Fare la casalinga è un lavoro: vi spieghiamo perché

Le donne che rinunciano a lavorare per amore della famiglia sono spesso bollate dalla società come fallite. Ma stare a casa per scelta è a tutti gli effetti un lavoro. E vale tanto

Fare la casalinga per scelta o per necessità? Sono molte le donne che scelgono di rimanere a casa dopo la maternità e vari sono i motivi: vogliono crescere il loro bambino, i costi per eventuali baby sitter e asili nido sono così alti che conviene occuparsi direttamente del piccolo oppure gestire lavoro e famiglia comporterebbe sforzi tali da rendere la vita un inferno.

Se 40 anni fa, dedicarsi totalmente alla famiglia era considerata una decisione più che lecita, oggi la donna che non lavora per stare vicino ai figli è spesso stigmatizzata dalla società. Eppure secondo una ricerca condotta qualche tempo fa da salary.com, fare la casalinga sarebbe un impiego del tutto degno che meriterebbe uno stipendio molto elevato, pari a 7mila euro al mese, considerando tutto quello che una donna fa per gestire la casa: pulire, cucinare, lavare, stirare, aiutare i figli coi compiti, organizzare le loro attività e accompagnarli. Un salario definito quindi in base alle retribuzioni medie delle figure professionali che una casalinga incarna: cuoca, autista, baby sitter ecc.

D’altro canto, questi conti non corrispondo alla realtà. Anzi, la donna che decide di stare a casa non solo non percepisce alcuna retribuzione, ma non le vengono versati i contributi pensionistici. Sul lungo periodo la perdita in termini di denaro è notevole.

Ricerche universitarie hanno dimostrato che esistono 4 tipologie di casalinghe: le soddisfatte (forse quelle più in là con l’età, che hanno scelto di stare a casa), le temporanee (mediamente più giovani, attendono opportunità per tornare al lavoro), le costrette (fanno le casalinghe ma non amano stare a casa) e le adattate (hanno una storia lavorativa alle spalle e hanno avuto la possibilità di decidere se stare a casa).

Interessante è l’esperienza di Terry Spraitz Ciszek, casalinga del North Carolina. Come racconta al sito The Atlantic, negli anni ’80 ha scelto di non lavorare per dedicarsi interamente alla casa e ai figli (ne ha avuti tre, tra i 28 e i 39 anni). Lei era un’infermiera ma quando è rimasta incinta non ha voluto nemmeno provare a conciliare lavoro e famiglia. Non solo non avrebbe sopportato il distacco dai bambini, ma avrebbe avuto bisogno di una tata 24 ore su 24, dato che suo marito medico faceva turni massacranti.

Anche se si fosse potuta permettere una baby sitter, non avrebbe mai accettato di far seguire i suoi bimbi da altri. Si dice soddisfatta di aver avuto il tempo di condividere la vita con loro: di andare in bicicletta, di spiegare loro gli insetti. Insomma, di aver dedicato la sua esistenza alla famiglia, cosa che non avrebbe potuto fare se fosse tornata al suo impiego.

Il racconto di Terry è la prova che fare la casalinga è un lavoro a tutti gli effetti e può dare grandi soddisfazioni. Nel migliore dei mondi possibili, per citare il filosofo Leibniz, sarebbe perfetto se fosse riconosciuto e se anche le donne che si occupano a tempo pieno ricevessero uno stipendio. In Italia già nel lontano 1982 Adriana Poli Bortone, dell’allora Msi, presentò una proposta di legge affinché fosse garantito alle casalinghe un salario mensile.

Fare la casalinga è un lavoro: vi spieghiamo perché
Fare la casalinga è un lavoro: vi spieghiamo perché