Giuseppina Conti e la strage dell’Heysel

Appassionata di calcio e della Juventus, Giuseppina Conti ha perso la vita durante la finale di Coppa dei Campioni del 1985 nella strage dell’Heysel

“Il calcio è musica, danza e armonia. E non c’è niente di più allegro della sfera che rimbalza”: le parole di Pelé, uno dei più grandi talenti brasiliani, descrivono al meglio l’essenza di questo sport che vale tanto per i calciatori quanto per i tifosi.
Il calcio è uno sport di squadra e gli undici giocatori, non sono gli unici a scendere in campo, accanto a loro ci sono i tifosi che vivono intensamente ogni parata, ogni azione proprio come se fossero anche loro nel rettangolo d’erba.

Non c’è cosa più bella che gioire o disperarsi insieme alla propria squadra direttamente allo stadio, ma la convinzione che “comunque vada” la partita è una festa, a volte può trasformarsi in un dramma.

Questo è quello che è avvenuto allo stadio Heysel di Bruxelles nel 1985 quando 36 persone hanno perso la vita: tra di loro c’era Giuseppina Conti, una ragazza di soli 17 anni, partita con la gioia e la speranza nel cuore, ma tradita dalla furia di alcune persone che, nascoste dietro la facciata di tifosi, hanno semplicemente dato sfogo a una violenza immotivata.

Giuseppina e la sua passione per la Juventus

Il sogno di ogni tifoso è vedere la propria squadra vincere la Champions League, e anche Giuseppina Conti, detta Giusy, non vede l’ora che la sua squadra del cuore, la Juventus possa vincere il titolo che nel 1985 ancora si chiamava Coppa dei Campioni. L’occasione di veder trionfare la propria squadra contro il Liverpool direttamente nello stadio dell’Heysel è troppo ghiotta e la diciassettenne non vuole assolutamente farsela sfuggire. Infatti, fa di tutto per poter partire per Bruxelles: la figlia e studentessa modello, si impegna ancora di più a scuola e il 29 maggio, giorno della finale, termina tutte le interrogazioni con voti impeccabili, pronta per viaggiare serena alla volta della grande finale, con una promessa speciale per la mamma, cioè quella di tornare con la coppa.

La furia degli hooligans

Giusy e il padre Antonio non sono gli unici arrivati dall’Italia per assistere all’incontro, con loro ci sono ragazzi, famiglie e “semplici” tifosi pronti a condividere insieme un sogno. Mentre i gruppi organizzati dei bianconeri vengono sistemati nelle curve M-N-O, Giusy e gli altri tifosi bianconeri vengono indirizzati nei settori Y-X-Z, accanto alla frangia più violenta dei sostenitori del Liverpool, i famigerati hooligans.

Quella che doveva essere una festa, improvvisamente si trasforma in un massacro, i tifosi inglesi più esagitati iniziano a spingere la rete che divide il settore Z, la furia è talmente tanta che oltre alla rete stessa crollano anche i gradoni. Antonio fa di tutto per mettere in salvo la figlia, ma travolto dalla fuga degli altri tifosi perde conoscenza. Quando si risveglierà dovrà fare i conti con un’amara scoperta, la figlia tanto amata è rimasta uccisa insieme ad altre 35 persone. Il sorriso che le illuminava il volto nelle ore precedenti alla partita, immortalato nella foto scattata davanti alla Grand Place mentre indossa fiera il cappellino e la bandiera della Juventus, si è spento per sempre.

In fondo l’essenza del tifo, quello sano, è e doveva essere proprio questa: il sorriso di una bambina spensierata che condivide la propria passione con suo padre, girando il mondo pur di stare vicino alla squadra del cuore. Un tifo genuino rimasto impresso in maniera indelebile in una tenera foto di 37 anni fa.