Cos’è il victim blaming di cui parla Maria Elena Boschi

Dopo "revenge porn" e "catcalling", si fa spazio un altro termine forse sconosciuto ai più: "victim blaming". Di cosa si tratta e perché se ne parla

“Se l’è cercata”. Sono parole che risuonano come un tuono nella testa, ma soprattutto nel cuore. In molte occasioni si parla (purtroppo) di violenza di genere e la narrazione che se ne fa non è sempre edificante, tutt’altro. A riassumere questo concetto ci pensa la locuzione victim blaming,letteralmente: biasimare la vittima. Nelle ultime ore è sulla bocca di tutti e stiamo pian piano scoprendo che si tratta di un meccanismo distorto e quasi incomprensibile, che tende a sminuire episodi che dovrebbero andare incontro a manifestazioni di solidarietà, a una genuina e umana comprensione. Soprattutto da parte delle donne.

Il victim blaming è un fenomeno sociale che ha forti ripercussioni sull’analisi della violenza di genere. Che distoglie l’attenzione dal vero problema, puntando letteralmente il dito contro la vittima. Ha un che di anacronistico, eppure nel 2021 ancora ci si imbatte in questo tipo di narrazione, intrisa di pregiudizi e stereotipi che prendono il sopravvento anche quando si parla di violenza domestica, casi di stupri di gruppo e fatti simili.

C’è un sottile (ma non troppo) squilibrio nella rappresentazione del colpevole e della vittima. Ma com’è possibile che le persone possano prendere le parti del primo, a discapito della seconda? In un mondo ideale (e di fatto è così) è la vittima ad essere la parte lesa, la persona che ha dovuto subire – spesso in silenzio – episodi di violenza tali da non riuscire a parlarne. Per paura, per vergogna, perché in fondo è un trauma che colpisce nel profondo e ti spinge con forza in una voragine buia dalla quale pensi di non poter più emergere.

Eppure, leggendo commenti e riflessioni su episodi di cronaca che riguardano proprio la violenza di genere, spesso ci si imbatte in persone – incredibilmente anche donne – che prendono le parti dei carnefici. Ecco la quintessenza del victim blaming: sminuire l’accaduto, attribuendo una parziale (talvolta totale) colpa del fatto alla donna vittima di violenza.

I motivi? Dal punto di vista maschile sicuramente hanno un gran peso gli antichi retaggi culturali, che – per quanto non ci piaccia ammetterlo – attribuiscono all’uomo un netto vantaggio rispetto alla donna. Semplicemente è l’idea che “certe cose” come uscire la sera, bere alcolici, divertirsi o anche solo avere una vita sessuale sia prerogativa maschile, non femminile. D’altra parte, però, resta sempre il grande interrogativo: perché le donne, da dirette interessate, puntano il dito contro altre donne?

Se non ti fossi comportata così, non sarebbe accaduto“, una delle frasi più ricorrenti in tema di victim blaming ma anche di revenge porn, altro argomento di cui si è parlato a iosa negli ultimi tempi. Interessante la spiegazione della psicoterapeuta e sessuologa Laura Rivolta su Vanity Fair, secondo cui nelle donne scatterebbe un meccanismo chiamato “illusione di controllo”. Per farla breve: attribuire degli errori alla vittima è un modo per costruire l’illusione che “se non faccio così, non mi succederà mai niente di male”. Di fatto una reazione inconsciamente suscitata dalla paura.

Sui social Maria Elena Boschi si è espressa apertamente sul tema del victim blaming, evidenziando un punto cruciale della questione: “Il dolore che passa attraverso quelle donne, che spesso impiegano non giorni ma settimane per trovare il coraggio di denunciare e superare magari anche la vergogna, l’angoscia”, tutto questo non può e non deve essere un’argomentazione a favore di chi colpevolizza le vittime.

La Boschi è da sempre in prima linea su questi temi, anche per via delle brutte esperienze personali vissute. Non si parla di victim blaming nello specifico, ma risuona ancora il racconto della persecuzione che è stata costretta a subire da parte di uno stalker. Da un banale messaggio sono scaturiti mesi di inferno, un vero incubo che ha affrontato con non poca paura, ma trovando poi il coraggio di denunciare quell’uomo.

Subire una violenza non è qualcosa che si dimentica. Se una donna non riesce a parlarne, neanche con le persone più care e vicine, non è di certo una colpa. Solo l’effetto terribile sulla psiche di qualcuno che, dopo ciò che ha visto e provato, non sarà mai più come prima. Nel 2021 è assurdo che si continui a narrare i fatti sempre e solo dal punto di vista maschile, dall’alto di una presunta superiorità di giudizio.

Che la vittima sia una donna o un uomo, poco importa: la violenza è tale sempre e comunque. Tuttavia i dati disegnano un quadro in cui sono sempre le donne in gran parte a ricoprire il ruolo di vittime. Accadeva prima e, purtroppo, gli episodi sono esponenzialmente aumentati da quando la pandemia è in corso. Donne troppo spesso costrette a vivere gomito a gomito con il proprio carnefice, sotto lo stesso tetto. Una situazione davvero insostenibile.

Violenza sessuale, abusi verbali, stalking. La violenza assume tante facce diverse ma ciò che emerge è che persiste ancora oggi un divario tra uomo e donna, che va assolutamente colmato. Urge un cambiamento profondo, ora e subito.

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Cos’è il victim blaming di cui parla Maria Elena Boschi