La paura del nucleare: “Proteggersi dalle radiazioni? Non con lo iodio”

L'ingegnere Flavio Parozzi ci spiega da dove nasce la paura del nucleare, quali rischi ci possono essere ma anche i risvolti positivi di questa energia

Con la guerra in Ucraina la paura del nucleare si è fatta sempre più concreta e palpabile. Da un lato l’incertezza delle centrali collocate sul territorio interessato dal conflitto, dall’altro l’allarme per il possibile uso di armi che avrebbero un impatto distruttivo enorme. Abbiamo chiesto all’ingegnere Flavio Parozzi, membro della Commissione Energia dell’Ordine Ingegneri di Milano e impegnato nella ricerca sul nucleare da oltre 40 anni, di fare chiarezza, autore del libro, Gli anni dell’atomo. Storia dell’industria elettronucleare in Italia, di spiegarci quale impatto avrebbe sull’Italia un disastro nucleare, come ci possiamo difendere, ma anche qual è l’uso positivo dell’energia nucleare.

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Perché l’energia nucleare fa così paura?
Il nucleare è stato introdotto all’attenzione del pubblico con la fine della Seconda Guerra Mondiale dopo le due bombe su Hiroshima e Nagasaki, imprimendole un marchio d’infamia. Negli anni successivi è stato rivaluto come fonte energetica. Negli anni Cinquanta infatti se da un lato c’era la “guerra fredda”, dall’altro si guardava con fiducia e ammirazione ai progressi della scienza. La paura nei confronti dell’energia nucleare va in parallelo con la diffidenza per altre scoperte più recenti, come gli OGM e ora i vaccini anti-Covid. Poi, a partire dagli anni Settanta si è preso coscienza dell’effetto di tutto ciò che perturba l’ambiente naturale. Infine, c’è il fatto che la radioattività è invisibile, non si vede, non si sente e ha un impatto nascosto sulla salute.

Il pensiero oggi va alla guerra in Ucraina, quali sarebbero le conseguenze per l’Italia se ci fosse un disastro nucleare?
La questione richiede un po’ di riflessione. Il rischio principale che vedo è che la guerra si estenda ad altri Paesi europei e che Putin non si fermi a uno scontro locale. Quattro anni fa sono andato a Kiev e Chernobyl a fare una visita tecnica ed è impensabile che oggi siano sotto bombardamento. È come se fossimo tornati indietro di 100 anni e mai ci saremmo immaginati di trovarci in una situazione simile, forse siamo stati troppo ottimisti. A tal proposito, mi viene in mente un libro appartenuto al mio bisnonno, edito nel 1903, in cui l’autore principale profetizza che già ai suoi tempi fosse improbabile che un Napoleone o un Giulio Cesare che promettesse di entrare con le sue truppe nelle capitali europee venisse ascoltato. Dopo quel libro sono state fatte due Guerre Mondiali. Questo per mostrare che non c’è una probabilità zero che la guerra si estenda. Per quanto riguarda l’uso di armi nucleari, quello sarebbe atroce, perché una bomba atomica su una città la distruggerebbe in maniera pesante. Ovviamente dipende dalla potenza utilizzata e a quel punto non è più tanto la radioattività il pericolo.

C’è un modo per proteggerci dalle radiazioni?
Sicuramente non lo iodio come è stato detto. Lo iodio radioattivo è uno dei prodotti generati dalla fissione dell’uranio e del plutonio. La reazione nucleare di fissione provoca la scissione dei nuclei di uranio o di plutonio. E questa scissione provoca la cosiddetta reazione a catena, cioè si spacca un atomo, questo emette delle particelle che a valanga ne fa spaccare degli altri. Uno dei prodotti in cui viene scisso l’uranio è lo iodio 131, considerato tra i peggiori perché è un gas che finisce facilmente nella alimentazione e influisce sulla tiroide. Lo iodio 131 è molto radioattivo, però decade, cioè scompare, nel giro di due o tre mesi durante i quali comunque può provocare danni, perché finisce nella tiroide e può causare dei tumori locali. Nel caso avvenisse un incidente in una centrale nucleare, potrebbe essere rilasciata una certa quantità di iodio radioattivo. Allora, per proteggere la popolazione, si distribuiscono pastiglie di iodio, perché lo iodio non radioattivo viene assorbito preferenzialmente dalla tiroide e quindi impedisce che l’altro iodio venga assimilato, portando della radioattività extra nell’organismo col rischio di generare dei tumori. È chiaro che questa terapia serve solo alle persone che vivono nelle vicinanze di una centrale nucleare e solo nel caso si verificasse un grave incidente. In questo momento, non è utile nemmeno alla popolazione ucraina e non ha nessuna utilità nel caso di una bomba atomica.

A proposito di sicurezza, la situazione delle centrali nucleari in Ucraina desta preoccupazioni? Si è parlato di continui black out a Chernobyl
Come noto Chernobyl è da diversi giorni caduta nelle mani dei russi, anche se era già controllato da russi e ucraini. L’impianto danneggiato dall’incidente del 1986 è stato raffreddato e come chiuso in un sarcofago. Gli altri reattori nucleari sono rimasti in funzione per qualche tempo, adesso è gestito da personale locale che però dicono essere in ostaggio dai militari russi, hanno solo il permesso di fare brevi telefonate ai famigliari. Di pericolo per noi non ce n’è e nemmeno per gli ucraini, se non fosse per la guerra.

L’energia nucleare però non è solo distruttiva, in cosa e perché è utile?
L’energia nucleare è utile da quando è nata. Come tutte le scoperte scientifiche può essere impiegata nel bene o nel male. Sicuramente è utile in medicina, per esempio in certe terapie contro i tumori e per effettuare alcuni test di controllo e viene impiegata nell’industria. Dal punto di vista energetico, il nucleare non genera fumi tossici e anidride carbonica quindi ha un impatto sull’ambiente che in condizioni di sicurezza è simile alle energie rinnovabili, di cui sono un grande sostenitore, e ha il vantaggio di essere praticamente eterna. Il nucleare è una macchina che, rifornita di combustibile e con l’adeguata manutenzione, produce una grande quantità di energia e a costi abbastanza bassi. Non è vero che il combustibile sta per finire. Si stima che con le riserve attuali di uranio, di torio ecc e con gli attuali reattori ce n’è per 20mila-30mila anni. La fusione, che è ancora in fase di studio, dovrebbe funzionare addirittura per l’eternità, fornendo un’energia più pulita e con rischi quasi nulli di incidenti. Con l’energia nucleare dunque si possono fare scorte di combustibile per anni. Il combustibile nucleare occupa volumi molto piccoli, non ha bisogno di magazzini giganteschi per contenerlo, inoltre ha una resa energetica che è migliaia di volte quella dei combustibili fossili. Non è come il gas, il gasolio o il carbone di cui l’Italia ogni anno ha scorte per 45-50 giorni. Quando arriviamo all’autunno di ogni anno, anche senza la guerra, non abbiamo scorte in magazzino per arrivare alla primavera.

Per quanto riguarda le scorie nucleari invece?
Quello è il problema di cui si parla più spesso. Scorie è un termine molto generico. Ci sono grossi volumi di rifiuti poco radioattivi, di bassa attività, dovuti all’esercizio normale. Faccio un esempio: componenti, guanti sovrascarpe, vestaglie contaminate da radioattività possono essere bruciati o chiusi in dei fusti, perché non sono molto radioattivi, anche se naturalmente non possono essere paragonati all’immondizia urbana. Di norma, questi oggetti sono molto voluminosi, perciò li si chiude in dei barili e si aspetta che perdano la radioattività nel giro di decine o centinaia d’anni. Invece i rifiuti più pericolosi riguardano ciò che avanza del combustibile non bruciato. Questi rifiuti sono molto radioattivi ma poco voluminosi. Nei Paesi del Nord Europa che sono molto più avanti nello smaltimento, li stabilizzano in sostanze vetrose, nel catrame o nel cemento e li chiudono in caverne sigillate perché la loro radioattività durerà per parecchio tempo. Ora i reattori di prossima generazione, che sono in fase sperimentale ma esistono, i cosiddetti reattori di quarta generazione, hanno come obiettivo anche di distruggere o quasi le scorie attraverso dei processi nucleari che li riducono al minimo. La fusione nucleare avrebbe il vantaggio di non produrre scorie o comunque di produrne in quantità minima e con durata limitata.