La bambina sopravvissuta a Chernobyl: la storia di Diana Medri

I ricordi e l'infanzia di Diana, la bambina chernobyliana sopravvissuta al disastro nucleare e adottata da una famiglia italiana

Di Chernobyl se ne parla tanto, ma forse mai abbastanza, perché ricordare a volte fa davvero paura. E allora qualcuno rimane in silenzio, qualcun altro fa ancora finta di non vedere. Sono passati più di trent’anni da quel giorno in cui il disastro nucleare ha spazzato via i sogni e le speranze di intere città, distruggendo le vite di  tante, troppe persone.

Una dannata combinazione di errori di gestione e di controllo che hanno portato a quel 26 aprile, giorno nel quale il reattore numero quattro dell’impianto nucleare di Chernobyl esplode. L’allarme e la notizia della catastrofe, però, viene data solo dopo che i sensori della centrale di Forsmark in Svezia, il 28 aprile, registrarono insoliti e alti livelli di radioattività. Il resto è passato alla storia con la prima evacuazione del villaggio di Pripyat il 2 maggio.

Ma è troppo tardi, c’è vento forte e la nube radioattiva contamina le vaste aree del territorio dell’ex Unione Sovietica. Secondo i rapporti ufficiali 8.400.000 abitanti delle attuali Ucraina, Bielorussia e Russia sono esposti alle radiazioni. Tra questi anche i genitori di Diana Medri, la bambina sopravvissuta al disastro nucleare di Chernobyl.

Ma nessuno, ancora, è consapevole di quello che sta davvero accandendo. I bambini continuano a giocare nel fango e nella terra in quei giorni caratterizzati dal sole di primavera. Poi le donne iniziano ad abortire e muoiono le persone, adulti e bambini. La causa del decesso è sempre la stessa: tumore o leucemia. I bambini sopravvissuti, quelli ribattezzati chernobyliani vengono portati in posti sicuri per gli altri, ma non per loro. Perché fanno paura: potrebbero essere contaminati e contaminare a loro volta.

Un’immagine surreale che, però, trova la testimonianza di chi questa storia l’ha vissuta in prima persona, come Diana Metri: «C’erano anche quelli che ci mettevano al buio per vedere se ci illuminavamo; oggi questa frase fa sorridere, allora per noi era una pena dolorosa. Eravamo uno spettacolo da circo».

Una breve auto biografia fatta di ricordi, sensazioni e dolore, che la donna ha raccontato sulla rivista Vita: «Io ero uno di questi bambini, che però ha avuto una seconda chance; nella mia fine ho trovato il mio inizio e sono stata adottata da una famiglia italiana. Dalla mia famiglia».

Ed è stato quando non si ha avuto più paura e sono nate le associazioni per aiutare i bambini di Chernobyl, per ridare loro la speranza e una nuova vita, che Diana, rimasta orfana dopo la morte dei suoi familiari avvelenati assieme ad altre milioni di persone, è arrivata in Italia e ha trovato una famiglia pronta a prendersi cura di lei.

Ma non ha dimenticato quella “terra bellissima” come la ricorda lei. Perché Pripyat lo era davvero, e la primavera profumava come in poche altre parti del mondo. Anche se nessuno, lì, è più tornato ormai.

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