La resa dei conti in amore: una lezione sulla vendetta da Temptation Island

"Temptation Island" ci fa riflettere sulla vendetta di coppia, che ha mille forme: togliere attenzioni, provocare, far ingelosire

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Serena De Filippi

Lifestyle Editor

Lifestyle e Content Editor che scrive da tutta la vita: storie, racconti, libri, articoli, con una passione per i trend del momento.

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Quando si vive una crisi di coppia, arriva il momento di fare i conti con ciò che è accaduto. Se però si smette di affrontare il problema e si comincia a tenere il “conto” di cosa ha fatto il partner, si innesca un meccanismo: chi ha iniziato, chi ha sofferto di più. Una dinamica che difficilmente finisce in pareggio, perché ciascuno misura soprattutto il proprio dolore.

Sabrina e Giovanni stanno insieme da anni, e a Temptation Island questa dinamica sembra emergere quasi al rallentatore. Lei ammette un cedimento con un’altra persona e si avvicina a uno dei tentatori; lui, ferito, chiede per due volte un confronto e per due volte riceve un no. Poi è Giovanni a rivolgere le sue attenzioni a una single e ad andare con lei in bagno, a microfoni spenti. Sabrina reagisce dicendo che lo fa di proposito, che è ridicolo. E subito dopo annuncia: “Ora mi lascerò andare di più”.

Il comportamento dell’altro diventa un’autorizzazione: se tu mi ferisci, allora anch’io posso spingermi un po’ più avanti. Ma, alla fine, è solo una ferita nuova che si somma alla precedente, e quella originaria resta esattamente dov’era. È uno dei modi in cui la vendetta può insinuarsi nella coppia.

“Se lo fai tu, allora posso farlo anch’io”

Nelle interazioni di coppia esiste un fenomeno chiamato reciprocità negativa. Un comportamento percepito come ostile tende a ricevere una risposta dello stesso segno, che ne provoca un’altra ancora, in una progressione che si alimenta da sé.

Robert Levenson e John Gottman lo documentarono già nel 1983 studiando trenta coppie sposate mentre parlavano degli eventi della giornata e di un problema della relazione: in quelle maggiormente in difficoltà comparivano più emozioni negative e una tendenza maggiore a ricambiare subito la negatività del partner. E la negatività, una volta restituita, raramente si esaurisce dove era cominciata.

La sequenza tra Sabrina e Giovanni nella puntata del 22 luglio di Temptation Island ci dà la possibilità di osservare questa dinamica senza trasformare il racconto in una graduatoria dei torti: ogni gesto viene vissuto da chi lo compie come una risposta a qualcosa che è accaduto prima. Lei si avvicina al single; lui, dopo aver ricevuto due rifiuti alla richiesta di confronto, si rivolge a un’altra; lei lo vede sparire in bagno con quella persona e dichiara che d’ora in poi si tratterrà meno; poi chiede provocatoriamente un bacio, che non arriva.

Per noi, da casa, la catena è chiara. Ma chi la vive dall’interno vede soltanto la propria reazione a un torto altrui. E anche se il problema non è reagire emotivamente a una ferita, perché la rabbia e il bisogno di difendersi sono risposte comprensibili, il passaggio distruttivo è un altro. Inizia quando si comincia ad agire soltanto in funzione di ciò che ha fatto l’altro.

È qui che si instaura quella che potremmo chiamare contabilità emotiva: nella coppia è presente una sorta di registro invisibile in cui ciascuno annota i torti subiti e i crediti maturati. L’effetto reale, però, è che nessuno parla più del torto iniziale, perché nel frattempo sono successe altre cinque cose più recenti e più fresche da rinfacciare. La ferita da cui tutto è partito non viene affrontata, né riparata: rimane sepolta sotto quelle nuove.

Le intenzioni che attribuiamo all’altro

Nei conflitti non reagiamo soltanto a ciò che il partner fa, ma al significato che attribuiamo al suo gesto e alle sue parole. Chiudersi in bagno con una tentatrice, a microfoni spenti, può voler dire interesse, provocazione, ritorsione, oppure il tentativo di far scattare una reazione. Sabrina sceglie una lettura sola: lo sta facendo apposta. E da quella lettura decide come comportarsi.

La psicologia delle relazioni parla di attribuzioni, ovvero dei modi in cui spieghiamo le cause del comportamento di chi amiamo. Frank Fincham e Thomas Bradbury hanno osservato che le attribuzioni meno benevole dei comportamenti negativi del partner erano associate, un anno dopo, a una soddisfazione inferiore, anche tenendo conto del livello di soddisfazione iniziale.

C’è poi un’asimmetria di fondo, perché le nostre azioni le raccontiamo attraverso il dolore e le circostanze: “Ho reagito perché ero ferita, perché non mi ascoltavi, perché non ne potevo più”. Quelle dell’altro le spieghiamo attraverso il carattere e le intenzioni: lo fa apposta, è falso, vuole vedermi soffrire. Due comportamenti quasi identici ricevono così due spiegazioni opposte, e ognuno dei due si sente l’unico ad avere un motivo.

Vendicarsi o riparare dopo una ferita

Dopo un torto subito, la psicologia ha studiato due motivazioni ricorrenti: l’evitamento e la vendetta, su cui Michael McCullough e il suo gruppo di ricerca hanno costruito un questionario per misurarle.

Nelle coppie la vendetta può assumere forme ordinarie: togliere attenzioni, rispondere a monosillabi, raccontare la propria giornata a chiunque tranne che al partner, lasciare intendere che qualcun altro ci trova interessanti. È una punizione somministrata a piccole dosi.

A questo punto vanno distinti tre aspetti che talvolta vengono confusi. Perdonare non vuol dire dimenticare, ridimensionare l’accaduto o assolvere chi lo ha commesso, e non comporta l’obbligo di restare. Si può perdonare qualcuno e andarsene lo stesso.

La riconciliazione riguarda invece la ricostruzione e la prosecuzione del rapporto, e richiede che chi ha commesso il torto se ne assuma la responsabilità. Così, le scuse e le azioni riparative sono associate a un minore desiderio di vendetta.

C’è però un aspetto da non sottovalutare: più l’offesa viene percepita come intenzionale, meno questi comportamenti sono considerati utili per arrivare al perdono.

Può anche succedere che una coppia scopra di non avere più niente da riparare, e non sempre è la conclusione peggiore. Separarsi è talvolta più sano che continuare a punirsi a vicenda per anni. Prima di decidere, però, occorre domandarsi con lucidità se esista ancora qualcosa da salvare.