Tumore al seno, i geni guidano la cura

Il primo test genomico per definire il miglior trattamento nelle pazienti con tumore della mammella

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Federico Mereta

Giornalista Scientifico

Laureato in medicina e Chirurgia ha da subito abbracciato la sfida della divulgazione scientifica: raccontare la scienza e la salute è la sua passione. Ha collaborato e ancora scrive per diverse testate, on e offline.

Si sa. Non tutti i tumori della mammella – circa 55.000 le donne che ogni anno ricevono questa diagnosi – sono uguali tra loro. Ci sono infatti specifici “segnalatori”, come i recettori per gli ormoni nel caso dei tumori ormonodipendenti o l’eccesso di espressione della proteina HER2, che, così come l’assenza dei marcatori nel tumore triplo-negativo, in qualche modo indicano la realtà biologica della malattia e guidano le scelte di cura.

Poi, all’interno di questi ambiti generali, si stanno valutando i mezzi più efficaci per cogliere le caratteristiche genetiche delle cellule che possono svelare ulteriori segreti della lesione. In questo senso, per i tumori con aumento di espressione della proteina HER2 (circa il 15% del totale), grazie alla ricerca italiana si può avere una sorta di “previsione” in termini di prognosi e di terapie più indicate per ogni singolo caso.

Come? Grazie al primo test genomico che consente di definire il miglior trattamento nelle pazienti con tumore della mammella in stadio iniziale che presentano iperespressione di HER2. Si chiama HER2DX e permette, in base a uno specifico punteggio, di stabilire sia le possibilità di sopravvivenza (valore prognostico) sia, nelle donne sottoposte a terapia prima dell’intervento chirurgico (neoadiuvante), le probabilità di raggiungere la risposta patologica completa (valore predittivo), cioè la completa scomparsa di qualunque cellula tumorale a livello mammario e linfonodale.

Cosa può cambiare

I vantaggi di questa scoperta sono potenzialmente di grande interesse scientifico e pratico. Innanzitutto grazie al test si può evitare il rischio di somministrare trattamenti in eccesso e le conseguenti tossicità oppure terapie troppo blande, se la malattia risulta aggressiva. Per il sistema sanitario, questa “precisione” si può tradurre in un risparmio perché si evitano cure inappropriate.

Il test è stato sviluppato e brevettato congiuntamente dalle Università di Padova e di Barcellona ed è stato studiato su più di 1000 persone, come dimostrato da due studi pubblicati su “The Lancet Oncology” e “The Lancet eBioMedicine”, che portano la firma, fra gli altri, di Pierfranco Conte (Presidente di Fondazione Periplo e Professore di Oncologia Medica all’Università di Padova), Valentina Guarneri (Direttore dell’Oncologia 2 all’Istituto Oncologico Veneto di Padova e Professore Ordinario di Oncologia all’Università di Padova), Aleix Prat (Translational Genomics and Targeted Therapies in Solid Tumors, August Pi i Sunyer Biomedical Research Institute, Barcellona, Spagna) e Charles M. Perou (Lineberger Comprehensive Cancer Center, University of North Carolina, Chapel Hill, USA).

Nei tumori HER2 positivi la crescita delle cellule tumorali è dovuta alla stimolazione di questo recettore, che è presente in sovrabbondanza, causando così una crescita rapida e incontrollata delle cellule malate – spiega Conte. Dal punto di vista biologico, è una delle forme più aggressive e, in passato, non essendoci farmaci efficaci, queste pazienti erano caratterizzate dalla prognosi peggiore. Oggi invece, grazie alla disponibilità di terapie mirate che interferiscono specificamente bloccando il recettore HER2, il decorso clinico è cambiato radicalmente. Il primo anticorpo monoclonale anti HER2, che ha rivoluzionato la storia della malattia, è stato trastuzumab, a cui sono seguite numerose altre terapie, ad esempio anticorpi monoclonali che veicolano farmaci citotossici molto potenti come trastuzumab emtansine, oppure inibitori della tirosin-chinasi o farmaci chemioterapici associati alle molecole anti HER2. La presenza di numerose alternative terapeutiche richiede nuovi strumenti per supportare i clinici nella scelta della terapia più efficace evitando sovra o sottotrattamenti”.

Cosa dicono i geni

Grazie a test di questo tipo, si può andare oltre i parametri tradizionali utilizzati dagli oncologi: dimensioni del tumore, stato dei linfonodi ascellari e dei recettori ormonali. Secondo Conte “il test genomico HER2DX risponde quindi a un bisogno clinico ancora insoddisfatto perché, a oggi, non vi sono strumenti per definire, nelle forme HER2 positive, il beneficio delle terapie mirate e il rischio di recidiva”.

Il test valuta lo stato di attivazione di 27 geni che regolano quattro vie metaboliche, fondamentali per la crescita neoplastica: l’espressione di HER2, la via di stimolazione endocrina (ruolo degli ormoni), quella della proliferazione cellulare (i geni che controllano la velocità con cui le cellule tumorali si dividono) e la via immunologica (la reazione del nostro sistema immunitario nei confronti delle cellule tumorali).

L’obiettivo, utilizzando il test insieme ai tradizionali parametri, è migliorare la definizione non solo della prognosi, cioè le probabilità di sopravvivenza senza presenza di malattia a distanza di anni dall’intervento chirurgico, ma anche la probabilità che le donne sottoposte a terapia medica preoperatoria, cioè neoadiuvante, ottengano la risposta patologica completa.