La 98esima edizione degli Academy Awards sarà ricordata per molti motivi, ma soprattutto, più di ogni discorso strappalacrime, per l’assenza di uno dei grandi nomi della serata. Quando Sean Penn è stato eletto come vincitore del premio come Miglior attore non protagonista per la sua viscerale interpretazione in Una battaglia dopo l’altra, l’applauso della platea del Dolby Theatre si è mescolato a un senso di inevitabile dejà-vù. Perché Sean Penn non c’era.
A fare le veci dell’assente è stato Kieran Culkin, che con la sua nota ironia tagliente ha ritirato la statuetta commentando: “Penn non è qui perché non ha potuto o non ha voluto, quindi la prendo io”. Una battuta che ha sciolto l’imbarazzo, ma che ha lasciato una domanda aleggiare nell’aria: dove finisce l’impegno civile e dove inizia la ribellione di uno degli ultimi “outsider” di Hollywood?
Sean Penn diserta gli Oscar 2026, il motivo
Secondo quanto filtrato dalle colonne del New York Times, la motivazione ufficiale dietro l’assenza sarebbe di natura umanitaria. Sean Penn si troverebbe in Ucraina, un fronte che l’attore frequenta ormai con costanza sin dall’inizio del conflitto. Non è un mistero che il suo legame con la resistenza di Kiev sia profondo, quasi viscerale: basti pensare alla provocatoria dichiarazione di voler fondere i suoi vecchi Oscar per trasformarli in proiettili simbolici a sostegno dell’esercito ucraino.
Per Penn, evidentemente, il tappeto rosso degli Oscar 2026 è apparso troppo distante dalle trincee che ha scelto di raccontare. La sua “award season” era stata del resto un lungo bollettino di assenze: ha disertato i BAFTA, gli Actor Awards e persino quando si è presentato ai Golden Globe, lo ha fatto a modo suo, fumando con nonchalance all’interno del Beverly Hilton prima di veder sfumare il premio.
L’imprevedibilità di un fuoriclasse
Perché l’assenza di Sean Penn pesa così tanto? Perché, piaccia o meno, Penn è uno dei pochi artisti possono trasformare una cerimonia patinata in un momento di verità politica.
Senza di lui, gli Oscar perdono quel brivido di imprevedibilità che ha segnato la storia del cinema. Impossibile non ricordare il suo discorso per Milk, quando trasformò il ringraziamento in un manifesto per i diritti civili, o la difesa a spada tratta di Jude Law contro le battute di Chris Rock. Anche i suoi momenti più controversi, come la celebre e discussa battuta sulla “green card” rivolta all’amico Alejandro Iñárritu durante la vittoria di Birdman, facevano parte di un codice comunicativo schietto, privo dei filtri del politicamente corretto che oggi dominano la scena.
Il cinema di oggi tende spesso a proteggersi dietro discorsi preconfezionati e sorrisi di circostanza. Sean Penn, decidendo di non esserci, ha ribadito la sua natura di uomo che mette le proprie convinzioni davanti alla gloria personale. Sebbene Javier Bardem abbia provato a mantenere viva la fiamma dell’impegno politico invocando la pace in Palestina, la sua assenza si è fatta sentire.
Ormai è chiaro che Sean Penn non appartenga più (e forse non è mai appartenuto) alle logiche della passerella. La sua statuetta viaggerà verso casa, o forse verso qualche officina per diventare un simbolo di lotta, mentre noi restiamo a chiederci quanto manchi al cinema quella sua capacità di essere, allo stesso tempo, ruvido, scomodo e assolutamente necessario.