Da Ivrea, con il sogno di Adriano Olivetti nel cuore, a Verona, da Milano ai Paesi Baschi. Passando attraverso la Valle D’Aosta, l’Africa, la Spagna del cammino di Santiago. Nel libro di Samantha Marcelli, Effetto H, presentato al Salone Internazionale del Libro di Torino 2026, c’è un lungo viaggio fisico ma soprattutto interiore, scandito dalle tante H che hanno segnato la sua vita – a partire da quella nel nome – e che le hanno rivelato, ognuna, una grande verità. Un piccolo libro illuminante che ci insegna come il cammino più difficile sia quello che va dalla testa al cuore. Con il desiderio per questa generazione, “connessa ovunque e sola ovunque” di fermarsi per guardare la propria vita da un altro punto di vista, per scoprire che esistono molti modi possibili di essere felici, che abbiamo tutti talenti da mettere a frutto, che non siamo mai soli. E che ogni fine è sempre un inizio.
Perché l’esigenza di scrivere questo libro? Da chi o da cosa è nata?
La prima volta che mi hanno fatto questa domanda ne ho parlato anche in una puntata del mio quasi-podcast Telegram Effetto H, perché mi aveva colpita molto. Una collega mi disse: “Ma perché hai scritto un libro? Ce ne sono già tanti.” La mia risposta d’istinto, ridendo, fu: “Ma tu chiederesti mai a una donna che ha appena partorito perché ha fatto un figlio, visto che al mondo ci sono già tanti esseri umani?” La verità è che credo che i libri e i figli abbiano qualcosa in comune: nascono da un grande amore per la vita. Da un amore che, a un certo punto, non riesci più a trattenere solo per te. E a me questo è successo a cinquant’anni. Da sempre vivo il compleanno come un momento in cui “fare un bilancio per preparare un rilancio”, ma quello dei cinquant’anni è stato diverso. Più intenso. Più vero. Per la prima volta, guardando anche i momenti difficili, le delusioni e le ferite della mia vita, ho intravisto un disegno. Mi è tornato in mente quel passaggio meraviglioso di La mia Africa in cui Karen Blixen racconta che i passi compiuti nella notte, osservati dall’alto all’alba, rivelano la forma di una cicogna. Ecco, a cinquant’anni ho avuto la sensazione che anche nella mia vita ogni cosa — perfino certi dolori — avesse contribuito a creare una forma. Ed è lì che è nato davvero questo libro: dal desiderio di dire, come canta Mercedes Sosa, Gracias a la vida que me ha dado tanto. Avrei potuto aspettare ancora. Aggiungere dettagli. Riscrivere meglio alcune parti. Ma la morte di Cesare Verlucca, padre di Helena, la mia editrice, avvenuta proprio mentre stavo rivedendo i capitoli, mi ha ricordato con forza una verità molto semplice e molto scomoda: non sappiamo mai quanto tempo abbiamo davvero a disposizione. E allora ho scelto di far uscire questo libro il prima possibile. Per poterlo condividere con le persone che amo, finché potevo ancora farlo.
Olivetti e il potere dei sogni: quanto l’essere nata e cresciuta a Ivrea ha influito sulla tua vita? Samantha sarebbe stata così anche senza una eredità (l”heritage”, una delle H del libro, ndr) tanto importante?
Quando nasci e cresci in una città in cui il sogno di un imprenditore visionario ha trasformato tutto ciò che aveva intorno — dal modo di fare impresa al modo di vivere, dal concetto di benessere a quello di comunità — impari molto presto una cosa: i sogni possono creare realtà. E forse è anche per questo che dico spesso che ad Ivrea ho imparato che toccando i tasti giusti i sogni si possono non solo scrivere, ma anche realizzare. E la cosa straordinaria di Adriano Olivetti è che non era avanti soltanto nella tecnologia. Era avanti nel modo di pensare le persone. In un’epoca in cui quasi nessuno parlava di benessere organizzativo, cultura aziendale o qualità della vita, lui costruiva biblioteche, asili, spazi culturali, case per i dipendenti. Aveva capito molto prima di altri che innovare non significa solo creare prodotti moderni, ma anche immaginare un modo più umano di stare al mondo e di lavorare. Eppure, nel suo tempo, erano molti di più quelli che lo criticavano rispetto a quelli che lo capivano. Il suo modo di fare impresa sembrava troppo umano per il mondo industriale di allora. Credo che crescere dentro questa eredità culturale mi abbia lasciato una convinzione profonda: avere una visione all’inizio può significare sentirsi soli. Ma non per questo significa avere torto. Quindi no, sinceramente non credo che sarei stata la stessa senza Ivrea e senza Olivetti. Perché certe città non ti crescono soltanto. Ti lasciano dentro un modo di guardare il mondo.
L’importanza di credere nei (e soffiare sui) propri sogni, il cammino, fuori e dentro di noi, la consapevolezza di sé e del proprio corpo che dovremmo imparare ad abitare: questo libro è un bellissimo viaggio, geografico e interiore. Pensi che sia necessario muoversi fisicamente come hai fatto tu per scoprire sé stessi o è possibile farlo anche restando in uno stesso luogo?
Ricordo una scritta trovata poco prima di arrivare a Santiago. Diceva: “Sei arrivato fin qua, ma ricordati che il cammino più difficile è quello che va dalla testa al cuore.” E credo che sia vero.
Per questo non penso che il viaggio fisico sia una condizione essenziale per scoprire sé stessi. Ho conosciuto persone che hanno attraversato mezzo mondo continuando però a vivere con testa e cuore completamente separati. E ho incontrato persone che non si sono mai allontanate davvero da casa, ma che possiedono una profondità di sguardo straordinaria. Mi viene in mente Vinicius de Moraes quando scriveva che “la vita è l’arte dell’incontro”. E credo che il punto sia proprio questo: non quanti viaggi fai, ma quanto ti lasci attraversare dagli incontri, dalle esperienze e dalle domande.
Per me il viaggio è stato importante perché mi ha costretta a uscire da identità e ruoli che mi stavano diventando troppo strette. Camminare mi ha aiutata — e continua ad aiutarmi — a rallentare, ad ascoltarmi- Ma credo che la vera differenza la faccia la disponibilità ad attraversare le proprie ombre. Perché puoi cambiare continente e continuare comunque a scappare da te stesso. Oppure puoi restare nello stesso luogo e iniziare finalmente a incontrarti davvero.
C’è una H, di quelle raccontate, che ha avuto più peso, che ti ha cambiata più delle altre?
Risposta difficile. Perché credo che ogni H sia stata la più importante nel momento esatto in cui la stavo vivendo. Alcune mi hanno salvata, altre mi hanno insegnato a lasciare andare, altre ancora mi hanno costretta a cambiare. Ma oggi, se dovessi scegliere, te ne direi due.
La prima è Heart & Earth. Perché negli anni ho capito che il cuore e la terra non sono separati. E forse una parte della sofferenza contemporanea nasce proprio da questa frattura. Viviamo spesso scollegati dalla natura, dai ritmi del corpo, dal silenzio, persino dal respiro. Come se fossimo diventati menti velocissime che però rischiano di dimenticare cosa significhi sentirsi davvero vivi. E credo che questo diventi ancora più urgente oggi, nell’epoca dell’intelligenza artificiale. Più la tecnologia avanzerà, più sarà importante non perdere ciò che ci rende profondamente umani: il contatto con il corpo, con il cuore, con la terra.
Camminando, vivendo tra luoghi diversi, attraversando oceano, montagne e sentieri, ho capito che la natura non è uno sfondo delle nostre vite. È una maestra. Ci insegna i cicli, la lentezza, l’impermanenza, la trasformazione. Per questo Heart & Earth è probabilmente la H che oggi mi rappresenta di più. Perché mi ricorda continuamente che non siamo qui solo per consumare il mondo, ma per imparare ad appartenergli con più presenza, rispetto e gratitudine.
E l’altra H?
La seconda è una H che nel libro non c’è: la H di harremana. È una parola che ho scoperto in questo periodo in cui sto studiando euskera e, per farlo, visto che è una lingua davvero complessa, sto cercando di entrare dentro il senso delle parole. In harremana ho trovato hartu, che significa “prendere”, ed eman, che significa “dare”. E harremana significa relazione. Come a dire che una relazione esiste se c’è un prendere e un dare.
Mi affascina pensare che nella parola relazione in basco ci siano già specificate le condizioni necessarie. E visto che per me oggi la qualità della vita dipende dalla qualità delle relazioni quella di harremana è l’H più importante.
Nel libro le lettere H si intersecano con vere “lettere” che hanno cambiato il corso della tua vita, sbaglio?
Sì, la maggior parte delle persone pensa che quella lettera sia semplicemente la H dell’alfabeto. In parte è così. Ma nel libro ci sono anche lettere nel senso più concreto del termine: lettere scritte, comunicazioni, messaggi che hanno davvero cambiato il corso della mia vita. C’è la lettera che mi scrissero i miei genitori. C’è una lettera che ha segnato una scelta radicale della mia vita professionale. C’è la lettera di mons. Munilla che, in un periodo di grandi restrizioni, mi diede un permesso importante. E in tutte queste lettere, in modi diversi, ritorna il tema del permesso. Un tema importante perché spesso viviamo aspettando che qualcuno ci autorizzi a fare un passo, a cambiare strada, a essere ciò che sentiamo di essere davvero. Aspettiamo un’approvazione, una conferma, un segnale che ci faccia sentire legittimati.
A volte quei permessi arrivano dall’esterno. Altre volte, invece, arriva un momento in cui capisci che il permesso più importante è quello che devi iniziare a darti da sola.
Leggendo il libro si ha la sensazione che le scelte più importanti tu le abbia fatte d’impulso Quanto l’intuito, la pancia prima ancora della testa, hanno influito nella tua vita?
Da fuori può forse sembrare che molte delle mie scelte siano state impulsive. In realtà credo che siano state profondamente intuitive. E per me c’è una grande differenza. Per anni abbiamo considerato intelligente solo ciò che era razionale, logico, pianificabile. Oggi invece le neuroscienze ci stanno mostrando qualcosa di molto diverso: il corpo partecipa alle nostre decisioni molto prima che la mente riesca a spiegarle.
Penso ai “marcatori somatici” di Antonio Damasio: il corpo che registra esperienze, possibilità, direzioni. In fondo, a volte, il corpo sa prima della testa. E guardando la mia vita credo che molte delle scelte più importanti siano nate proprio lì. Non da un impulso cieco, ma da una sensazione profondissima di allineamento. Ci sono stati momenti in cui non avevo ancora le parole per spiegare una decisione, ma sentivo chiaramente che restare ferma avrebbe significato allontanarmi da me stessa.
Per questo oggi credo molto nell’ascolto. Non solo della mente, ma anche del corpo, delle emozioni, di quella parte di noi che spesso parla sottovoce e che abbiamo disimparato ad ascoltare.
La vera sfida, secondo me, non è scegliere tra ragione e intuizione. È riuscire a vivere senza amputarsi una parte di sé. Perché le decisioni più vere arrivano quando ciò che pensiamo, ciò che sentiamo e ciò che viviamo iniziano finalmente a guardare nella stessa direzione.
Cosa ti piacerebbe che il lettore pensasse, o provasse, arrivato alla fine del libro?
Mi piacerebbe che già tra una pagina e l’altra cambiasse qualcosa. Che nascesse la curiosità di fermarsi per guardare la propria vita da un altro punto di vista, perché unendo alcuni punti anche certi passaggi dolorosi iniziano a cambiare significato. Mi piacerebbe che restasse la sensazione che esistono molti modi possibili di essere felici. Che abbiamo tutti talenti da mettere a frutto. Che non siamo mai soli. E che ogni fine è un inizio.
Tua nonna Ines, i tuoi genitori, le meravigliose donne/amiche incontrate nel tuo viaggio, Carlos, il vescovo Munilla: c’è qualcuno, in particolare, che vorresti ringraziare?
A tutte e tutti. Anche a chi mi ha spezzato il cuore. Perché spesso è proprio nelle ferite che si crea lo spazio per nuovi semi e nuovi fiori.
Sei andata a cercarti da sola libri, letture, mentori. Da Torino a Verona, dall’Africa alla Spagna. Oggi i ragazzi con un click hanno accesso a tante risorse, spesso senza nemmeno doversi muovere da casa. Pensi che questo sia un bene o un male?
Ultimamente mi accorgo di stare vivendo qualcosa di molto simile a ciò che vivono tanti ragazzi oggi. Da quando vivo guardando l’oceano, lavorando online e avendo tutto a portata di click, mi capita di non uscire di casa per intere giornate. E questa cosa mi sta facendo riflettere molto. Perché se da una parte è straordinario poter accedere a conoscenze, libri, corsi e persone che fino a pochi anni fa erano impensabili, dall’altra esistono anche rischi profondi. Non facciamo più fatica. Non ci perdiamo. Non accadono quasi più incontri imprevisti. Lentamente rischiamo di vivere in una bolla dove tutto è immediato, comodo, filtrato. Una realtà in cui possiamo informarci su tutto senza quasi più fare esperienza di nulla. Sherry Turkle parla di una generazione “connessa ovunque e sola ovunque”. E trovo che questa immagine sia potentissima. E con l’intelligenza artificiale questa domanda diventa ancora più urgente: cosa succederà quando ci abitueremo a relazioni senza attrito, senza contraddittorio, senza presenza fisica? Anche le neuroscienze ci stanno dicendo qualcosa di importante: alcuni percorsi neurali si sviluppano solo attraverso il movimento, l’esperienza concreta, il contatto reale con il mondo. Forse è anche per questo che sento incredibilmente attuale Nietzsche quando scriveva che non bisogna fidarsi dei pensieri che non sono nati “all’aria aperta e in movimento”. Perché alcune comprensioni non arrivano stando fermi. Arrivano camminando, incontrando, sbagliando, attraversando la realtà con il corpo oltre che con la mente. Il virtuale può essere un punto di contatto straordinario. Ma non può diventare l’unico.
“Abitarsi è un atto di coraggio, non è una conquista ma una sfida, una scelta quotidiana. E scegliere ogni giorno di non abbandonarsi”. Quale potrebbe essere il primo consiglio pratico, se c’è, per imparare a farlo?
Credo che il primo passo per imparare ad abitarsi sia continuare a sentirci.
Che sembra semplice, ma oggi non lo è più. Notifiche, performance e velocità ci portano a vivere continuamente fuori da noi stessi. Siamo sempre raggiungibili, sempre attivi, sempre “sul pezzo”. E a forza di funzionare bene, rischiamo di non sentirci più davvero.
Lo vedo spesso anche nel mio lavoro: persone brillantissime, competenti, piene di responsabilità, che però a un certo punto non sanno più rispondere a domande semplicissime come: “Come stai davvero? Cosa desideri?” Non perché non abbiano una risposta. Ma perché hanno smesso da troppo tempo di ascoltarla. E forse succede anche perché sentirci non è sempre piacevole. Ci sono emozioni, paure e ferite che preferiremmo evitare. Allora ci riempiamo le giornate, corriamo, produciamo. Ma quello che non sentiamo non sparisce. Resta dentro, in attesa. Il corpo però, prima o poi, presenta il conto. Per questo negli anni ho imparato ad amare una pratica semplicissima che utilizzo spesso anche nei miei percorsi: la tecnica STOP. Fermati. Respira. Osserva cosa sta succedendo dentro e fuori di te. E solo dopo scegli come andare avanti. Può sembrare poco. In realtà è enorme. Perché ci obbliga a uscire dal pilota automatico. Per questo, se devo dare un consiglio pratico, direi: fate degli STOP frequenti. Io li chiamo “istanti di verità”.
La Samantha di oggi, quella che ha scelto di abitarsi, è in pace con sé stessa?
Ti rispondo con una frase che ho imparato in Spagna: Puedes tener paz en la tormenta. Puoi avere pace nella tempesta. Per anni ho pensato che essere in pace significasse arrivare a un punto della vita in cui finalmente tutto si sistema: le emozioni, le relazioni, i dubbi, le paure.
Ma la vita, che è trasformazione continua, ci sfida continuamente. Cambiano i corpi, i pensieri, gli equilibri, le priorità. Cambiamo noi, cambiano gli altri. E a volte succedono cose che rompono improvvisamente la versione di noi a cui ci eravamo abituati.
Mi arrabbio ancora con me stessa quando non mi ascolto, quando vivo in automatico, quando tradisco i miei ritmi profondi per rincorrere aspettative e richieste. Ma forse la differenza rispetto al passato è che oggi me ne accorgo prima. E torno prima in me. Per questo non direi che sono in pace. Direi piuttosto che sto imparando a restare in relazione con me stessa anche dentro le tempeste.