Coronavirus come si cura oggi e la speranza di un vaccino

Diverse le terapie su cui si punta per sconfiggere il coronavirus. Mentre sono in fase di studio candidati vaccini

Federico Mereta

Federico Mereta Giornalista Scientifico

Sars2-Cov-19 è nuovo. Nuovissimo. Sconosciuto al sistema difensivo umano. Per queste incute timore e si diffonde così rapidamente. Non c’è persona, in pratica, che abbia a disposizione anticorpi nei confronti di questo ceppo virale.

Perciò, quando si parla di terapie, si fa riferimento soprattutto al controllo della situazione e dei sintomi e all’eventuale assistenza respiratoria in ospedale. A differenza dei batteri, per i quali ci sono gli antibiotici, i virus hanno solo raramente farmaci specifici. E, purtroppo, per un virus nuovo questi non esistono.

Attenzione però: questo non significa che non si tentino approcci terapeutici. È quello che è avvenuto all’Istituto Spallanzani di Roma, con un farmaco sperimentale, Remdesivir, e con un cocktail di medicinali già noti per l’impiego nei confronti del virus HIV.

Le terapie su cui si punta

I virus hanno una capacità drammaticamente efficace: riescono a impiantarsi con il loro patrimonio genetico in quello delle cellule umane e le sfruttano per riprodursi. Per questo curarli direttamente è così difficile.

Per il Sars2-Cov-19, in ogni caso ci sono stati diversi tentativi di trattamento, in associazione alle classiche misure di sostegno e cura “indiretta”, che stanno offrendo risultati incoraggianti. Ad esempio si è puntato sulla clorochina, un farmaco da tempo impiegato sulla malaria, ma soprattutto, come avvenuto nei casi trattati a Roma, su un medicinale chiamato Remdesivir. Questo in pratica è un profarmaco, che si attiva nell’organismo ed è già stato studiato su un virus temibile come quello di Ebola offrendo risposte promettenti.

Allo stesso modo, senza arrivare ad alcune terapie sviluppate in Cina, si stanno studiando ed impiegando farmaci che sono già ampiamente utilizzati nel trattamento dell’infezione da virus HIV. In questo caso, ovviamente, non si punta sulle similitudini tra i due virus, quanto piuttosto su particolare enzimi di cui i virus hanno bisogno nel loro processo di replicazione.

I farmaci impiegati allo Spallanzani di Roma (a quanto si sa lopinavir e ritonavir), così come darunavir, di cui si parla spesso, sono tutti inibitori delle proteasi del virus HIV. Le proteasi virali esplicano la loro azione attraverso una sorta di “taglio su misura” invisibile, più o meno come quello di un sarto, sulle proteine che consente a queste di avere un aspetto tale da favorire il normale assemblaggio del virus e quindi la formazione di un nuovo “nemico”.

Pur se le proteasi del virus HIV appaiono diverse da quelle del coronavirus, l’obiettivo è impedire al virus di “rimodellarsi” in una nuova copia e quindi di espandersi nell’organismo.

In ultimo, pur se solo in Cina, cominciano ad esserci i primi risultati incoraggianti sull’utilizzo di plasma di persone guarite come terapia. In questo caso ovviamente l’obiettivo è offrire una serie di anticorpi già pronti per l’organismo del malato prodotti da chi è guarito.

La speranza di un vaccino

Una buona notizia in questo senso arriva sia dalla Cina che dall’Australia. Stanno per partire i primi studi sperimentali su candidati vaccini, messi a punto in due istituti, nella speranza di individuare un preparato che nel minor tempo possibile possa essere disponibile.

Attenzione però: per quanto si acceleri, il vaccino non potrà essere disponibile prima di un anno, a detta di esperti come Giovanni Rezza, direttore del dipartimento di Malattie infettive dell’Istituto Superiore di Sanità. In tutto il mondo, in ogni modo, è una vera e propria corsa per la profilassi di domani.

Oltre a piccole aziende americane e al National Institute of Health, si sta studiando un vaccino all’Università del Queesland, in Russia e anche in Italia.

Le modalità “strategiche” per la preparazione del vaccino sono diverse: si va da piattaforme che utilizza l’Rna messaggero fino all’impiego del Dna per creare geni sintetici ad altre che mirano a rendere più facilmente riconoscibili le proteine di superficie virali.

In Italia, oltre alla Takis, va segnalato il lavoro combinato tra il Jenner Institute dell’Università di Oxford e Advent Srl, del gruppo IRBM Spa. In questo caso la strategia è quella di creare un cavallo di Troia che assista il sistema immunitario attraverso un virus (adenovirus), che possa trasportare direttamente all’interno dell’organismo gli antigeni del coronavirus in grado di far partire una risposta immunitaria. In questo modo, si spera, potranno essere disponibili gli anticorpi per attivare una risposta quando il virus entrerà nell’organismo di chi non ha contratto l’infezione. Ma ci vorrà tempo….

Federico Mereta

Federico Mereta Giornalista Scientifico Laureato in medicina e Chirurgia ho da subito abbracciato la sfida della divulgazione scientifica. Raccontare la scienza e la salute è la mia passione, perchè credo che la conoscenza sia alla base di ogni nostra scelta. Ho collaborato e ancora scrivo per diverse testate, on e offline.

© Italiaonline S.p.A. 2020Direzione e coordinamento di Libero Acquisition S.á r.l.P. IVA 03970540963

Coronavirus come si cura oggi e la speranza di un vaccino