Body Confidence in spiaggia: come il giudizio sul proprio corpo in costume rovina la vita sessuale

Il giudizio sul proprio corpo in costume non resta in spiaggia. Spegne il desiderio e può rovinare la vita sessuale. La scienza prima spiega e poi ci dà le soluzioni

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Marta Pettolino Valfrè

Psicologa e docente

Psicologa e coach, si occupa di clinica e sessuologia. Insegna all’Università di Torino e scrive libri coniugando clinica e divulgazione scientifica.

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Siamo nate e cresciute con un diktat impietoso: la prova costume.

Ci sentiamo salve da fine settembre fino a dicembre, ma con gennaio siamo sottoposte nuovamente a consigli su diete e valutazioni da bikini.

La prova costume ce l’abbiamo nella testa tutto l’anno, prigioniere dell’immagine di come dovremmo essere, mai libere di accettarci e di piacerci così come siamo.

E questa è la parte dell’anno in cui tutto prende nuova enfasi, il momento in cui metà della popolazione femminile apre l’armadio, tira fuori il costume, e passa i successivi giorni a catalogare i propri difetti con la precisione di un anatomopatologo.

Non è una questione di scarsa autostima o autosvalutazione. È un meccanismo psicologico talmente radicato da avere un nome preciso: teoria dell’Oggettivizzazione.

Nel 1997 le psicologhe Barbara Fredrickson e Tomi-Ann Roberts pubblicarono sulla rivista Psychology of Women Quarterly uno dei contributi più influenti della psicologia contemporanea: nelle società occidentali le donne imparano fin dall’infanzia a guardare il proprio corpo come farebbe un osservatore esterno.

Interiorizzano lo sguardo altrui, della cultura, della pubblicità, del presunto giudizio del o della partner, fino a farlo diventare il loro sguardo su se stesse.

Il risultato è quella sensazione di essere sempre “sotto esame”, in spiaggia, davanti allo specchio, nell’intimità con il o la partner, e anche con se stesse

Ma non dovevano essere proprio la primavera e l’estate a risvegliare il desiderio?

I numeri, purtroppo, parlano chiaro. Uno studio su oltre 52.000 adulti eterosessuali (Body Image, Elsevier, 2007) ha rilevato che il 31% delle donne evita di indossare un costume in pubblico perché a disagio con il proprio aspetto. Quasi una su tre. Non stiamo parlando di casi clinici: stiamo parlando di persone che rinunciano a una vacanza serena, a una nuotata, a un pomeriggio in spiaggia, perché il giudice interiore è diventato più forte del sole, ma senza protezione 50.

D’estate stiamo peggio (e la scienza lo ha dimostrato)

Se ogni anno a giugno ti sembra di odiare il tuo corpo più del solito, non è colpa tua. È stagionale.

Esiste un fenomeno chiamato Seasonal Body Image Dissatisfaction, insoddisfazione corporea stagionale, che descrive come la percezione del proprio corpo peggiori con l’arrivo dell’estate.

Perché? I meccanismi si sommano e si amplificano: il corpo è più esposto, l’abbigliamento più rivelatore, le attività sociali, come spiaggia, piscina, aperitivi, moltiplicano le occasioni di confronto. E poi ci sono i social che inondano il feed di corpi studiati, filtrati e ottimizzati proprio mentre ci si cerca di coprirsi col pareo.

Non è un capriccio stagionale: è una risposta prevedibile a un bombardamento culturale che si accende ogni anno puntuale come il ciclo mestruale durante le vacanze.

Dal costume al letto: il collegamento che nessuno ti racconta

Il punto fondamentale però è che il disagio che si prova col proprio corpo nei mesi estivi non si limita alla spiaggia, quando al tramonto si torna a casa, ci segue fino a entrare nella vita intima e sessuale.

L’insoddisfazione corporea stagionale, ovvero il disagio che si prova quando si percepisce una discrepanza tra il proprio corpo e un’immagine di bellezza idealizzata, si traduce in maggiore evitamento dell’intimità, minore iniziativa sessuale, e una tendenza a “tenersi addosso” uno stato di allerta anche nei momenti in cui dovrebbe esserci abbandono.

La ricerca sul legame tra immagine corporea e vita sessuale è ormai solida: chi ha una relazione più positiva con il proprio corpo tende a riportare esperienze sessuali migliori, più desiderio, più facilità nel raggiungere l’orgasmo, più disponibilità all’intimità (Journal of Sex Research, 2019).

Questo vale per tutti, ma l’effetto è particolarmente marcato nelle donne.

Lo “spectatoring”: quando durante il sesso ti guardi dall’esterno

C’è un meccanismo cognitivo che spiega tutto questo e che ha un nome molto preciso, coniato da Masters e Johnson: spectatoring: durante il sesso, invece di sentire il proprio corpo, lo si osserva.

Lo si guarda dall’esterno come se si stesse guardando un film.

Ci si chiede come si appare, se la pancia è visibile da quella posizione, se le cosce si stanno comportando “bene”, se il o la partner stia notando quel difetto che ogni mattina viene fotografato mentalmente.

La mente abbandona il piacere per fare la guardia al corpo. L’eccitazione cala. Il desiderio si smorza. L’orgasmo diventa molto più difficile da raggiungere, non perché il corpo non funzioni, ma perché l’attenzione è altrove.

Raggiungere l’orgasmo richiede esattamente il contrario dello spectatoring: attenzione alle sensazioni interne, presenza nel momento, abbandono del controllo.

Cose piuttosto difficili da ottenere quando stai contemporaneamente conducendo un’ispezione estetica.

I social media: il confronto che non finisce mai

La spiaggia la possiamo frequentare per pochi giorni o poche ore, ma c’è un altro posto in cui il confronto è continuo e scoraggiante: il feed di Instagram.

I social hanno trasformato il confronto corporeo in un’attività continua, immersiva e quasi impossibile da evitare.

D’estate il fenomeno esplode: challenge di dimagrimento estivo, prima-e-dopo costruiti ad arte, corpi in bikini filtrati e posizionati per risaltarne le qualità si sommano alle pressioni della pubblicità, a quelle dei pari, a quelle delle norme sociali stagionali.

Il risultato è un ambiente mediatico che, proprio nei mesi in cui il corpo è più esposto e vulnerabile, lavora attivamente contro l’accettazione di sé.

Il meccanismo psicologico alla base è la teoria del confronto sociale formulata da Festinger: si tende a valutare se stessi in relazione agli altri.

Quando “gli altri” sono filtrati e selezionati da un algoritmo che premia l’estetica ideale, il confronto diventa un gioco in cui si è sempre in svantaggio. Non perché il proprio corpo sia sbagliato, ma perché i parametri sono stati alterati alla fonte.

Cosa fare per smettere di nascondersi e ritrovare il piacere sessuale

La buona notizia esiste. E la ricerca, oltre a descrivere il problema, indica anche le direzioni che funzionano.

  1. Mindfulness e presenza corporea
    Una delle pratiche più efficaci in questo contesto è quella di portare l’attenzione al momento presente, a quello che si sente e non a quello che si pensa: uscire dalla testa per entrare nel corpo è la tecnica principale per ritornare al piacere della sessualità.
    Il meccanismo è esattamente l’opposto dello spectatoring: invece di uscire dal corpo per osservarlo, si impara a rientrare nelle sensazioni. Non è meditazione new age, è una strategia evidence-based con protocolli clinici validati.
  2. Sensate focus
    La tecnica di Masters e Johnson, esercizi di contatto corporeo progressivo focalizzati sul sentire invece che sul performare o sull’apparire, è ancora uno degli strumenti più efficaci che esistano per rompere il circolo dello spectatoring.
  3. Psicoterapia cognitivo-comportamentale
    Alcuni esercizi cognitivi applicati all’immagine corporea insegnano a identificare i pensieri automatici negativi, come per esempio: ”tutti guardano la mia pancia”, “faccio schifo”, e a smontarli. È una delle strategie più supportate dalla ricerca per il legame corpo-sessualità.
  4. Autocompassione
    La self-compassion, che in italiano suona in modo distorto, è una capacità meravigliosa e consiste nel trattare sé stesse con la stessa gentilezza, comprensione e cura che si riserverebbe a una cara amica.
    Non “volersi bene a comando”, ma costruire un rapporto più funzionale con il proprio corpo, che ne riconosca le capacità e non solo l’aspetto.

Non è solo una questione di corpo, ma di paura di abbandono

C’è qualcosa che spesso si dimentica o si continua a ignorare: non ci innamoriamo di corpi perfetti, ci innamoriamo di persone.

E quasi sempre sono proprio le imperfezioni ad attrarci irrimediabilmente.

I difetti non sono anomalie rispetto a uno standard: sono la firma di quella persona specifica, irripetibile, che non potresti trovare altrove. Sono la sua unicità.

Il corpo di cui troppo spesso ci si vergogna e che si cerca di nascondere in spiaggia è lo stesso corpo che qualcuno ha scelto di abbracciare.

Il corpo che viene esaminato con occhi critici ogni mattina è lo stesso corpo che prova piacere, che sente, e che fa sentire vive.

La sessualità non ha bisogno di un corpo perfetto. Ha bisogno di un corpo presente.

C’è un’ultima cosa che vale la pena dire.

Le donne sono spesso severissime giudici di se stesse, e insieme le più generose nei confronti del partner: ne accettano i difetti, li trovano persino teneri, non li misurano su nessuno standard.

Eppure faticano a concedere la stessa libertà di sguardo a chi le guarda.

Forse la paura vera non è non piacersi. È essere scelte lo stesso, nonostante tutto. Essere viste, davvero viste, con le cosce, la pancia, la luce impietosa di luglio, ed essere desiderate comunque. Perché quello smonta tutto: lo specchio, il costume, il catalogo mentale dei difetti.

È non sentirsi abbastanza, abbastanza belle, abbastanza a posto, abbastanza degne. Ma degne di cosa?

E allora forse è il momento di arrendersi all’evidenza: il problema profondo non è il corpo, ma la paura dell’abbandono perché non si è abbastanza, soprattutto quando sembra che le altre lo siano.

Ammettere a noi stesse che siamo amabili anche con le nostre vulnerabilità  è un atto di grandissima generosità e coraggio.

La paura può farci compagnia, ma non dobbiamo permetterle di vivere al posto nostro.

Perché in fondo la cosa più bella di una persona non sarà mai il corpo, ma l’energia che quello stesso copro emana, quando si sente a proprio agio, quando ride, quando desidera, quando è presente. Quello vale mille volte di più di qualsiasi taglia.

 

Fonti bibliografiche

Fredrickson & Roberts (1997), Objectification Theory — Psychology of Women Quarterly

Masters & Johnson (1970), spectatoring — Human Sexual Inadequacy