Ha debuttato il 1° settembre in prima serata su Retequattro Verità Nascoste, il nuovo programma condotto da Milo Infante dedicato ai grandi casi di cronaca che hanno segnato l’Italia. E a poche ore dalla partenza, è arrivata una lettera che ha già acceso i riflettori sulla puntata d’esordio: quella scritta da Elisabetta Ligabò, madre di Alberto Stasi, condannato in via definitiva per l’omicidio di Chiara Poggi.
Un gesto non scontato, quello della donna, che dopo anni di riserbo ha deciso di affidare a poche righe il peso di una storia che continua a dividere l’opinione pubblica. Un testo privato e insieme pubblico, scritto per raccontare cosa significhi essere madre di un figlio finito al centro di uno dei processi più seguiti degli ultimi vent’anni.
Chi è Alberto Stasi e perché il caso torna sotto i riflettori
Il nome di Alberto Stasi è legato a uno dei delitti più discussi della cronaca nera italiana, quello di Garlasco, costato la vita a Chiara Poggi nel 2007. Dopo un lungo iter giudiziario, Stasi è stato condannato in via definitiva e ha scontato la sua pena in carcere.
Da allora la vicenda non ha mai smesso di far discutere, tra colpi di scena, nuove indagini e un’attenzione mediatica che negli ultimi tempi si è fatta ancora più intensa. Non stupisce quindi che Verità Nascoste abbia scelto proprio questo caso per la sua prima puntata, affidandosi anche alla voce, finora quasi riservata, della famiglia dell’imputato.
Le parole della madre: dolore, silenzio e la speranza di una nuova vita
Nella sua lettera, Elisabetta Ligabò racconta di essersi spesso sentita sola, schiacciata da giudizi e da un pregiudizio che, scrive, l’ha accompagnata fin dall’inizio: quella sensazione, tipica di chi vive accanto a un imputato, che “un motivo ci sarà” comunque, a prescindere da tutto. Eppure lei, dice, non ha mai avuto un dubbio sull’innocenza del figlio.
La donna ripercorre anche momenti durissimi, come la perdita del marito, arrivata proprio negli anni più difficili, e il carcere di Alberto, con le visite contate, le telefonate brevissime e i lunghi viaggi affrontati pur di vederlo anche solo un’ora a settimana. Un racconto fatto di piccole cose, di pacchi con vestiti e cibo, di attese interminabili, ma anche di una felicità semplice: sapere che, nonostante tutto, il figlio stava bene.
Non manca, nella lettera, un pensiero rivolto a Chiara Poggi, definita una tragedia che il tempo non può cancellare. Elisabetta Ligabò racconta di aver scelto sempre la discrezione, senza mai cercare rivincite, convinta che il rancore non faccia altro che appesantire ulteriormente un dolore già enorme. Parla anche del calore ricevuto negli ultimi tempi da persone sconosciute, piccoli gesti che, scrive, hanno un valore immenso dopo anni di isolamento.
Un finale, quello della lettera, che si chiude con un desideri umano: poter finalmente vivere con un po’ di serenità nel cuore, dopo tanto tempo di sofferenza e attesa.
La lettera integrale della mamma di Alberto Stasi
“Ci sono cose che il tempo non riesce a portare via. Gli anni passano, la vita va avanti, ma certe vicende restano sempre con te. Entrano nei tuoi pensieri e ti accompagnano ogni giorno, anche quando cerchi di occuparti delle cose normali della vita”.
“Per la mia famiglia è stato così, dall’inizio di questa tragica vicenda. Abbiamo cercato di andare avanti, come fanno tutti. Ci siamo dedicati al lavoro, alla casa, agli impegni di ogni giorno. Però è impossibile non pensare a quello che è successo. È una cosa che non ti abbandona mai del tutto”.
“Ci sono stati anni in cui mi sono sentita molto sola. Spesso avevo la sensazione che nessuno potesse capire davvero quello che stavamo vivendo. Quando una vicenda così dolorosa entra nella tua vita, molte cose cambiano. Impari a convivere con gli sguardi, con i giudizi, con le parole dette e con quelle non dette. A volte il silenzio pesa più di tutto il resto. Perché poi alla fine se tuo figlio viene processato per omicidio “un motivo ci sarà” e anche spiegare che non è così sembra inutile, sembrano giustificazioni vuote, magari giustificazioni di una madre che ama a tal punto il proprio figlio da non riuscire a vedere la realtà. Per me non è mai stato così, io ho sempre saputo che Alberto era innocente e se avessi avuto un solo dubbio sarei stata la prima a portarlo ad assumersi le sue responsabilità. Ma alla gente questo non è mai importato ed è per questo che ho sempre pensato che fosse meglio il silenzio”.
“Poi è arrivato il giorno in cui ho perso mio marito, il mio punto di riferimento, e quel mondo già a pezzi è crollato ancora di più”.
“Subito dopo, Alberto è entrato in carcere. È come vedere la tua vita andare in frantumi, sapere che niente sarà mai più come prima. La mia famiglia non c’era più”.
“Ci sono stati momenti in cui ho preferito chiudermi nelle mie cose, nel mio dolore, cercando di trovare un equilibrio giorno dopo giorno. Non è stato semplice”.
“Non dimentico chi mi è stato vicino in quei terribili anni, chi mi è stato vicino lo sa perché lo ringrazio ogni giorno, per avermi dato speranza, aiuto, sostegno e avermi dato la forza per non arrendermi. Ogni occasione speciale, ogni festa, ogni ricorrenza portava con sé anche il ricordo di quello che era accaduto. E mentre il mondo sembrava continuare il suo cammino, per me c’era sempre una parte di quella storia che restava presente”.
“Le giornate passavano col solo pensiero di mio figlio: per anni ho potuto sentirlo solo 10 minuti alla settimana, attendevo quella chiamata con ansia. Lo vedevo un’ora a settimana e quel viaggio così lungo verso il carcere era il momento che attendevo di più giorno dopo giorno. Portavo il pacco coi vestiti, qualche cosa da mangiare, si parlava del più e del meno, ma l’unica cosa che mi rendeva felice era sapere che, nonostante tutto, stava bene“.
“In quei momenti capisci che basta davvero poco per essere felici, tutto si riduce alle cose essenziali: sapere che chi ami comunque c’è. Ti basta quello“.
“Da madre, ancora oggi, penso soprattutto ad Alberto. Ho visto da vicino quanto questa vicenda abbia segnato la sua vita. Ho visto le difficoltà, la fatica di affrontare ogni giorno una situazione così pesante. Come ogni madre, ho cercato di stargli vicino nel modo migliore possibile. Non sempre si trovano le parole giuste, ma si cerca di non far mancare mai la propria presenza. Sono orgogliosa dell’uomo che è diventato e spero per lui, con tutto il cuore, un futuro diverso“.
“E poi c’è il ricordo di Chiara. Il tempo passa, ma non cancella le persone che abbiamo conosciuto e che hanno fatto parte della nostra vita. Quello che è accaduto resta una tragedia e il pensiero non può che andare anche a questo“.
“Negli ultimi tempi mi ha colpito l’affetto di tante persone. Mi capita di ricevere un saluto, una parola gentile, un incoraggiamento. A volte arrivano da persone che non conosco nemmeno. Dopo anni in cui mi sono sentita spesso chiusa nel mio dolore, sono gesti che hanno un valore enorme e che mi ricordano quanto l’umanità delle persone possono fare la differenza“.
“Non ho mai vissuto tutto questo con spirito di rivincita. Ho imparato che il rancore non alleggerisce il peso delle cose, anzi lo aumenta. Ho sempre cercato di affrontare tutto con dignità, nel modo più discreto possibile, anche quando dentro era difficile trovare serenità. Perché in fondo la verità trova sempre la sua strada, anche quando sembra impossibile“.
“Quello che porto dentro oggi è soprattutto il desiderio di poter vivere con un po’ di pace nel cuore. Dopo tanti anni di sofferenza, di attese e di solitudine, credo che sia il desiderio più semplice e più umano che una persona possa avere“.