Long-Covid, come si manifesta e perché preoccupa

Il long-Covid si manifesta con segni e sintomi eterogenei e riguarda tutte le età. Tra i disturbi più comuni, una stanchezza inspiegabile

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Federico Mereta

Giornalista Scientifico

Laureato in medicina e Chirurgia ha da subito abbracciato la sfida della divulgazione scientifica: raccontare la scienza e la salute è la sua passione. Ha collaborato e ancora scrive per diverse testate, on e offline.

Il long-Covid, ovvero le conseguenze a lungo termine dell’infezione da Sars-CoV-2 che si osservano in molto persone anche a distanza di tempo dall’avvenuta negativizzazione dei tamponi, è uno dei tanti volti ancora non perfettamente decifrati della pandemia. Ora, per contribuire alle conoscenza, su Journal of Pathology viene pubblicata una ricerca che ha visto collaborare un gruppo di ricercatori dell’Università di Trieste, del King’s College of London e dell’International Centre for Genetic Engineering and Biotechnology (ICGEB) di Trieste. Lo studio riesce ad aprire un’importante finestra scientifica su ciò che avviene in termini di danno a carico dei polmoni dopo l’infezione da virus Sars-CoV-2.

Long-Covid, il polmone soffre nel tempo

Lo studio, coordinato da Mauro Giacca, docente di biologia molecolare dell’Università di Trieste, direttore della Scuola di Medicina Cardiovascolare al King’s College di Londra e Group Leader del laboratorio di Medicina molecolare in ICGEB, ha analizzato il tessuto polmonare di una particolare categoria di pazienti, ossia quelli apparentemente negativizzati dal virus, ma le cui condizioni cliniche si sono progressivamente aggravate fino a condurli alla morte con sintomi del tutto sovrapponibili a quelli di un’infezione acuta da SARS-CoV-2.

La coorte dei pazienti analizzati, nonostante la ripetuta negatività virale fino a 300 giorni consecutivi, ha rivelato evidenza di polmonite interstiziale focale o diffusa, accompagnata da estesa sostituzione fibrotica nella metà dei casi.  Assolutamente inattesi sono alcuni aspetti significativi dal punto di vista patologico: nonostante l’apparente remissione virologica, la patologia polmonare si è rivelata molto simile a quella osservata negli individui con infezione acuta, con frequenti anomalie citologiche, sincizi e la presenza di caratteristiche dismorfiche nella cartilagine bronchiale.

Il secondo aspetto, forse ancora più inquietante, è legato all’assenza di tracce virali nell’epitelio respiratorio (coerente con la negatività del test molecolare), mentre sono state individuate nella cartilagine bronchiale e nell’epitelio ghiandolare parabronchiale la proteina Spike e quella del Nucleocapside virale, indispensabili rispettivamente all’infezione e alla replicazione del virus. Il distretto cartilagineo appare come un “santuario” che rende il virus non identificabile con alcuna delle metodiche di cui si dispone al momento.

Insomma: la sensazione che emerge dall’indagine è che l’infezione da SARS-CoV-2 possa persistere significativamente più a lungo di quanto suggerito dai risultati negativi dei Test PCR, con segni evidenti d’infezione in specifici tipi di cellule nel polmone. Quale sia il ruolo effettivo di questa latente infezione a lungo termine nel quadro clinico della cosiddetta “sindrome da Long-Covid” è ancora da capire, ma comunque è un ulteriore passo avanti nelle conoscenze.

Astenia, problemi al cuore e al sistema nervoso

Il long-Covid impatta tanto sul corpo quanto sulla psiche e per questo, complici anche gli stress del momento storico che stiamo vivendo, rischia di diventare un vero e proprio ostacolo sulla strada del benessere per tante persone. A tutte le età e, in alcuni casi, anche senza una diretta correlazione con la gravità del quadro di Covid-19, con comparsa di disturbi a distanza anche in chi ha avuto sintomi lievi legati alla replicazione del virus. Ma quando si parla di long-Covid?

In termini generali si intende una condizione clinica caratterizzata da segni e sintomi eterogenei che permangono o si sviluppano dopo quattro settimane dall’infezione acuta da SARS-CoV-2. Le manifestazioni cliniche sono molto variabili e oggi non esiste un consenso unanime sulle loro caratteristiche, anche se è possibile distinguere manifestazioni generali come astenia, mialgie, artralgie, debolezza generale e quadri legati al benessere di un singolo organo come difficoltà a respirare normalmente, tachicardia, mal di testa inspiegabili e magari anche segni di reflusso gastro-esofageo.

Rifacendosi sempre all’”istantanea” scattata dagli esperti di Fadoi (Federazione degli internisti ospedalieri) , ci si accorge che a fare da “apripista” ai disturbi è quasi sempre una stanchezza indicibile, che limita le possibilità di fare ciò che si faceva prima dell’infezione. Questo problema, sia pure se con diverse gradualità, sarebbe presente addirittura in quasi quattro persone su cinque. Anche una sorta di difficoltà nelle comuni attività cerebrali, in termini di prontezza nelle reazioni e capacità di seguire a lungo un percorso, compare in alcune persone, sotto forma di una specie di “nebbia” che pare offuscare il normale funzionamento del sistema nervoso.

Ancora: permangono per molti, più o meno sei soggetti su dieci, difficoltà a respirare normalmente, che si manifestano con affanno e facile affaticabilità. Solo nei casi più gravi anche uno sforzo fisico minimo mette nelle condizioni di respirare più velocemente per compensare le carenze di ossigeno. Capitolo cuore: sono tante le osservazioni che dicono come il cuore e i vasi di chi ha avuto Covid-19 presentino caratteristiche di rischio maggiore.

Un’analisi svedese apparsa su British Medical Journal in questo ambito mostra che nel primo mese dopo il quadro si osserva un aumento di circa cinque volte del rischio di trombosi venosa profonda ed un incremento di oltre trenta volte del rischio di embolia polmonare e quasi raddoppia l’incidenza di emorragie. Poi, progressivamente, il rischio scende. Ma permane anche a distanza di mesi, seppur meno significativo.

Perché nasce il long-Covid

Appare importante la presenza di uno stato iper-infiammatorio persistente o una risposta anticorpale inadeguata, che potrebbero contribuire a generare la situazione. Tra le cose che non si sanno, insomma, manca la certezza che la sindrome post-Covid dipenda direttamente dal virus o sia piuttosto provocata soprattutto dallo stress e dal trauma connessi all’infezione. tuttavia sappiamo che il virus ha fra i suoi bersagli l’endotelio dei vasi sanguigni.

Ancora: si pensa che, tra gli altri fattori, si possa verificare una sorta di reazione autoimmune, con il virus che in pratica induce un “errore” da parte del sistema difensivo dell’organismo portandolo al punto di produrre autoanticorpi, che non riconoscono come “propri” del corpo tessuti che quindi possono essere attaccati, dando il via ai sintomi. Di certo si sa che il long-Covid non interessa solamente le persone anziane, ma può colpire anche giovani e bambini, a prescindere dalla gravità dei sintomi della prima infezione.

Basti pensare in questo senso ad uno studio di qualche tempo fa di un gruppo di ricerca del Dipartimento della Salute della Donna e del Bambino e di Sanità Pubblica della Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS di Roma: in circa 130 bambini con diagnosi di Covid-19, poco meno di uno su tre presentava un disturbo a distanza di quattro mesi  dall’infezione e uno su cinque aveva tre o più sintomi correlati al quadro, tra cui dolori alle articolazioni, disturbi del sonno e mal di testa.

Quanto può pesare il long-Covid

Le conseguenze a distanza di Covid-19 possono impattare tanto sul corpo quanto sulla psiche. Per long-Covid si intende una condizione clinica caratterizzata da segni e sintomi eterogenei che permangono o si sviluppano dopo quattro settimane dall’infezione acuta da SARS-CoV-2.

Le manifestazioni cliniche sono molto variabili e oggi non esiste un consenso unanime sulle loro caratteristiche, anche se è possibile distinguere manifestazioni generali come astenia, mialgie, artralgie, debolezza generale e quadri legati al benessere di un singolo organo come difficoltà a respirare normalmente, tachicardia, mal di testa inspiegabili e magari anche segni di reflusso gastro-esofageo. E non bisogna dimenticare che a volte a fare da “apripista” ai disturbi è una stanchezza indicibile, che limita le possibilità di fare ciò che si faceva prima dell’infezione.

Ancora: permangono per molti, più o meno sei soggetti su dieci, difficoltà a respirare normalmente, che si manifestano con affanno e facile affaticabilità. Solo nei casi più gravi anche uno sforzo fisico minimo mette nelle condizioni di respirare più velocemente per compensare le carenze di ossigeno.