Endometriosi, malattia dell’utero “fuori posto”: perché viene e come si affronta

L'endometriosi è un'infiammazione cronica che si manifesta col dolore. Non rende sterili ma può rendere più difficile restare incinta

Federico Mereta

Federico Mereta Giornalista Scientifico

L’endometriosi è stata definita da qualcuno la malattia dell’utero “fuori posto”.

Quando in casa c’è disordine e pare che ogni cosa non sia dove dovrebbe essere giustamente siamo di cattivo umore. Pensate un po’ cosa può accadere quando ad essere fuori posto è un particolare tessuto del nostro corpo, che si “sviluppa” e cresce anche in zona in cui non dovrebbe essere. Questo quadro si verifica nell’endometriosi.

In realtà non trasloca l’organo, ma il tessuto più interno della mucosa, l’endometrio, che può crearsi “isole” in altre aree del corpo, quasi sempre nell’addome, come ad esempio nell’ultima parte dell’intestino o nelle ovaie. In rarissimi casi “isole” di endometrio si possono formare anche nell’apparato respiratorio.

Non tutti i casi di endometriosi sono uguali

Pur se l’endometriosi è una patologia chiara sotto il profilo dei meccanismi che la determinano, i quadri possono essere diversi da donna e donna. Questo spiega anche come sia complesso riconoscere questa condizione, che spesso si manifesta soprattutto con il dolore. Questo è molto più intenso del classico dolore mestruale fin dall’inizio e col tempo, specie quando il tessuto endometriosico si infiltra negli organi vicini. In questo caso il tipico dolore mestruale interessa tutta la parte bassa dell’addome, quella che gli esperti definiscono pelvi, e tende a diventare cronico.

Il problema nasce perché nell’endometriosi si scatena un’infiammazione cronica che porta all’esagerata attività di una cellula, chiamata mastocita. Questa favorisce l’infiammazione e quindi anche la proliferazione del dolore stesso, con incremento dei segnali che viaggiano verso il cervello.

Per l’entità del sintomo dolore, peraltro, non conta solamente la diffusione della patologia. A volte piccole formazioni di tessuto “fuori posto” sono particolarmente attive nello scatenamento dell’infiammazione e del conseguente dolore perché producono più sostanze che lo stimolano. In tutti i casi, il problema è che a volte il dolore viene sottovalutato, quasi “compreso” nel quadro classico della sindrome premestruale e si tende a non considerare questa malattia, soprattutto nelle giovanissime.

In molti casi, infatti, i primi segni della dislocazione del tessuto dell’endometrio possono comparire già nella giovinezza o nella prima età. Il problema è che nel tempo il dolore può diventare sempre più forte e non si  limita solamente al periodo delle perdite mestruali ma a volte può addirittura precederle.

In termini generali, in ogni modo si possono individuare due tipi di malattia che prevedono trattamenti diversi. Nei casi più “semplici” è l’ovaio, che per vicinanza è una delle sedi più comuni del “trasloco” del tessuto dell’endometrio, si trova ad essere coinvolto. L’endometriosi può quindi condurre alla formazione di cisti all’interno dell’ovaio, legate alle emorragie ripetute del tessuto uterino presente all’interno dell’organo. Più complessa è l’endometriosi infiltrante, che spesso provoca un più intenso dolore e tende ad invadere anche gli organi vicini, cioè l’ultima parte dell’intestino, la vagina, la vescica e gli ureteri.

Le terapie, oltre al bisturi

Una volta individuata la malattia, cosa da fare prima possibile, il ginecologo ha come obiettivo il benessere della donna, il controllo del dolore e, vista l’età, la possibilità di gravidanze future. In questo senso possono essere utili la terapia medica con ormoni – a partire dalla classica “pillola”, la procreazione medicalmente assistita quando la gravidanza non inizia (almeno la metà delle donne può rimanere incinta in modo naturale) e la chirurgia. Insomma: non tutti i casi di endometriosi vanno affrontati in sale operatoria.

È fondamentale che le indicazioni all’eventuale intervento siano precise, soprattutto quando si interviene sulle ovaie. Perché? Mantenere l’integrità di questi organi è importante, anche in presenza delle cisti alla patologia. Per questo quando possibile si preferisce cercare una soluzione con terapia medica, appunto i trattamenti ormonali, per cercare di bloccare l’evoluzione delle cisti stesse.

La chirurgia, in teoria, dovrebbe entrare in gioco quando le lesioni possono andare a comprimere l’uretere (il condotto che dai reni porta l’urina nella vescica) mettendo a rischio il rene stesso oppure quando possono bloccare il transito intestinale. Attenzione però: il trattamento deve essere personalizzato al massimo, soprattutto quando il dolore è particolarmente importante. Ogni intervento chirurgico, infatti, può creare condizioni che rendono più complessa una nuova operazione.

Per quanto riguarda le possibilità di gravidanza futura, la scienza ha fatto passi avanti importanti ma ogni situazione va verificata con il ginecologo tenendo presente una regola generale: non bisogna aspettare di essere troppo avanti con gli anni, altrimenti le possibilità di rimanere incinte saranno naturalmente inferiori.

Questa malattia non provoca sterilità ma può rendere più difficile rimanere incinte e per questo la procreazione medicalmente assistita può rappresentare un’opportunità in più, cui rivolgersi quando dopo un certo periodo non si riesce ad arrivare alla gravidanza. Un’ultima informazione utile: nella donne in dolce attesa si può avere un sensibile calo del dolore, ma la gravidanza di per sé non può curare la malattia.

Federico Mereta

Federico Mereta Giornalista Scientifico Laureato in medicina e Chirurgia ho da subito abbracciato la sfida della divulgazione scientifica. Raccontare la scienza e la salute è la mia passione, perchè credo che la conoscenza sia alla base di ogni nostra scelta. Ho collaborato e ancora scrivo per diverse testate, on e offline.

© Italiaonline S.p.A. 2019Direzione e coordinamento di Libero Acquisition S.á r.l.P. IVA 03970540963

Endometriosi, malattia dell’utero “fuori posto”: perché viene e...