si riesce a dire la verità"

Foto di Federica Cislaghi

Federica Cislaghi

Royal e Lifestyle Specialist

Dopo il dottorato in filosofia, decide di fare della scrittura una professione. Si specializza così nel raccontare la cronaca rosa, i vizi e le virtù dei Reali, i segreti del mondo dello spettacolo e della televisione.

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Se volete scoprire un lato inedito, più leggero e quasi comico, di Elena Radonicich, dovete vedere la commedia Cercasi tata disperatamente, per la regia di Laura Chiossone, soggetto e sceneggiatura di Pietro Seghetti e Greta Frontani. Per il ciclo Purché finisca bene, il film va in onda in prima serata su Rai1 domenica 24 maggio.

Elena Radonicich spazia dal teatro al cinema, passando per la tv. Recentemente l’abbiamo vista nel ruolo di Fleur Jaeggy nel film Franco Battiato – Il lungo viaggio e ricordiamo tutti il personaggio di Eva Kofler nella serie Brennero (leggi la nostra intervista), solo per citare due dei suoi lavori più recenti.

In Cercasi tata disperatamente la vediamo cimentarsi in una commedia sentimentale, accanto a Giorgio Pasotti, e con Neri Marcoré.

In Cercasi tata disperatamente interpreti Marta alias Frau Klara: ci racconti del tuo personaggio?
È una donna che sta cercando di scoprire chi è. E credo che questo sia un diritto che abbiamo tutti, fino all’ultimo giorno sulla terra. Sta provando a fare la stand up comedian, ma non ci riesce particolarmente bene: non intercetta il pubblico perché la sua voce non è ancora quella profonda, vera e sincera che invece troverà attraverso le esperienze che vivrà nel corso della storia.

Elena Radonicich Cercasi tata disperatamente
Andrea Miconi
Elena Radonicich in “Cercasi tata disperatamente”

E come arriva a trasformarsi in una tata?
Lei ha un grande bisogno di esprimersi e un grande desiderio di entrare in contatto con gli altri. Soprattutto, cerca un posto nel mondo. A un certo punto si trova in difficoltà: non ha una casa, la situazione con il fidanzato è poco chiara e ha bisogno di un lavoro. Trova un annuncio in cui si cerca una tata irreprensibile, disciplinata, ordinata, puntuale: tutte caratteristiche che lei non possiede affatto. Però l’offerta comprende vitto e alloggio, esattamente le due cose che le servono. Così, insieme a un’amica, inventa un personaggio. Alla fine capisce che quello che le può riuscire meglio è una tata tedesca, ispirata un po’ allo stereotipo della signorina Rottermeier, con questa idea di disciplina rigorosa. Interpreta quel ruolo per ottenere il lavoro, e ci riesce.
Entra in una famiglia composta da un padre vedovo e due figli, fingendo di essere qualcuno che non è. E da subito dimostra di non avere affatto la disciplina richiesta. Però mette in campo un’empatia e una dimensione di gioco molto forti. Finisce per entrare nel cuore di tutti i componenti della famiglia e, soprattutto, scopre qualcosa di essenziale su se stessa.

Elena Radonicich Cercasi tata disperatamente
Andrea Miconi
Elena Radonicich in “Cercasi tata disperatamente”

Quindi, attraverso questo scambio d’identità, trova se stessa?
Sì, proprio come capita con le maschere. Paradossalmente, a volte ci si sente più liberi di mostrarsi per quello che si è, quando si indossa una maschera. Gli attori lo fanno continuamente: trovano l’escamotage di un ruolo per dire qualcosa di vero, anche di se stessi.

Vengono in mente film come Tootsie, con Dustin Hoffman, o altre commedie fondate sulla trasformazione
Sì, oppure Mrs. Doubtfire, che è un’analogia ancora più stretta, anche se lì era il padre a trasformarsi. E poi nel film c’è anche un po’ di immaginario alla Mary Poppins.

Per interpretare Frau Klara, ti sei ispirata a qualche tata celebre?
Abbiamo cercato di inventarci qualcosa, anche se naturalmente i richiami e le citazioni sono tanti. Sicuramente Mary Poppins, anche da un punto di vista estetico, è stata più presente di Mrs. Doubtfire. Però io non volevo aderire troppo a qualcosa che esisteva già, anche perché certi personaggi sono stati fatti in modo magistrale. Ho cercato piuttosto di trovare una chiave che divertisse prima di tutto me. Nel senso che ho provato a chiedermi: ‘Questa cosa farebbe ridere me, se la vedessi da spettatrice?’. È un ragionamento che non mi era mai capitato di fare in maniera così dichiarata. Rispetto alla comicità, però, mi è sembrato fondamentale. Volevo evitare di sentire una distanza tra quello che pensavo, quello che mi apparteneva e quello che mettevo in scena. Ho cercato qualcosa che non solo mi rappresentasse, ma che mi facesse ridere davvero. Io sono una spettatrice molto severa, anche di me stessa, quindi era importante trovare una comicità che non fosse solo costruita, ma che sentissi autentica.

E cosa hai scoperto lavorando su questo personaggio?
Ho scoperto, o forse dovrei dire ho ritrovato, un tratto demenziale molto spiccato. In realtà l’ho sempre saputo di averlo, però non ero mai riuscita a metterlo in pratica nella recitazione in modo così evidente. Questo personaggio mi ha dato la possibilità di farlo, di esplorare una zona più libera, più assurda, più fisica anche. È stato molto divertente.

Nella vita ti è mai capitato, come al tuo personaggio, di pensare “questa cosa non la farò mai” e poi invece farla, scoprendo che ti apparteneva?
Sì, mi è successo diverse volte. Credo che le possibilità dentro ciascuno di noi siano infinite. Il problema è che spesso i confini e l’identità diventano scatole strette, scomode, imposte anche dalla società. Quando si esce da quella scatola e ci si misura con qualcosa che non si pensava potesse appartenerci, spesso si scopre che invece anche quell’aspetto fa parte di noi. Siamo molto più ampi del percorso che una vita finisce per tracciare.

È come se a un certo punto ci identificassimo troppo con una sola versione di noi stessi.
Esatto. Molte persone si incanalano presto in percorsi anche virtuosi, non lo dico in senso negativo, però finiscono per identificarsi con quel percorso e smettono di osservarsi come esseri cangianti. Invece è un grande lusso, e anche una capacità percettiva da allenare, rimanere aperti al cambiamento. È questo, secondo me, il famoso “restare giovani”: non tanto il corpo, su cui mi pare ci sia già un’enorme attenzione, ma la capacità di non identificarsi rigidamente con le proprie scelte. Restare aperti a ciò che può accadere, come quando si è ragazzi e non si sa ancora cosa succederà.

Nel cast c’è anche Giorgio Pasotti, che interpreta il padre vedovo e di fatto il datore di lavoro del tuo personaggio. Com’è stato lavorare con lui?
È stato bello. Giorgio è un grande professionista ed è una persona molto garbata. Io appartengo alla generazione che lo vedeva ne L’ultimo bacio quando era ragazzina, quindi per me è stato anche divertente e sorprendente vivere questo scambio tra immaginario e realtà. È una persona che si inventa e si reinventa, e che si spende in moltissimi modi.

Stai già lavorando ad altri progetti?
In questo momento sono nel bel turbinio dei provini, che, se non ti fai prendere dall’ansia, può essere anche una fase molto divertente. Quest’anno ho due cose in uscita. La prima è una serie per Rai Due, Estranei, diretta da Cosimo Alemà. È un crime ambientato a Correggio, in Emilia-Romagna, dentro una comunità in cui convivono da molti anni persone di origine sikh. È un racconto che parte da un esempio di integrazione molto positivo, ma mostra anche quanto l’integrazione sia un processo, non qualcosa di dato una volta per tutte.

E l’altro progetto?
Ho girato il nuovo film di Edoardo De Angelis, tratto dal libro di Antonio Franchini Il fuoco che ti porti dentro. Nel cast ci sono Vanessa Scalera, Lino Musella, Ivano Lotito e Tommaso Ragno. È un film per il cinema di cui non conosco ancora il percorso, ma per me è stato davvero un grande regalo.