Osteoporosi e intolleranza al lattosio: cosa fare?

Latte e derivati sono preziose fonti di calcio, elemento essenziale per la salute delle ossa. Come conciliare osteoporosi e intolleranza al lattosio?

Roberta Martinoli Medico Nutrizionista Dopo una Laurea in Scienze Agrarie e un Dottorato di Ricerca in Fisiologia dei Distretti Corporei, consegue una Laurea in Scienze della Nutrizione Umana e in Medicina e Chirurgia.

Picco di massa ossea e osteoporosi

Dalla prima infanzia fino ai trent’anni lo scheletro si potenzia gradatamente fino a raggiungere la massima densità minerale a cui si dà il nome di picco di massa ossea. L’attività fisica all’aria aperta e una dieta che garantisca l’adeguato apporto in calcio contribuiscono a far sì che le nostre ossa diventino dense e forti.

Dai trent’anni in poi inizia un lento ma inesorabile declino. Le donne sono in generale più svantaggiate rispetto agli uomini perché partono da una densità minerale più bassa e perché risentono dell’effetto della menopausa. Il calo degli estrogeni accelera il processo di demineralizzazione. Esiste tuttavia anche un’osteoporosi maschile.

La ridotta densità minerale ossea porta dapprima ad osteopenia e poi ad osteoporosi. L’osteoporosi si può definire come un disordine delle ossa, caratterizzato dalla compromissione della loro robustezza, che predispone ad un aumento del rischio di frattura. Per l’OMS, la diagnosi densitometrica di osteoporosi si basa sulla valutazione mediante MOC (Mineralometria Ossea Computerizzata) della densità minerale ossea, raffrontata a quella media di soggetti adulti sani dello stesso sesso (che abbiano raggiunto il già citato picco di massa ossea). L’osteoporosi conclamata si associa alla presenza di una o più fratture da fragilità, più spesso a carico dei corpi vertebrali e del collo del femore. Questo tipo di fratture si verifica spontaneamente oppure a seguito di traumi di modesta entità.

Intolleranza al lattosio

L’intolleranza al lattosio è dovuta alla carenza di lattasi, l’enzima preposto alla digestione del lattosio. Questa condizione è caratterizzata sul piano clinico da dolore addominale, meteorismo e diarrea. Alla base della sintomatologia vi è proprio l’incapacità di digerire il lattosio.

Lattasi: cos’è e a cosa serve

La capacità di digerire il lattosio durante il periodo dell’allattamento al seno è essenziale per la salute del bambino tant’è che la lattasi comincia ad essere espressa già a partire dall’ottava settimana di gestazione. La sua attività aumenta fino alla trentaquattresima settimana e la sua espressione è al culmine al momento della nascita.

Tuttavia, dopo i primi tre mesi di vita, l’attività della lattasi diminuisce. Nella gran parte dei casi l’espressione della lattasi si riduce a seguito allo svezzamento fino a raggiungere livelli non più rilevabili. In generale, la persistenza della lattasi è alta negli abitanti del Nord Europa (> 90% in Scandinavia e Olanda), diminuisce in Europa continentale e nel Medio Oriente (~ 50% in Spagna e in Italia) ed è bassa in Asia e in gran parte dell’Africa (~ 1% in Cina, ~ 5% -20% in Africa).

Lattosio: cos’è e trattamento dell’intolleranza

Il lattosio è uno zucchero formato da glucosio e galattosio che per poter essere assorbito deve essere prima scisso nei suoi due zuccheri costituenti.

Ai fini della diagnosi sono disponibili diverse indagini che includono test genetici, test del respiro ed esami endoscopici. L’intolleranza al lattosio dipende non solo dall’espressione della lattasi, ma anche da altri fattori quali:

  • dose di lattosio a cui si è esposti;
  • composizione della flora batterica intestinale;
  • motilità gastrointestinale;
  • sovraccrescita di batteri nel piccolo intestino (condizione nota come SIBO o Small Intestinal Bacterial Overgrowth);
  • sensibilità del tratto gastrointestinale alla presenza di gas e di altri prodotti derivati dalla digestione batterica del lattosio.

Il trattamento dell’intolleranza al lattosio comprende il consumo di alimenti predigeriti (latte delattosato) e l’assunzione dell’enzima lattasi subito prima di bere latte o di mangiare formaggi.

Nello specifico, la sostituzione dell’enzima lattasi è un approccio percorribile nei pazienti con intolleranza al lattosio che desiderano continuare a mangiare prodotti lattiero-caseari. Gli studi dimostrano che le lattasi ottenute da alcuni microrganismi (Kluyveromyces lactis o Aspergillus oryzae) rappresentano una valida strategia terapeutica.

Una strategia alternativa è quella basata sull’assunzione di probiotici o sul consumo di alimenti latto-fermentati (yogurt, kefir). È stato dimostrato che la somministrazione per un periodo di quattro settimane di una combinazione di probiotici (Lactobacillus casei Shirota e Bifidobacterium breve) ha migliorato i sintomi e ridotto la produzione di idrogeno nei pazienti intolleranti al lattosio. Questi effetti sembrano persistere per almeno tre mesi dopo la sospensione dei probiotici.

Diagnosi

Il test più frequentemente utilizzato per fare diagnosi di intolleranza al lattosio è il breath test o test del respiro, che misura i livelli di idrogeno nell’aria espirata. Come funziona?

Il lattosio rimasto indigerito a causa della mancata azione dell’enzima lattasi, raggiunge il grosso intestino, dove i batteri residenti lo fermentano dando origine ad una serie di gas (idrogeno, metano ed anidride carbonica). Sono questi stessi gas a causare meteorismo, flatulenza, nausea e dolori addominali. Una parte di questi gas viene assorbita dalla mucosa del colon e trasportata, attraverso il flusso sanguigno, fino a livello degli alveoli polmonari, dove vengono poi eliminati attraverso la respirazione.

In sede di breath test, quindi, se i livelli di idrogeno si discostano sensibilmente dai valori considerati nella norma, allora verrà posta diagnosi di intolleranza al lattosio. In base all’ampiezza del picco di idrogeno, l’intolleranza al lattosio potrà essere classificata in lieve, grave e moderata.

Cosa mangiare

Tutti gli alimenti derivati dal latte possono contenere tracce di lattosio. Se il latte però viene sottoposto a fermentazione la gran parte del lattosio verrà convertito ad acido lattico. È quello che accade nel caso dello yogurt o del kefir. Un regolare consumo di questi alimenti non solo mette al riparo il consumatore dal rischio di un’eccessiva assunzione di lattosio, ma finisce con l’arricchire l’intestino di lattobacilli, a loro volta produttori di lattasi.

In sostanza l’assunzione di bevande e di alimenti latto-fermentati contribuisce a superare almeno parzialmente l’intolleranza al lattosio.

Cibi da evitare

Caso per caso si potrà decidere, in accordo con il medico e sulla base del proprio grado di intolleranza (lieve, grave o moderata), se eliminare del tutto i seguenti alimenti o limitarne l’assunzione:

  • latte;
  • formaggi freschi;
  • panna;
  • gelati e frappè;
  • dolci preparati con burro e latte;
  • pane al latte;
  • cioccolato al latte;
  • burro e margarine.

Sarebbe invece da incrementare il consumo di alimenti latto-fermentati ed è in genere del tutto tollerato il parmigiano reggiano. Questo alimento non dovrebbe mancare sulla tavola di chi, soffrendo di osteoporosi, è anche intollerante al lattosio.

Dieta per intolleranza al lattosio

La dieta ideale per chi soffre di intolleranza al lattosio e ha allo stesso tempo uno scheletro più fragile è quella che garantisce un elevato apporto in calcio (fino a 1500 mg/die) senza richiedere un massivo intervento delle lattasi.

È utile precisare che il latte delattosato garantisce lo stesso apporto in calcio di un latte non delattosato. Sono da preferire ad ogni modo yogurt e kefir perché in questi alimenti, nei quali il lattosio è stato quasi interamente convertito in acido lattico, abbondano i lattobacilli portatori a loro volta di lattasi.

A colazione, dunque, vanno bene latte delattosato, yoguurt e kefir. Una possibile soluzione per gli spuntini è quella di mangiare frutta fresca e parmigiano (è sufficiente una piccola porzione da 30 o 40 grammi).

Non vanno poi trascurate le altre fonti alimentari di calcio. I pesci contengono circa 40 mg di calcio per 100 grammi di prodotto. Acciughe, calamari e crostacei sono particolarmente ricchi di questo prezioso minerale raggiungendo valori di 148 mg/100 g, di 144 mg/100 g e di 100 mg/100 g rispettivamente.

Nella carne e negli alimenti di origine vegetale il contenuto in calcio è più limitato con l’eccezione della frutta a guscio (noci, mandorle, nocciole…), della crusca di grano e di alcune verdure a foglia. Tra queste vanno citate la rucola, la lattuga, gli agretti, i broccoli, i finocchi, i porri.

È di grande aiuto l’uso delle spezie essiccate: origano, timo, salvia, cumino oltre ad esaltare i sapori dei nostri piatti apportano discrete quantità di calcio anche se consumate in piccole quantità.

Con gli ingredienti qui elencati si possono preparare una grande varietà di gustosi pasti che mangeremo ancora più volentieri sapendo di potenziare in questo modo la salute del nostro scheletro.

Le passeggiate all’aria aperta sono il complemento ideale ad una dieta opportunamente ricca in calcio, perché il lavoro muscolare stimola l’aumento della densità ossea e perché l’esposizione al sole rende possibile la sintesi della vitamina D, il cui ruolo è proprio quello di favorire l’assorbimento del calcio assunto con gli alimenti.

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