Epatite B e C, perché è importante identificare chi ne soffre

Epatite B e C: quando possono avere effetti anche fatali, come si curano e prevengono e cosa è successo durante la pandemia

Federico Mereta Giornalista Scientifico Laureato in medicina e Chirurgia ha da subito abbracciato la sfida della divulgazione scientifica: raccontare la scienza e la salute è la sua passione. Ha collaborato e ancora scrive per diverse testate, on e offline.

Sconfiggere i virus B e C dell’epatite è possibile. Per il primo esiste il vaccino, per il secondo grazie ai farmaci specifici si può curare l’infezione ed eradicare il virus, evitando l’insorgenza delle complicazioni a distanza, potenzialmente molto gravi. Solo bisogna pensarci e puntare sul riconoscimento dei quadri grazie allo screening, che si fa con un semplice esame del sangue.

Proprio sullo screening, peraltro, si deve puntare per identificare le persone che hanno sviluppato l’infezione da virus C senza sintomi particolari e non sanno di avere il virus. È lunga la serie di indicazioni che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ricorda in occasione della Giornata Mondiale delle Epatiti, in programma il 28 luglio. L’impegno per sconfiggere questi virus viene portato avanti dagli infettivologi della SIMIT – Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali e dagli epatologi dell’AISF – Associazione Italiana per lo Studio del Fegato.

Perché l’attenzione ai virus

L’attenzione dei clinici è rivolta soprattutto alle Epatiti B e C, quelle dagli effetti più gravi, talvolta letali. Sono considerate una minaccia per la salute pubblica, in quanto se cronicizzano, provocano complicanze nel tempo anche fatali come la cirrosi e il tumore epatico.

Tuttavia, l’Epatite B può essere prevenuta con il vaccino, mentre l’Epatite C si può curare con farmaci efficaci e risolutivi, tanto che l’OMS aveva fissato l’obiettivo della sua eliminazione entro il 2030, un risultato reso raggiungibile grazie ai nuovi farmaci antivirali ad azione diretta, che permettono di eradicare il virus in maniera definitiva, in tempi rapidi e senza effetti collaterali.

La pandemia ha rallentato la marcia dell’Italia verso l’eliminazione dell’epatite C – evidenzia Massimo Andreoni, Direttore Scientifico SIMIT – A febbraio 2020, il governo ha stanziato 71,5 milioni di euro per effettuare gli screening tra i nati tra il 1969 e il 1989, oltreché tra tossicodipendenti e detenuti.

Alcune regioni si sono già attrezzate, altre stanno affinando i modelli. È un impegno di primaria importanza, visto che l’Epatite C è ancora altamente endemica in Italia, con centinaia di migliaia di persone che devono essere diagnosticate. Per quanto riguarda invece l’Epatite A e B, invece, abbiamo a disposizione vaccini validissimi, che permettono di prevenire l’infezione. Per l’epatite B in Italia il vaccino abitualmente viene somministrato intorno ai 12 anni; per l’Epatite A deve essere fatto dalle persone a rischio. Per quest’ultima non vi sono farmaci, mentre per l’epatite B le terapie disponibili permettono di controllare l’infezione, ma non di eradicarla; la vaccinazione resta quindi l’arma principale”.

Cosa è successo in tempo di Covid-19

“Le misure di contenimento e distanziamento sociale imposte dalla pandemia hanno probabilmente ridotto, almeno nei Paesi industrializzati, la diffusione delle altre malattie infettive, non solo quelle trasmissibili per via aerea, come l’influenza e il raffreddore, ma anche di quelle trasmesse sessualmente o per via parenterale o alimentare, queste ultime per una maggiore attenzione all’igiene.

I primi dati quindi segnalano una flessione anche per quanto riguarda l’incidenza delle epatiti virali che, se confermata, rappresenterebbe un’importante lezione della quale tener conto anche in futuro, proseguendo la lotta contro queste malattie – segnala Massimo Galli, Past President della Simit e referente per le Epatiti per la società scientifica degli infettivologi italiani.

Esistono tuttavia aspetti negativi associati alla pandemia le cui conseguenze meritano un’attenta valutazione. Anche se non sono ancora disponibili dati completi riguardanti questi due ultimi anni, è verosimile che una flessione delle vaccinazioni anti HBV (virus dell’epatite B) possa essere avvenuta e che si renda quindi necessario recuperare le mancate vaccinazioni. È invece clamorosamente evidente la flessione dei trattamenti dell’epatite C, che mette in discussione la possibilità di conseguire l’obiettivo dell’eliminazione della malattia fissato dall’OMS per il 2030.

Questo fenomeno, certamente accentuato dalla pandemia, viene però da più lontano ed era già evidente a partire dal 2018, come conseguenza del ritardo degli interventi per l’emersione del sommerso. Ora è cruciale che si lavori in questa direzione, con un adeguato impiego dei fondi stanziati nel febbraio del 2020. Tocca anche riprendere un’efficace opera di sensibilizzazione nella popolazione: recenti esperienze in cui si è associato lo screening per Covid con quello per l’Epatite C attuate in Lombardia dimostrano il permanere di un non trascurabile numero di infezioni da HCV in persone del tutto inconsapevoli della loro condizione”.

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