Nomi dei nonni ai figli: tradizione o imposizione?

È una tradizione secolare quella di dare ai figli i nomi dei loro nonni. Ma è davvero giusto perpetuarla?

Entrare in una stanza in occasione di una festa di famiglia, pronunciare un nome e vedere più persone rispondere all’appello. A quante di noi è successo? Magari siamo state proprio noi le chiamate in causa. Uno scenario, questo, che appartiene alla realtà quotidiana dato che la tradizione di dare i nomi dei nonni ai figli è più radicata e antica di quanto forse possiamo immaginare.

C’erano una volta i Leitname

Alzi la mano chi porta il nome di un nonno o una nonna! Si chiama Leitname, che tradotto vuol dire nome guida, e fa riferimento a tutti quei nomi che, letteralmente, dominavano all’interno di intere famiglie e forse lo fanno anche oggi. Quanti ne conoscete?

Questa usanza antichissima ci porta ai tempi più moderni con la tradizione del nome ereditario che si tramanda da generazione in generazione. La scelta più diffusa è quella di tramandare il nome del nonno paterno, anche nella sua versione al primogenito. Per il secondo figlio, invece, si può scegliere quello del nonno materno.

La storia ci conferma che, ancora una volta, le donne hanno avuto meno spazio nella diffusione di questi nomi guida, e anche meno potere decisionale, se non nullo, dato che in alcuni casi questa diventava una scelta doverosa. Ma questo, purtroppo, non ci stupisce.

Nonostante la tradizione col tempo si sia attenuata, concedendo finalmente ai neo genitori di scegliere liberamente, in alcune parti del nostro Paese è ancora perpetuata. Ma è giusto che sia così?

Tradizione o imposizione?

La risposta non è univoca, perché tutto dipende dalla motivazione che ha portato a questa scelta. Si è trattato di una decisione sentita, volontaria e libera o di un’imposizione tacita affinché nessuno si offendesse o ci rimanesse male?

Perpetuare una tradizione a tutti i costi, soprattutto quando non è sentita, non è giusto per nessuno. I nomi dei figli, infatti, devono essere sempre scelti dai genitori e basta. E la madre, in questo caso, gioca un ruolo importante, se non fondamentale.

Non solo perché è lei a portare il grembo il bambino per tutti i mesi della gravidanza, ma perché è colei che instaura con il piccolo il primo contatto comunicativo.

Secondo uno studio condotto dall’Institute Marques di Barcelona, infatti, è stato dimostrato che il feto nel grembo materno è in grado di rilevare i suoni già alla sedicesima settimana di gestazione. Uno studio pubblicato sulla rivista Acta pediatrica nel 2013 poi, ha dimostrato che i meccanismi sensitivi e celebrali connessi all’udito sono già attivi e messi in moto dal bambino per riconoscere i suoni.

Pensate a cosa può succedere, in questa comunicazione idilliaca tra mamma e figlio, se questa inizia a chiamare il suo piccolo con un nome che non la convince, o che peggio proprio non le piace. Quelle sensazioni saranno trasmesse inevitabilmente anche al bambino.

Questo è solo un esempio, intendiamoci, ma che da solo ci basta per comprendere quanto questa tradizione, che possiamo considerare di stampo maschilista, non deve essere perpetuata per assoggettare il volere degli altri. Chiamare un figlio con i nomi dei nonni può essere anche una bella idea, ma solo se sono i genitori a sceglierlo liberamente. Siete d’accordo?