Pap test, come affrontarlo senza ansia e paura

Perché tante ragazze evitano il Pap test? Non è solo paura del dolore: contano anche i social, il timore del risultato e l'educazione sessuale. Ne parliamo con un'esperta

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Marta Pettolino Valfrè

Psicologa e docente

Psicologa e coach, si occupa di clinica e sessuologia. Insegna all’Università di Torino e scrive libri coniugando clinica e divulgazione scientifica.

9 min di lettura

  • Molte giovani evitano lo screening cervicale non per ignoranza ma per paura alimentata da racconti e contenuti social contraddittori.
  • Dolore e imbarazzo sono le barriere più citate, ma una comunicazione empatica e spiegazioni pratiche durante la visita riducono l'ansia.
  • Educazione sessuo-affettiva e informazioni chiare sui consultori e sul significato dei risultati possono aumentare l'adesione e la prevenzione.

C’è una generazione che si informa su tutto, controlla i sintomi prima di entrare in ambulatorio, confronta pareri e recensioni prima di scegliere un dentista, eppure davanti a un esame che nella sostanza le salva la vita si blocca.

Non è una questione di distrazione o superficialità: è che le informazioni che circolano su Pap test, HPV test e visita ginecologica sono tantissime, spesso in contraddizione tra loro, e finiscono per generare più ansia di quanta ne risolvano.

I numeri, in Italia, raccontano proprio questo corto circuito. Nel 2024 solo il 35,8% delle donne tra i 25 e i 34 anni, la fascia che dovrebbe iniziare lo screening, ha risposto all’invito.

Significa che quasi due ragazze su tre, quando arriva la lettera o il messaggio con l’appuntamento, semplicemente non si presentano.

Eppure Pap test e test HPV restano gli esami più efficaci per intercettare in tempo eventuali lesioni prima che si trasformino in un problema serio, quando sono ancora facilmente curabili.

Per capire cosa succede davvero in chi rimanda, o evita del tutto, l’appuntamento, ne abbiamo parlato con la dottoressa Marina Cortese, ginecologa e sessuologa, che da oltre vent’anni accompagna donne e persone XX in ogni fase della loro vita.

La sua osservazione di partenza smonta subito un pregiudizio comune: il problema non è la mancanza di informazione. Anzi. Oggi le ragazze arrivano all’appuntamento sapendo, o credendo di sapere, moltissimo, e quel moltissimo è spesso un mix di dati corretti, aneddoti di amiche ed episodi virali su TikTok in cui qualcuna racconta la propria esperienza peggiore.

Il risultato è una paura più diffusa, più radicata e più difficile da disinnescare rispetto a quella delle generazioni precedenti, che semplicemente si fidavano di chi le visitava.

Le paure più diffuse legate al pap-test

Il primo ostacolo è sicuramente la paura del dolore: «La maggior parte delle donne arriva già convinta che farà male», racconta la D.ssa Cortese.

«Spesso hanno avuto una visita frettolosa, magari in consultorio o con personale poco empatico, hanno sentito male una volta e non ci sono più tornate.

Altre volte basta il racconto di un’amica, un “ha fatto malissimo”, perché la paura si diffonda anche senza che ci sia stata un’esperienza diretta.»

Non è un’impressione isolata. Una revisione sistematica pubblicata su Women’s Health dall’Università di Sheffield, che ha analizzato 106 studi condotti in tutto il mondo su ragazze sotto i 30 anni, ha individuato nell’imbarazzo e nella paura del dolore le due barriere più citate in assoluto per l’accesso allo screening cervicale.

Una ricerca qualitativa condotta su ragazze inglesi tra i 20 e i 24 anni, pubblicata su Primary Health Care Research & Development, è arrivata alla stessa conclusione: dolore e imbarazzo restano gli ostacoli più citati, più della mancanza di tempo o della difficoltà di prendere un appuntamento.

C’è poi una componente generazionale che Cortese osserva da vicino: «Le pazienti più giovani, giustamente, vogliono sapere tutto prima di sottoporsi a un esame. Solo che invece di chiedere direttamente a chi le visita, spesso cercano risposte sui forum o guardando i video di altre ragazze, e finiscono per autoalimentarsi la paura invece di ridimensionarla.»

Un altro aspetto è molto importante: quando affrontiamo un controllo medico non portiamo con noi soltanto il nostro corpo. Portiamo tutta la storia che abbiamo costruito con lui.

Le donne, più di chiunque altro, crescono imparando che il proprio corpo è qualcosa da osservare, correggere, giudicare. Deve essere abbastanza bello, abbastanza giovane, abbastanza desiderabile.

Molto più raramente viene raccontato come qualcosa di cui prendersi cura. Così finiamo per dedicarci con costanza all’estetica e con molta più fatica alla salute.

Il Pap test, in questo senso, rappresenta un cambio di prospettiva importante. Per qualche minuto il corpo smette di essere qualcosa da mostrare agli altri e torna a essere qualcosa di cui prenderci cura.

E forse è proprio questo il significato più profondo della prevenzione: spostare l’attenzione dall’apparire allo stare bene.

Quello che TikTok non ti racconta 

Il legame tra social media e paura del Pap test non è più solo un’impressione da salotto, esiste una ricerca specifica che lo dimostra.

Uno studio dell’Università del Nebraska-Lincoln, pubblicato su Health Communication, ha mostrato a un gruppo di giovani donne diversi video in stile TikTok che promuovevano il Pap test, alcuni con lo speculum inquadrato in bella vista, altri senza.

Il solo fatto di vedere lo strumento, indipendentemente dal contenuto del video, aumentava il livello di paura percepita.

Ma il dato più interessante riguarda il modo in cui viene raccontato: i video costruiti attorno a informazioni pratiche, tipo a cosa serve l’esame e ogni quanto va ripetuto, si sono rivelati più efficaci nello spingere le partecipanti a prenotare lo screening rispetto a quelli centrati sul dolore o sul fastidio, che comprensibilmente scoraggiavano di più.

È esattamente quello che racconta anche la D.ssa Cortese: «I social non aiutano, anche quando partono con le migliori intenzioni. Spesso c’è la ragazza che piange su TikTok dicendo che le hanno fatto malissimo, e quel video vale più di mille spiegazioni cliniche.»

Tra i luoghi comuni che circolano di più, secondo lei, c’è quello secondo cui durante l’esame venga prelevato un pezzetto di tessuto: «Non è così, si raccoglie solo un po’ di muco cervicale con un piccolo spazzolino. È fastidioso quanto un tampone interno, se fatto bene.»

Anche il dibattito sullo speculum come «strumento patriarcale», diventato virale in alcune community online, merita una premessa storica: la versione dello speculum vaginale sviluppata nell’Ottocento dal medico americano James Marion Sims fu perfezionata nel corso delle sue sperimentazioni ginecologiche condotte su donne afroamericane ridotte in schiavitù, sottoposte a interventi ripetuti e spesso senza anestesia e senza la possibilità di esprimere un consenso libero.

Una vicenda che oggi è ampiamente riconosciuta come una delle pagine più buie della storia della ginecologia e della medicina.

«Lo speculum bivalve che si usa oggi negli ambulatori non è lo stesso strumento del 1845, ha un design rivisto più volte nel tempo», dice la D.ssa Cortese, «resta sgradevole ma il è lo strumento più ergonomico e indispensabile che abbiamo per vedere il collo dell’utero».

Positivo non significa malata

La seconda paura più diffusa riguarda il risultato: «Nell’immaginario comune il ragionamento è: faccio l’esame e mi trovano il cancro. In realtà è il contrario, serve proprio a intercettare le lesioni prima che degenerino, e la stragrande maggioranza di quello che si trova è del tutto benigno.

È un equivoco diffuso soprattutto quando si parla di positività al Papilloma virus, l’HPV: molte pazienti associano automaticamente un risultato positivo a una diagnosi di tumore, mentre si tratta di due cose completamente diverse».

Qui entra in gioco un altro elemento su cui insiste la D.ssa Cortese: la posizione. «La visita in sé, con le gambe sul lettino e qualcuno che lavora lì sotto senza spiegare cosa sta facendo, non aiuta. È una postura già di per sé molto esposta, e se a questo si aggiunge la vergogna di mostrare il proprio corpo, capisco che la sensazione sia di totale mancanza di controllo.»

Quello che cambia davvero le cose

Se la paura si costruisce con più ingredienti, per fortuna funziona anche il contrario: il comportamento e la comunicazione della o del professionista che fa la visita può fare una differenza enorme.

È esattamente il metodo che descrive la D.ssa Cortese: «Se spiego passo dopo passo cosa sto facendo, e creo un clima di fiducia parlando anche d’altro, delle vacanze, di qualsiasi cosa, la visita cambia completamente. Bastano pochi minuti in più per evitare che diventi un trauma.»

Un approccio che, sull’esperienza della dottoressa, funziona anche con pazienti che convivono con un forte dolore durante i rapporti sessuali, condizione in cui la paura dell’esame è ancora più giustificata e va gestita con ancora più attenzione.

C’è però un tassello che manca a monte, prima ancora di arrivare in ambulatorio: l’educazione sessuo-affettiva a scuola.

Secondo la D.ssa Cortese, nei percorsi italiani si parla di consenso e affettività ma quasi mai degli aspetti pratici della prevenzione: «Bisognerebbe dire alle ragazze che dai 14 anni possono accedere gratuitamente ai consultori familiari, anche senza dirlo ai genitori e che il Pap test o il test HPV, quando arriva l’invito, si possono fare senza paura. Non si tratta di incentivare comportamenti, ma di dare gli strumenti per gestirli in autonomia, il prima possibile».

La paura, quando nasce da esperienze reali o da un dolore mai spiegato, è del tutto legittima. Il punto è distinguerla dai racconti che girano online, spesso costruiti per fare views più che per informare, e ricordarsi che dietro un esame di pochi minuti c’è la nostra vita, la nostra salute e una cosa che la medicina sa prevenire quasi per intero, se solo si arriva in tempo.

Fonti bibliografiche

FAQ

Perché tante giovani evitano il Pap test?

Paura, imbarazzo e racconti virali sui social creano ansia: molte preferiscono evitare l'esame piuttosto che affrontare disagio percepito.

Il Pap test fa davvero male?

Se eseguito con calma e metodo è generalmente solo fastidioso, paragonabile a un tampone interno.

Un risultato positivo all'HPV significa che ho un tumore?

No. Positività all'HPV indica un'infezione comune; la maggior parte delle anomalie individuate dallo screening sono benigni e trattabili.

Come possono i professionisti rendere la visita meno traumatica?

Spiegare passo dopo passo, parlare con la paziente e prendersi qualche minuto in più crea fiducia e riduce ansia e disagio.

I social aiutano a informarsi sul Pap test?

Dipende. Video pratici e informativi spingono a prenotare, mentre quelli focalizzati sul dolore o con lo speculum in vista aumentano la paura.