Come migliorare la memoria: tecniche e alimentazione

La memoria va soprattutto allenata e tenuta in forma, anche a tavola: le buone abitudini, le tecniche e gli alimenti che aiutano a ricordare

Federico Mereta

Federico Mereta Giornalista Scientifico

Non mi ricordo”. Quante volte ci è capitato di ripetere questa frase, magari perché non ci viene immediatamente in mente un nome, non sappiamo dove abbiamo posato lo smartphone oppure non siamo arrivati ad un appuntamento importante.

Quando non si arriva a vere e proprie situazioni patologiche, il calo della capacità mnemoniche può anche indicare soprattutto in chi ha superato i 60 anni un inizio di deficit cognitivo, la memoria va soprattutto allenata. E tenuta in forma. Ad esempio a tavola.

Per ricordare occorre che i segnali corrano rapidamente tra le sinapsi grazie ai neurotrasmettitori, come l’acetilcolina, la dopamina, la serotonina, la noradrenalina e il glutammato. In più l’attività dei neuroni della memoria è aiutata da alcune vitamine come la B1, la B6 e la B12.

Alimentazione e buone abitudini

Quindi, tra i cibi, non dimenticate l’importanza di tuorlo d’uovo, noci, latte, (B1) pesci di mare, cereali, banane, soia, prugne secche (B6) e carni, pesce e pollame (B12). Ovviamente pensare di risolvere tutto nutrendosi correttamente è una sana utopia. Ed allora, dedicatevi alla lettura ed ascoltate della buona musica.

Chi legge però dovrebbe abituarsi ad analizzare quanto riportano le pagine e ad utilizzare tecniche che aiutano a “spezzettare” e poi ricostruire il ricordo. Più facile è migliorare la situazione con le sette note. In alcuni grandi musicisti il giro angolare dell’emisfero destro (una particolare zona del sistema nervoso) risulta ben più sviluppato rispetto al resto della popolazione. Il motivo? Lo stimolo musicale ripetuto e lo scorrere delle note hanno determinato una sorta di “allenamento” per i neuroni, che quindi si sono specializzati, fino a rendere più semplice il ricordo di un’armonia.

Stessa funzione possono avere le lingue: chi diventa poliglotta tende a mantenere una maggior lucidità mentale. Infine, cercate di limitare lo stress. La tensione emotiva può avere un impatto negativo sulla capacità di ricordare, perché facilita la produzione di cortisolo: secondo una ricerca condotta qualche tempo fa alla Rockfeller University, il cortisolo colpisce una “stazione” fondamentale nel processo dell’immagazzinamento dei ricordi, l’ippocampo.

Ricordo breve e ricordo prolungato

Non tutte le forme di memoria sono identiche. Nel caso della memoria a breve termine, stimoli deboli o comunque non ritenuti significativi quindi non considerati degni di stimolare un ricordo danno il via alla classica risposta di breve durata, la cosiddetta memoria a breve termine. Queste dura solo poche ore e ci permette di ricordare ad esempio un numero di telefono poco dopo che lo abbiamo composto, ma questo sarà destinato a finire nel dimenticatoio dopo poco tempo.

Infatti, per arrivare a ricordare nel tempo, bisogna che si instaurino meccanismi particolari legati anche a composti che nemmeno immaginiamo di avere. Ad esempio per “fissare” (o almeno tentare di farlo)  un ricordo, bisogna che si innalzi la disponibilità di un composto che stimolano le proteine che agiscono sulle sinapsi, i punti di collegamento tra i diversi neuroni. Questo si chiama Protein-chinasi A.

Una volta avvenuto questo meccanismo lo stimolo viaggia lungo i neuroni fino a giungere ad una sorta di “stazione di coordinamento“. E’ l’ippocampo, un piccolo organo, così chiamato perché assomiglia a un cavalluccio marino. Si trova nella parte profonda del cervello ed è più piccolo in chi soffre di amnesia rispetto ai sani. Infine, il viaggio del ricordo arriva nelle aree del cervello in cui avviene la rielaborazione vera e propria, che spesso si localizza nell’area temporale.

Ricordare tutto è una maledizione

Dimenticare, sia chiaro, non è un male. Anzi, addirittura in qualche caso è protettivo per l’organismo e per il benessere della persona. Anche per questo ci sono stati studi sul propanololo, un particolare farmaco testato proprio per superare gli stress post traumatici e il ricordo che vogliamo cancellare.

Qualche anno fa uno studio condotto dagli psicologi dell’Università di Amsterdam, apparso su Biological Psichiatry, aveva dimostrato che per la cura dell’aracnofobia basterebbero due minuti di trattamento con una singola dose del farmaco, impiegato da tempo per il controllo della pressione arteriosa, insieme a sensazioni da cui si vorrebbe rifuggire.

Del resto, che la memoria assoluta non sia da augurare a nessuno è provato dalla storia. Pensate solamente all’esistenza di Paul Morphy, divenuto famoso qualche tempo fa come “Mozart degli scacchi”. Senza nessun maestro, ha imparato a giocare solo osservando gli altri e memorizzando le loro mosse, a soli dieci anni. Diciottenne, ha sfidato otto campioni a Parigi. Ed ha vinto. Poi, quasi per gioco, si è messo in testa dopo averlo letto una sola volta gran parte del Codice legale della Louisiana. A vent’anni, ha dato addio agli scacchi: troppo spiccati i segni di follia.

Dimenticare, insomma è umano. Ma esercitarsi sempre per mantenere ben acceso il sistema della memoria è sicuramente positivo, per il corpo e soprattutto per la mente.

Federico Mereta

Federico Mereta Giornalista Scientifico Laureato in medicina e Chirurgia ho da subito abbracciato la sfida della divulgazione scientifica. Raccontare la scienza e la salute è la mia passione, perchè credo che la conoscenza sia alla base di ogni nostra scelta. Ho collaborato e ancora scrivo per diverse testate, on e offline.

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