Giuseppe Mastromatteo: “Sono uscito di casa quando avevo sei anni. I medici non avevano capito la schizofrenia di mia sorella”

Giuseppe Mastromatteo ci racconta il suo ultimo libro: "La fotografia ha illuminato una crepa e mi ha permesso di rimettere insieme un tempo perduto"

Foto di Federica Cislaghi

Federica Cislaghi

Royal e Lifestyle Specialist

Dopo il dottorato in filosofia, decide di fare della scrittura una professione. Si specializza così nel raccontare la cronaca rosa, i vizi e le virtù dei Reali, i segreti del mondo dello spettacolo e della televisione.

9 min di lettura

In Euforia, fotografia come terapia (edito da Mimesis), l’ultimo libro dell’artista Giuseppe Mastromatteo, Presidente e Chief Creative Officer di Ogilvy Italia, la fotografia diventa uno strumento per ripercorrere un’esperienza individuale e famigliare difficile.

L’autore, in un dialogo costante con lo psichiatra e scrittore Corrado De Rosa, racconta il trauma legato alla diagnosi di schizofrenia della sorella Gabriella, un evento che ha determinato un lungo silenzio durato decenni. E la fotografia è il mezzo per ricostruire, un modo per abitare un passato frammentato e affrontare il dolore. Maschere iperrealistiche riproducono i volti dei familiari negli anni Settanta, creando un ponte temporale che permette di dare forma all’assenza.

Com’è nato Euforia, fotografia come terapia e perché ha deciso di realizzare questo volume?
Mi occupo di fotografia da tanti anni e questo era un tema che volevo affrontare da molto tempo. Solo negli ultimi due anni, due anni e mezzo, ho sentito però che era arrivato il momento di trasformarlo in un vero progetto editoriale. È un tema che ha a che fare con la mia storia e con quella della mia famiglia. Credo che un fotografo, un artista, debba avere anche il coraggio di raccontare le proprie fragilità e di partire dalla propria esperienza per trasformarla poi in qualcosa di diverso, di più universale.
La mia storia è molto precisa, molto personale, ma proprio per questo può diventare universale. C’è una frase che ho incontrato visitando una mostra di Diane Arbus a New York e che mi ha colpito molto: “The more specific, the more universal”. Quando raccontiamo qualcosa che ci appartiene profondamente ci chiediamo sempre se possa interessare a qualcuno oltre a noi. In realtà, però, temi come la sofferenza, la vergogna sociale, le difficoltà familiari sono universali. È questo che ho cercato di fare con Euforia, fotografia come terapia.

Qual è stato il riscontro da parte dei lettori?
Molti lettori mi hanno detto che li ha portati a riflettere sulla famiglia, sulle sue problematiche, ma anche sul rapporto con l’arte.
È certamente un saggio di nicchia, ma chi si avvicina a questo progetto possiede già una certa sensibilità o curiosità. E credo che proprio per questo il libro riesca a toccare corde emotive che vanno oltre la mia esperienza personale.

La fotografia è la forma d’arte attraverso cui ha scelto di affrontare anche la schizofrenia di sua sorella. In che modo le è stata d’aiuto?
La fotografia, nell’immaginario comune, dovrebbe raccontare la verità. In realtà, come scrivo anche nel libro, l’unica fotografia che deve essere assolutamente precisa e non menzognera è quella dei raggi X, perché riguarda il nostro corpo. La fotografia artistica, invece, è in qualche modo “menzognera”: racconta mondi, costruisce scenari, mette sotto la luce ciò che l’autore vuole evidenziare.
Per Euforia ho creato tre maschere: una di me, una di mia sorella e una di mia madre. Mio padre non c’è più. Le ho realizzate con uno studio romano specializzato in maschere per il cinema. Sono maschere molto elaborate e realistiche che rappresentano noi tre negli anni Settanta, quando è esploso il problema di mia sorella. Io ero bambino, mia sorella adolescente e mia madre aveva circa trentacinque anni. Attraverso queste maschere ho cercato di ricomporre un tempo che non avevamo vissuto insieme.

Perché era così importante per lei recuperare proprio quel tempo?
Perché io sono uscito di casa quando avevo sei anni. A causa della situazione familiare e della schizofrenia di mia sorella, i medici, che all’epoca non avevano ancora una diagnosi precisa, decisero che fosse meglio allontanarmi dalla famiglia. Così sono rimasto fuori casa fino ai vent’anni. Quegli anni, quindi, non li ho vissuti insieme alla mia famiglia. Attraverso queste maschere ho potuto poeticamente rimettere insieme quel tempo: noi tre con quelle età, quei volti, quello che eravamo allora. Il progetto comprende fotografie, video e sculture. Ma al centro c’è proprio questa idea: ricostruire, attraverso l’arte, qualcosa che nella realtà non era stato possibile vivere.

Parla della fotografia come di una forma di luce. Che cosa significa questa immagine per lei?
La fotografia è luce: significa letteralmente “scrivere con la luce”. Nel mio caso quella luce è andata a finire dentro una crepa che avevo lasciato aperta. Ha illuminato qualcosa che per molto tempo era rimasto nascosto. Non penso che l’arte possa “salvare” una storia, ma credo possa aiutare a lasciarla andare. Quando affronti un progetto del genere inizi a comprendere meglio quello che è successo. Alla fine del percorso puoi dire: l’ho compreso, lo conosco, posso raccontarlo.
Per me è stato anche un modo per fare pace con questa storia e per evitare che rimanesse chiusa dentro quattro faldoni di documenti. I miei genitori non erano mai riusciti a raccontarla. Io, da adulto, ho trovato le trascrizioni mediche e le ho lette. È stato proprio da quei documenti che è nata la volontà di trasformare questa vicenda in qualcosa di nuovo.

Ha scelto volutamente delle maschere reali invece di ricorrere, per esempio, all’intelligenza artificiale, oggi così presente anche nel mondo dell’immagine?
Sì. L’intelligenza artificiale è uno strumento fantastico e ci lavoro ogni giorno, ma in questo progetto volevo raccontare qualcosa di vero e legato alla realtà. La fotografia può costruire un teatrino, può essere artificiale, ma deve esserci una base autentica. La storia raccontata in Euforia, fotografia come terapia è realmente accaduta. Volevo che le maschere fossero vere, che potessero essere indossate. Volevo una parte fisica, concreta, realistica.
La sfida, in questo caso, era proprio non prendere una scorciatoia. L’intelligenza artificiale avrebbe potuto semplificare alcuni passaggi, mentre io volevo affrontare per mesi il lavoro necessario a ricreare tre maschere estremamente realistiche. Dietro doveva esserci anche il mio impegno, il mio lavoro manuale e creativo.

Nel libro c’è anche un dialogo con lo psichiatra e saggista Corrado De Rosa. Quanto è stato importante il suo contributo?
È stato fondamentale, anche perché non avevo mai scritto un libro prima. Corrado De Rosa è un saggista e narratore e mi ha aiutato a costruire il racconto, individuando alcuni punti e alcuni contenuti interessanti da sviluppare. È stato un vero e proprio ping pong: abbiamo dialogato sui diversi aspetti della vicenda, cercando di mettere insieme il lato artistico e quello umano. Credo che abbia avuto una grande sensibilità nel capire entrambe queste dimensioni e nel trovare il modo giusto per raccontarle.

Oggi parlare di salute mentale sembra più possibile rispetto al passato. Crede che un libro come Euforia, fotografia come terapia sia stato reso possibile anche da una maggiore consapevolezza sociale?
Sì, credo che oggi ci sia una consapevolezza diversa. Parlando con i medici che seguono mia sorella e con lo stesso De Rosa, che lavora in ospedale a Salerno, emerge quanto siano cambiate le possibilità di riconoscere e affrontare determinate problematiche. Negli anni Settanta, invece, era un tabù assoluto. C’era molta meno conoscenza e le famiglie non avevano nemmeno gli strumenti culturali per affrontare situazioni di questo tipo. Ancora oggi c’è molto da fare, ma credo che la strada sia quella giusta.
Nel libro ho inserito, nella parte finale, alcune trascrizioni mediche che ho chiamato L’inventario. Sono documenti che coprono un arco temporale che va dal 1974 al 1991 e riportano, in poche righe, ciò che veniva raccontato ai medici. Sono pagine molto dure, perché restituiscono i fatti nella loro forma più essenziale. Leggendole si può comprendere quanto fosse difficile, allora, per una famiglia raccontare quello che stava accadendo. Non era qualcosa di cui si poteva parlare liberamente nemmeno con i vicini di casa.

Sua madre ha avuto un ruolo importante nella realizzazione del progetto. Come ha accolto l’idea di raccontare questa storia? 
Prima di realizzare il libro ho voluto parlarne con lei. Le ho chiesto se fosse d’accordo e se volesse che raccontassi questa storia. Mi ha risposto: “Scrivila”. Mi ha detto che lei non era mai riuscita a raccontarla e che, se io fossi riuscito a farlo, sarebbe stato un buon risultato. È stata quindi una vera complice di questa avventura. Ha letto il libro cinque volte e ogni volta si è commossa.

Nel libro il rapporto tra arte e sofferenza è molto forte. Cita anche figure come Van Gogh e Munch. Che cosa rappresenta per lei questo legame?
Non mi paragono certamente a nessuno di questi giganti. Il mio intento era semplicemente aprire una riflessione sul fatto che il dolore e la malattia siano temi profondamente legati alla storia dell’arte. Molte volte l’artista parte da un disagio, da una sofferenza o dalla necessità di dare una spiegazione alla propria esperienza e trasforma tutto questo in una forma artistica. Mi interessava quindi mettere l’accento sul dolore, perché è un tema molto rilevante e spesso noi siamo talmente abituati alla bellezza delle immagini da non chiederci cosa ci sia dietro.

Quindi l’arte può diventare anche uno strumento per comprendere una realtà che altrimenti rischierebbe di rimanere invisibile?
Assolutamente. Se guardiamo molte manifestazioni artistiche contemporanee, troviamo continuamente problematiche sociali. Spesso dietro un’immagine, un dipinto o un’opera c’è una storia che non conosciamo. Penso, per esempio, ad alcune opere realizzate da persone internate in istituti psichiatrici, dipinti realizzati sulle pareti o con materiali semplicissimi. Se guardiamo soltanto l’immagine, possiamo apprezzarne la bellezza. Ma quando conosciamo la storia che c’è dietro, quella stessa opera assume un significato completamente diverso. Credo che l’arte abbia anche questo compito: farsi carico della realtà, interpretarla e dare una forma a sentimenti ed emozioni che appartengono a tutti.

Dopo Euforia, fotografia come terapia, continuerà questa ricerca?
Credo che questo lavoro sia ormai indelebile. Qualunque forma prenderà la mia ricerca futura, avrà sempre questo progetto come matrice di riferimento. Euforia è entrato nel mio modo di guardare le cose e penso che, in qualche maniera, continuerà ad accompagnarmi anche nei lavori che verranno.

 

Italiaonline presenta prodotti e servizi che possono essere acquistati online su Amazon e/o su altri e-commerce. In caso di acquisto attraverso uno dei link presenti in pagina, Italiaonline potrebbe ricevere una commissione da Amazon o dagli altri e-commerce citati. I prezzi e la disponibilità dei prodotti non sono aggiornati in tempo reale e potrebbero subire variazioni nel tempo: è quindi sempre necessario verificare disponibilità e prezzo su Amazon e/o su altri e-commerce citati.