C’è un’idea di architettura che non si limita a progettare edifici, ma costruisce relazioni: tra passato e futuro, tra spazio privato e dimensione pubblica, tra materiali, persone e identità di un luogo. È questo il filo conduttore del lavoro di Maria Alessandra Segantini, archistar dello studio C+S Architects, che nel progetto dello Snake Building, in Belgio, ha dato forma a una riflessione sul valore contemporaneo dello spazio pubblico e sulla possibilità di reinterpretare la tradizione senza trasformarla in qualcosa di immobile.
Il risultato è un’architettura che si piega, si apre, si scava e dialoga con il paesaggio, affidandosi alla sapienza artigianale locale e a materiali capaci di stabilire un rapporto diretto con chi abita gli spazi. Una filosofia che Segantini riassume nel concetto di Future Heritage: ciò che ereditiamo dal passato non deve essere semplicemente conservato, ma può diventare materia viva per costruire il futuro.
Partiamo dallo Snake Building. Come nasce questo progetto?
L’idea dello Snake Building nasce da una conversazione con alcuni colleghi dell’Università di Hasselt, dove dirigevo il Master in Architecture and Urban Design. Io e il mio socio Carlo Cappai stavamo discutendo del valore del common ground storico medievale in Belgio: quello spazio che si trovava intorno alle città e che la popolazione utilizzava per procurarsi la legna, coltivare, portare al pascolo gli animali. A un certo punto mi sono posta una domanda: ‘qual è il nostro common ground oggi?’ La risposta che ho proposto è stata lo spazio pubblico. In un momento in cui lo spazio abitativo privato si riduce progressivamente e diminuisce anche la capacità di acquisto, lo spazio pubblico diventa sempre più importante. È il luogo condiviso nel quale una comunità può ancora incontrarsi.
Se guardiamo alle città europee, da Bath a Firenze, da Porto a Gent, troviamo una sorta di misura della piazza che ci è arrivata dal passato e che continuiamo a utilizzare. È lo spazio nel quale si commercia, si gioca, si protesta, si vive. Uno spazio libero, ben disegnato e ben mantenuto, che rappresenta anche una sorta di cifra della democrazia della città europea.
Da questa riflessione è nata la possibilità di lavorare concretamente al progetto?
Esatto. I colleghi stavano sviluppando un masterplan e ci hanno coinvolti, insieme ad altri gruppi belgi e inglesi. L’area era una zona industriale dismessa nel cuore di Aarschot, da riconvertire, caratterizzata dalla presenza importante dell’ex Orleanstoren. Ci sono stati assegnati due lotti. Uno, si trova sul bordo della collina, l’altro, quello dello Snake Building, è invece all’ingresso si trova sul bordo della collina; l’altro è invece all’ingresso, in connessione diretta con la città. Il concept iniziale del cliente prevedeva un edificio molto stereometrico, semplice, con angoli retti. Noi abbiamo scelto di lavorare diversamente: abbiamo manipolato il volume dell’edificio, aumentandone l’altezza e facendolo arretrare, in modo da liberare maggiore spazio pubblico e creare una vista dalla città storica verso l’Orleanstoren.
Un’architettura che, quindi, non si impone semplicemente sul contesto, ma cerca di costruire una relazione con esso?
Sì. Abbiamo anche eroso e manipolato il volume in altezza, inserendo una serie di grandi terrazze. Sono un’interpretazione contemporanea di quella che chiamiamo la “danza dei tetti” delle città fiamminghe: una sorta di sinfonia di volumetrie che si avvicinano, si scavano e si aprono verso il cielo. È interessante perché il progetto è stato concepito prima del Covid e, quando è arrivata la pandemia, improvvisamente tutti hanno compreso il valore di avere grandi terrazze e spazi esterni. Il cliente è stato quindi particolarmente soddisfatto di queste grandi aperture che rappresentano un valore aggiunto rispetto al layout tradizionale dell’edilizia residenziale.
In questo progetto ritorna spesso la centralità della persona.
Sì, per noi è fondamentale. La persona è al centro come abitante, ma anche come cittadino che utilizza lo spazio pubblico. C’è, per esempio, un grande albero che arriva addirittura a scavare il parcheggio interrato e diffonde le proprie radici nella terra. Intorno all’albero c’è una vasca, una panchina, uno spazio di incontro. Poi c’è l’apertura verso la collina e ci sono le grandi terrazze. È un progetto che cerca di mettere insieme diverse dimensioni del benessere: quella dell’abitante, che ha a disposizione terrazze e logge, e quella della comunità, che può vivere e attraversare gli spazi pubblici e raggiungere la natura.

Anche la scelta dei materiali sembra avere un ruolo centrale?
Assolutamente. Il Belgio conserva ancora una grandissima sapienza costruttiva artigianale e abbiamo voluto studiare le tecniche locali, lavorando con gli artigiani del luogo. L’edificio non è rettilineo: si piega in molti modi e non è facile lavorare i mattoni con angoli diversi da quelli a 90 gradi. Da qui nasce anche il nome Snake, perché il volume sembra muoversi come un serpente: arretra per lasciare più spazio pubblico a tutti i cittadini. Abbiamo lavorato affinché i giunti, posati a mano, permettessero alla muratura di respirare. È stato importante anche il modo in cui abbiamo risolto dettagli apparentemente piccoli, come l’attacco tra la muratura e il tetto, quasi impercettibile. Sono proprio questi dettagli a creare una continuità con il luogo e con la sua capacità artigianale.
Quindi tradizione e contemporaneità convivono attraverso il dettaglio?
Sì. Volevamo costruire una continuità con la storia e con l’identità della comunità, ma allo stesso tempo mostrare chiaramente che dietro l’edificio c’era un pensiero contemporaneo. Abbiamo poi introdotto il legno, soprattutto nei punti in cui l’abitante entra in contatto con l’edificio: gli ingressi, le terrazze, i serramenti. È un materiale più morbido, più tattile, vicino alle persone. Questi pannelli sono stati lavorati con listelli che li rendono più resistenti e duraturi. La durabilità è un elemento fondamentale nei nostri progetti.
Il progetto ha quindi anche una dimensione profondamente umana?
Sì. Da una parte c’è il senso di appartenenza al luogo, ottenuto attraverso l’utilizzo contemporaneo di materiali locali; dall’altra c’è la capacità di costruire spazi accoglienti, nei quali le persone possano sentirsi a casa. E poi il progetto non si rivolge soltanto a chi abita gli appartamenti. Al piano terra ci sono attività commerciali, mentre gli appartamenti sono destinati a una composizione molto varia: famiglie giovani con bambini, persone anziane, quindi una comunità multigenerazionale. Ma, grazie alla forza dello spazio pubblico, il progetto si rivolge anche a tutti i cittadini di Aarschot.
In che modo?
Attraverso la continuità urbana. Lo spazio pubblico viene portato dalla strada principale della città verso il nuovo intervento di rigenerazione urbana. C’è una pausa, uno spazio di incontro intorno all’albero e alla panchina, una piazza e poi il percorso continua verso la collina, attraverso un percorso verde che porta verso l’l’Orleanstoren. È una connessione tra diverse scale: dalla dimensione individuale del benessere di chi vive nell’edificio fino alla dimensione collettiva della piazza e del paesaggio. E tutti i nostri spazi pubblici sono accessibili al 100%: abbiamo lavorato perché possano essere utilizzati anche da persone con disabilità, comprese quelle in sedia a rotelle e le persone non vedenti.
Arriviamo così a uno dei concetti centrali della sua ricerca: il Future Heritage. Che cosa significa per lei?
L’eredità non è qualcosa che appartiene al passato. È materiale da trasformare rispettandolo e onorandolo. Il passato è qualcosa da traghettare verso il futuro. È un principio che deriva anche dalla nostra esperienza nel restauro. Abbiamo lavorato molto a Venezia e su edifici esistenti, confrontandoci continuamente con la storia. Ma credo che questo concetto sia importante anche quando costruiamo qualcosa di nuovo. Anche un edificio contemporaneo deve contenere una componente di eredità: il DNA del luogo, determinato dalle tipologie, dai materiali, dalle forme, dalle dimensioni e dalle tecniche con cui vogliamo mantenere una continuità.

Quindi ogni nuovo progetto può diventare, a sua volta, parte della storia di un luogo?
Esattamente. Noi lavoriamo sulle stratificazioni storiche, sull’ecologia, sui materiali e sulle tecniche locali. Ogni intervento reinventa in qualche modo la tradizione e l’identità di quel luogo. E poi introduce nuovi elementi. Nel caso dello Snake Building, per esempio, ci sono i giunti che creano ombre, gli attacchi tra muro e copertura, le logge in legno. Sono dettagli che attivano i sensi, che hanno una certa sensorialità. Da una parte, quindi, attraverso la materialità, la conoscenza e il lavoro artigianale, rafforziamo la continuità con il luogo; dall’altra, attraverso nuovi interventi e nuovi linguaggi, lo traghettiamo verso il futuro.
È come lavorare su un dettaglio contemporaneo all’interno di una struttura che mantiene una forte essenza civica.
Sì. E questo per me è molto importante perché, alla fine, ogni progetto è sempre pubblico. È proprio questa la sua dimensione civica. Anche quando il cliente è privato, stiamo comunque disegnando una nuova strada, un nuovo spazio pubblico. E anche le facciate fanno parte di questa componente pubblica. L’architettura si inserisce sempre in un contesto preesistente e deve dialogare con esso. Per questo il Future Heritage è oggi un vero cardine del nostro lavoro: è legato a un senso civico dell’architettura.
Quali sono i progetti sui quali state lavorando in questo momento?
Stiamo continuando a lavorare molto sulle scuole. A Conegliano stiamo completando la nostra prima scuola circolare. In Belgio abbiamo altri tre progetti importanti, a Lovanio e in un’area vicina a Bruxelles. Stiamo costruendo il museo di arte moderna e contemporanea a Bergamo, che verrà completato l’anno prossimo. Stiamo lavorando sull’ex carcere di Trento, che diventerà il nuovo Palazzo di Giustizia, e abbiamo alcuni interessanti interventi residenziali a Milano. È appena iniziato anche un importante progetto di un compound a Riyadh, in Arabia Saudita. Sono progetti diversi tra loro, ma accomunati dalla stessa attenzione alla relazione tra luogo, comunità, memoria e contemporaneità.
Se dovesse sintetizzare in una frase la sua idea di architettura, quale sceglierebbe?
Direi che è un’innovazione che ha le sue radici nella tradizione e nell’identità. Credo che sia questo il punto: non dobbiamo scegliere tra passato e futuro. Possiamo utilizzare ciò che abbiamo ereditato per costruire qualcosa che appartenga al nostro tempo e che, un domani, possa diventare a sua volta un’eredità.