Antonia Pozzi, la poetessa italiana con lo sguardo volto all’infinito

Ci ha lasciato in eredità le sue parole, quelle fatte d'amore e di tormento, di momenti di pienezza e di dolore, di ricordi mai svaniti ed esperienze vissute nella sua breve e inquieta esistenza.

Guardami: sono nuda. Dall’inquieto languore della mia capigliatura alla tensione snella del mio piede,  io sono tutta una magrezza acerba inguainata in un color d’avorio

Sono parole intense e affascinanti, di un significato che va oltre il visibile, quelle di Antonia Pozzi, la poetessa italiana che ha saputo cogliere l’essenza del mondo che abitiamo e della vita che viviamo. Lo ha fatto con il cuore e poi con l’anima, lo ha fatto trasformando in parole forbite e raffinate i sentimenti e l’emozioni, l’amore e la sofferenza e tutte le contraddizioni della quotidianità.

Bionda, bellissima e con un animo sensibile, la poetessa italiana ci ha lasciato in eredità le sue parole, quelle fatte d’amore e di tormento, di momenti di pienezza e di dolore, di ricordi mai svaniti ed esperienze vissute a pieno nella sua breve e inquieta esistenza.

Antonia Pozzi

Nata il 13 febbraio del 1912 a Milano, Antonia Pozzi è figlia di un avvocato e di una contessa, motivo per il quale sin da bambina si ritrova perfettamente a suo agio in un ambiente colto e intellettuale. Si appassiona alla scrittura da giovanissima e da adolescente firma già le sue prime poesie.

Antonia è colta e curiosa, è sensibile e nutre una certa propensione per l’arte e tutte le sue forme, al punto tale da essere una brava disegnatrice e un’abile ricamatrice. Ma è nella scrittura che si rifugia per dare forma ai suoi pensieri più intimi.

Durante gli anni del liceo si dedica esclusivamente alla poesia: è il cuore che guida la sua penna, Antonia si innamora del suo professore di greco e latino. In comune hanno tanto, forse troppo: l’amore per l’arte, la cultura e la poesia. Ma è una relazione, la loro, che non può andare avanti e che viene ostacolata con tutti i mezzi dalla famiglia Pozzi. Sarà questa la sua prima grande delusione d’amore, quella che la porterà a fare i conti con le cicatrici del cuore.

Nel 1930 si iscrive alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Milano e conduce la sua vita normalmente, almeno all’apparenza, trasformando ogni esperienza in poesia. Lo fa quando si appassiona all’alpinismo, quando viaggia intorno al mondo e quando fotografa. Sì perché attraverso quelle immagini scattate le pareva quasi di poter completare le sue opere: poesie visive che indagano l’anima e il mondo.

Il tormento e la ricerca di un posto nel mondo

È affascinata dall’umanità di tutti e del singolo, dalle civiltà, dalle popolazioni e dal mondo che la circonda. Di questo coglie la tragicità, ma anche la bellezza, che sembrano essere lo specchio riflesso delle sue emozioni.

Antonia Pozzi è una poetessa grandiosa e diventa anche una fotografa straordinaria, ma è un’anima fragile che sembra far fatica a trovare il suo posto nel mondo. O forse lo ha individuato, ma si trova oltre l’infinito e lei non sa come raggiungerlo.

All’apparenza non le manca nulla: è una ragazza intelligente e colta che riesce a raggiungere ogni obiettivo predisposto. Ma è proprio questa normalità che diventa la sua prigione esistenziale. Così l’unica via di fuga per lei diventa il suicidio: una sera di dicembre del 1938 lascia una lettera d’addio ai suoi genitori e ingerisce dei barbiturici. Muore così, a 26 anni, Antonia Pozzi.

Gridava la follia d’inabissarsi in profondità cieca; rombava la tortura di donarsi, in veemente canto, in offerta ruggente, al vorace mistero del silenzio.