Cristina Plevani: “Le immagini intime non richieste? Una molestia”

L’ex vincitrice del GF e dell’Isola dei Famosi racconta a DiLei perché ha deciso di denunciare un fenomeno che accomuna migliaia di donne

Foto di Irene Vella

Irene Vella

Giornalista, Storyteller, Writer e Speaker

Scrive da sempre, raccogli emozioni e le trasforma in storie. Ha collaborato con ogni tipo di giornale. Ha fatto l'inviata per tutte le reti nazionali. È la giornalista che sussurra alle pasticcerie e alla primavera.

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Ci sono molestie che fanno rumore, poi ce ne sono altre che arrivano in silenzio, dentro la cartella “Richieste di messaggi” dei social. Una foto, poi un’altra, un pene fotografato davanti allo specchio. Un altro sul water. Fantasie sessuali, dichiarazioni d’amore, messaggi insistenti.
Succede a Cristina Plevani: succede ogni giorno a migliaia di donne.
La differenza è che Cristina ha deciso di raccontarlo.
Ha pubblicato un post rivolgendosi direttamente alle donne, chiedendo se anche loro vivessero la stessa esperienza. Poche ore dopo quel post è stato ripreso da alcun media e lì è iniziata un’altra storia: quella degli insulti.

Sei un cesso.
Ringrazia che qualcuno ti mandi ancora certe foto.
Blocca e vai avanti.
Ed è proprio in quel momento che il dibattito ha preso una direzione che Cristina non si sarebbe mai aspettata.
Perché il centro della discussione ha smesso di essere chi invia immagini sessualmente esplicite non richieste.
Il centro della discussione è diventata lei.

“Volevo parlare di un fenomeno, non di Cristina Plevani”
La prima cosa che tiene a chiarire è proprio questa.
“Ho scritto un post di getto dopo aver letto i messaggi privati che arrivano nelle richieste. Tra questi ne ho trovati due, da due uomini diversi, con foto del pene e messaggi sessuali.”Uno dei due, racconta, dopo essere stato ignorato ha continuato a inviarle immagini e vignette con scritto Ti amo. L’altro, ogni volta che la vedeva online, iniziava a bombardarla di fotografie, squilli su Messenger e racconti delle proprie fantasie.

Cristina ha conservato tutto.
“Ho fatto gli screenshot e ho chiesto consiglio a un’amica avvocata”.
Una scelta che nasce dalla consapevolezza che quei messaggi non rappresentano semplicemente un comportamento di cattivo gusto. L’invio insistente e non richiesto di immagini a contenuto sessualmente esplicito può infatti assumere rilievo anche sul piano penale e, a seconda delle modalità con cui avviene e del contesto, integrare diverse fattispecie di reato, comprese le molestie.
Conservare le prove, chiedere un parere legale e denunciare quando ricorrono i presupposti significa anche contribuire a contrastare un fenomeno che continua a colpire migliaia di donne.
Poi ha deciso di scrivere.

“Volevo sollevare un fenomeno che non può passare per normale. Ho scritto: ‘Donne, parliamone, non credo di essere l’unica fortunella’ “.
Il suo obiettivo era semplice: aprire una discussione.
“Forse scrivo male io, ma davvero pensavo fosse chiaro. La cosa che mi ha ferita sono stati i commenti”.
L’articolo che ha ripreso il suo post non è stato il problema.
Il problema è arrivato dopo.

“Ho letto i commenti su Facebook e su Instagram. Il comune denominatore era: ‘Sei un cesso, così ti mandano la foto del membro’ . Oppure: ‘Ringrazia che qualcuno te la mandi ancora’ “.
Cristina ancora oggi fatica a crederci.
“Davvero questa è la vostra preoccupazione? Non il fatto che qualcuno si senta autorizzato a mandare foto del pene a una donna che non gliele ha mai chieste?”.
Poi allarga lo sguardo.
“Magari quelle fotografie arrivano a vostra figlia. Arrivano a vostra madre. Arrivano alla vostra fidanzata. Il punto riguarda tutte noi. Bloccare risolve il mio problema. Il fenomeno continua”.

Tra i commenti ricevuti ce n’era uno ricorrente: Blocca, segnala, vai avanti.
Cristina, però, guarda oltre la propria esperienza.
“Se blocco e segnalo un profilo, risolvo il problema per quanto riguarda me. Quelle stesse fotografie, però, domani possono arrivare a un’altra donna”.
È questo il motivo per cui ha deciso di esporsi.
Bisogna lanciare un segnale. Queste persone devono capire che esistono conseguenze. Continuare a considerare tutto questo una bravata significa permettere che continui”.

Ogni immagine sessualmente esplicita inviata senza essere stata richiesta invade lo spazio personale di chi la riceve. Ogni messaggio di questo tipo supera un confine. Quando questi comportamenti diventano insistenti, ripetuti o persecutori possono assumere anche rilievo giuridico.

“Dopo il mio post mi hanno mandato altre quattro foto del pene”.
La parte più amara della vicenda arriva proprio dopo la pubblicazione del post.
Cristina decide di raccontare una molestia: la risposta è un’altra molestia.
“Un uomo che aveva commentato sotto un articolo che riportava il mio caso mi ha mandato quattro foto del pene. Mi ha dato della *occola, della *uttana. Era convinto che a me piacesse ricevere questo tipo di immagini e che fossi io a provocare gli uomini”.
Cristina ancora oggi fatica a crederci: “Siamo davvero arrivati a questo? Una donna racconta quello che le è successo e viene accusata di essersela cercata”.

Una dinamica che, purtroppo, moltissime donne conoscono, si racconta un episodio, ci si ritrova a dover giustificare la propria reazione.
“Volevo aprire una discussione”, Cristina torna sempre allo stesso punto.
Volevo aprire una discussione“:  una discussione sul rispetto, sul consenso.
Sul modo in cui certi comportamenti vengono ancora liquidati con una battuta.
Sta diventando normale insultare. Sta diventando normale mandare fotografie pornografiche. Quelle immagini arrivano da persone che non conosci, con cui non hai mai avuto alcun rapporto. Arrivano e basta”.

È questa normalizzazione a preoccuparla.
Perché l’abitudine rischia di trasformare una molestia in qualcosa che sembra inevitabile.
La storia di Cristina Plevani racconta molto più di una vicenda personale, racconta una cultura digitale che troppo spesso minimizza comportamenti invasivi e offensivi.
Per anni abbiamo chiamato questi episodi bravate, li abbiamo liquidati come goliardia, li abbiamo perfino trasformati in battute.
È arrivato il momento di chiamare le cose con il loro nome.

Inviare immagini sessualmente esplicite a una persona che non le ha mai chieste significa invadere il suo spazio personale. Significa oltrepassare un confine. Significa imporre un contenuto sessuale senza alcun consenso. In determinate circostanze questo comportamento può assumere anche rilevanza penale.

La discussione riguarda il rispetto, riguarda il consenso, riguarda il diritto di aprire i propri messaggi senza ritrovarsi davanti ai genitali di uno sconosciuto.
Cristina Plevani ha avuto il coraggio di raccontare quello che le è successo.
Migliaia di donne, leggendo il suo post, hanno riconosciuto la stessa esperienza.

Le parole hanno un peso, le fotografie inviate senza consenso hanno un nome, quel nome è molestia.
E forse è arrivato il momento di smettere di chiamarla in qualsiasi altro modo.