Il 24 marzo scorso è il giorno in cui Gino Paoli se n’è andato, portandosi dietro una pallottola – quella vera, nel petto, da decenni – e una quantità di storie che basterebbero per tre vite. Storie che per fortuna Aldo Cazzullo aveva già raccolto, sedendosi accanto a lui poco prima della fine, in quello che si è rivelato un vero testamento in parole.
L’ultima intervista a Gino Paoli
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Il racconto va in onda mercoledì su La7 alle 21,15, nell'ultima puntata del suo format Una giornata particolare, e stavolta il titolo è tutto: perché quella con Paoli è stata, letteralmente, l'ultima giornata. Con lui, con la sua voce, con la sua ironia e quel talento innato dire cose devastanti col tono di chi parla del tempo.
Si comincia dalla guerra, Genova rasa al suolo nel 1940, "non la visione giusta per un bambino", commenta lui con quel distacco che è l'unico modo che conosce per guardare certe cose in faccia. I tedeschi e gli americani gli stavano ugualmente antipatici - parole sue - e già da qui capisci che Gino Paoli non ha mai avuto idoli comodi. Poi il successo, arrivato con fatica e con un aiuto decisivo: "Devo tutto a Mogol, aveva preso una cotta per le mie canzoni, le portava in giro come fossero sue". La gatta era ispirata al suo siamese, Ciacola - "perché chiacchierava tanto, ma davvero, eh" - mentre Il cielo in una stanza era dedicata a una prostituta che gli aveva chiesto di scappare via con lei. Dettagli che nessun manuale di storia della musica italiana vi darà mai.
Il primo incontro con Ornella Vanoni
E poi c'è Ornella Vanoni, che entra nella storia come un fulmine di quelli che non ti aspetti, poi una notte in un albergo terribile e una delle più grandi storie d'amore della canzone italiana. Senza fine nasce da lì, da quelle mani grandi "adatte a coccolare" - e ci ha messo un sacco di tempo a trovare le parole giuste, dice, come se le cose belle non possano mai avere fretta. Poi arriva Stefania Sandrelli, che aveva 15 anni e lo guardava in tv già innamorata, e che per il suo compleanno chiese come regalo di andarlo a sentire alla Bussola. Lui la notò. Ovviamente.
Nel mezzo, uno sparo. Reale. "Mi sono sparato. Pum. Ma pare che non sia morto". La pallottola è ancora lì. I medici si stupiscono. Lui racconta con quella leggerezza agghiacciante di chi ha già fatto i conti con tutto. Sulla morte di Luigi Tenco invece è netto: "Credo fosse legato al fatto che lui non era sano". Quando lo seppe, andò a ubriacarsi in un night. E poi, il giorno dopo, vide Lucio Dalla sul palco di Sanremo a cantare Bisogna saper perdere. "L'ho attaccato al muro. Un comportamento di m**da».
Intervistato da Cazzullo insieme ad Antonio Ricci, Renzo Piano, Gianni Morandi, Ornella Vanoni e Stefania Sandrelli, Paoli appare come un uomo che ha vissuto ogni cosa fino in fondo - amori, droghe, sensi di colpa, rimpianti - e ne è uscito con lo stesso sguardo di sempre: diretto, scomodo, vivo. Sulla morte, alla fine, non aveva paura. "Assolutamente no". Detto così, senza punto esclamativo. Come chi sa già.