Gestire i figli in età scolare con la pandemia in corso

DAD, adescamenti, isolamento sociale, dispersione scolastica: come salvaguardare il benessere dei nostri figli, piccoli e meno, convivendo con il Covid-19

Scuole chiuse per i più grandi, una vita sempre più in digitale anche per i più piccoli. I vantaggi ma anche i rischi di una quotidianità sempre più online. Le difficoltà dei ragazzi che hanno cominciato in questi mesi una nuova scuola e non avendo avuto modo di “vivere” i nuovi compagni e rischiano l’isolamento sociale. Didattica a distanza che aumenta le distanze tra scuole di serie A e serie B. Diciamocelo chiaramente: in questi mesi i nostri figli di problemi ne stanno affrontando molti. Da genitori, come aiutarli, come star loro vicino? Lo abbiamo chiesto a Maura Manca, psicologa, psicoterapeuta nonché presidente dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza, autrice del libro Leggimi nel pensiero, che già ci aveva fornito strategie utili per convivere col Covid-19 senza perdere la testa.

Com’è cambiata la quotidianità di giovani e giovanissimi?
Il mondo degli adolescenti ruotava già intorno al digitale, a questi si è aggiunta la didattica digitale. Il cambiamento più grosso lo hanno vissuto i bambini, le loro relazioni coi i compagni di classe, gli amici, i nonni, si sono spostate online. Stare a casa per un periodo limitato e seguire le lezioni online non è un problema. Il problema è che quella che si sta facendo ora non è didattica digitale, è un tentativo di applicare la didattica frontale attraverso i mezzi tecnologici e quindi i ragazzi la subiscono, non sono attenti e di conseguenza emergono una serie di problemi collaterali: questo si traduce in ben poca formazione. Non sono motivati, non sono monitorati, vengono caricati di studio e compiti e vengono privati dalla socialità. I ragazzi invece dovrebbero coltivare la continuità affettiva. Dove la cercano? Ovviamente online.

E questo però può comportare dei rischi
Quello che più mi preoccupa oggi sono i manipolatori, persone che catturano i minori dal punto di vista mentale e li inducono a fare ciò che vogliono. Questo è quello che dovrebbe spaventare di più i genitori. L’adescamento e le manipolazioni mentali sono in crescita, opera di persone mentalmente disturbate che si approfittano e truffano i ragazzini, entrano nella loro vita, si fanno inviare immagini a sfondo sessuale. Violano la loro privacy, li inducono a comportamenti autolesionisti. Tanti ragazzi subiscono traumi legati a eventi del genere. I genitori purtroppo sono poco preparati su questa tematica.

Alle madri e ai padri dico: spiegate ai vostri figli che non devono interagire online con chi non sconoscono nella realtà. E che quando vengono fatte richieste strane, o si verificano situazioni “idilliache” dove l’altro dice sempre la cosa giusta al momento giusto, vuole creare relazioni uniche, molto spesso dietro si cela qualcosa che non va. E in quel caso i ragazzi dovrebbero avvisare i genitori per capire cosa c’è dietro.

Come entrano nella vita dei ragazzini queste persone disturbate?
Nei modi più semplici. Dai giochi che fanno online, rispondendo a commenti postati dai ragazzi. Per questo è importante evitare di dare informazioni troppo personali, togliere la geolocalizzazione alle foto, non condividere certe informazioni sensibili. Dietro il profilo che in apparenza sembra il più bello del mondo non possiamo sapere chi c’è realmente. E se dietro si nasconde una persona preparata, questa può circuire un ragazzino e condurlo dove vuole. Proibire non serve più a niente, nessuno di noi può più fare a meno della tecnologia e dei suoi servizi però possiamo imparare a usarla correttamente. Spiegatelo ai vostri figli: i ragazzi capiscono, ve lo assicuro. Fateli ragionare con la loro testa, sanno capire e risolvere i problemi a volte meglio degli adulti. Un uso consapevole li aiuterà a non farsi manipolare.

Maura Manca (foto Facebook)

Parliamo di didattica a distanza
La didattica a distanza è un concetto interessante ed è normale che al giorno d’oggi si debba digitalizzare tutto. La scuola è vecchia e non è vecchia da ora che c’è il Covid, è così da tempo e non è stato fatto nulla in questi anni. Va fatta una rivoluzione. E si deve partire da una cosa basilare, come una buona connessione, perché contrariamente aumentiamo i livelli di stress. Pensate a una lezione dove la connessione continua a interrompersi: crea distrazione, la fatica si sente prima. Poi deve cambiare il modo di mandare i contenuti, deve essere più interattivo. Gli studenti devono ricevere stimoli a livello visivo, audio e video, sennò subiscono e basta. Serviva una formazione enorme agli insegnanti. In questi mesi sono emerse tante differenze, scuole serie A che hanno formato i docenti e scuole di serie B dove gli insegnanti si sono ritrovati a creare un pdf per la prima volta in vita loro.

Il rischio della dispersione scolastica è reale
Sì, lo è. Pensiamo a questi ragazzi che subiscono le lezioni e poi vengono riempiti di compiti: pensate che questo non crei un allontanamento? Sono dell’idea che i compiti debbano essere pochi e mirati. Essere sovraccaricati fa trovare degli escamotage, mi faccio aiutare dal genitore per esempio, perché da solo non ce la posso fare: il sovraccarico non porta mai a un vero apprendimento. Il senso del compito a casa è rinforzare quello che ho fatto a scuola facendo alcuni esercizi, non 50. Alla 50ma espressione ne ho talmente le scatole piene che inizio a farlo in maniera routinaria. L’altro problema della nostra scuola è che spesso non c’è unione tra i docenti di classe, ma ognuno va per la sua strada. Vanno creati programmi sulla classe, non programmi che ciascuno porta avanti per i fatti suoi. I ragazzi non possono fare tre compiti in classe nello stesso giorno, poi non lamentiamoci se trovano delle scappatoie o se copiano o se i genitori giustificano.

Nella realtà poi passano ore e ore sui compiti
Non serve passare il pomeriggio a fare i compiti. In questo momento serve creare attività che li portino a “fare” in prima persona, a creare, a interagire, a confrontarsi. Non creiamo isolamenti mentali. Al posto di dare un compito da fare da soli si potrebbero creare gruppetti di due o tre ragazzi e assegnare loro qualcosa, di modo che anche chi ha cambiato ciclo scolastico o classe possa trovare modo, attraverso il digitale, di conoscersi, interagire e uscire dall’isolamento. Per alcuni insegnanti significa perdere tempo ma in questo momento che stiamo vivendo invece ha un’importanza non secondaria. Creiamo attività che favoriscano la pro socialità, per tenere i ragazzi dentro la scuola, non alimentiamo la dispersione scolastica. E non roviniamo loro le vacanze di Natale, di Pasqua ed Estive tartassandoli di verifiche e interrogazioni subito al rientro. Le vacanze servono per riposarsi, per staccare.

I compiti dovrebbero essere pochi e mirati. Non stupiamoci se quando sono sovraccaricati i nostri ragazzi trovano degli escamotage, come farsi aiutare dai genitori o copiare. Passare il pomeriggio a fare i compiti non serve. Neppure rovinare loro le vacanze, tartassandoli di verifiche e interrogazioni al rientro.

Detto questo aggiungo che poco si parla degli universitari, ma anche l’università non se la sta passando meglio, pensiamo a chi ha iniziato quest’anno. Eccezione fatta per le facoltà incentrate sulla tecnologia, i ragazzi delle facoltà classiche hanno avuto non poche difficoltà. Così li perdiamo i ragazzi.

Un genitore in tutto questo cosa può fare?
Interagire. Il genitore spesso è relegato a controllore dei compiti, taxista, bancomat. Non è questo che serve ai figli. Non serve loro riempirsi le ore di attività fatte con terzi. I genitori devono fare delle cose coi figli, altrimenti come possono conoscerli? Ai genitori di ragazzi più grandi dico che non devono permettere ai loro figli di traslare il loro mondo dentro una stanza, stare rintanati lì, mangiare lì e vivere lì: date delle regole, dei tempi, fate delle cose insieme. Si possono anche creare dei contenuti digitali insieme se non si può uscire di casa: ricordiamoci che il web se usato bene è una risorsa piena di stimoli per intelligenza e attività, con enormi potenzialità. Oppure fare qualcosa di ludico, un po’ di attività fisica. Assegnate loro piccoli compiti come andare al supermercato, senza dire: «Non mi fido perché compra la cosa sbagliata». Pazienza, ma almeno è uscito, ha fatto qualcosa.

Se i ragazzi vivono dentro una stanza non possono rendersi conto di ciò che succede nel mondo intorno a loro. E ricordiamo che nella crescita serve stabilità, i cambiamenti continui creano uno stress enorme.

Anche negli adulti. Ma spesso è più facile rendersi conto degli acciacchi fisici piuttosto che di quelli della mente
Perché non siamo abituati a farlo, il motivo è che nostro Paese non esiste una cultura psicologica. Faccio l’esempio più banale: in America esiste il mental coach in ogni college e azienda. C’è un’attenzione nei confronti della mente. Qui da noi c’è il “tieni duro”, “vai avanti”, “ce la fai da solo”, “forza, ancora un po’”. Non sappiamo lavorare sui segnali d’allarme. Però ricordiamoci che la mente e il corpo vanno di pari passo e di conseguenza il corpo si lamenta ma in realtà è solo il modo di scaricarsi della mente. Poi ciascuno di noi ha canali in cui scarica: la schiena, la testa, il sonno. Anche l’affaticamento mentale si vede dall’incapacità di concentrarci a lungo, la distraibilità, anche il nervosismo e l’impulsività, il livello di tolleranza più basso. L’errore che facciamo è cercare i sintomi manifesti e macroscopici quando dovremmo invece imparare a riconoscere i piccoli segnali che ci dicono che c’è qualcosa che non va. E invece tendiamo a portare le cose avanti, tenere duro, senza renderci conto che stiamo facendo del male a noi stessi.

Perché manca questa attenzione al benessere mentale in Italia?
Perché né nelle scuole né in famiglia si educa a fare questo lavoro di “ascolto di sé” fin da piccoli. Lavoro, lavoro, mai fermarsi, prima il dovere e poi il piacere. Che non è in assoluto sbagliato però quando si educa solo al dovere e il piacere non esiste, non va bene. Pensiamo a quanti “devi” diciamo ai nostri figli quotidianamente, senza considerare la necessità di avere uno spazio per sé, di svagarsi, divertirsi, anche annoiarsi. Ci sembra superfluo? No, non lo è, il tempo libero è il tempo in cui ci si riposa, ci si rigenera, si attivano altre aree del cervello, in cui si recupera. Tanti bambini sono iper stressati già in tenera età, non hanno più il tempo di essere bambini.

Quindi no a sovraccaricare i bambini di attività extra scolastiche
Se si fa un’attività che è un “educare giocando”, va bene. In quel caso i bambini vedono altri bambini, altri educatori, vengono a conoscenza di nuove regole, vivono nuovi spazi. Ma se diventa una corsa alla prestazione sportiva, allora non va bene. I bambini non devono fare per forza delle cose. Non dimentichiamo dell’importanza dell’interazione col genitore: si deve poter fare qualcosa insieme, che può essere anche guardare un cartone animato, fare un gioco, una passeggiata, disegnare insieme. Qualcuno le considera una perdita di tempo: non lo è! Troviamo il tempo per fare delle cose insieme in libertà e in serenità.

Tante volte si impongano ai bambini dei tempi e dei metodi che a loro non vanno bene, e loro non possono esprimersi a riguardo perché sono troppo piccoli. E si sentono sbagliati, quando la realtà è che ogni bambino ha la sua dimensione e per trovarla l’unica cosa da fare è farli esprimere.

In tutto questo che ruolo hanno le regole?
Oggi ci sono una quantità di stimoli tali che la difficoltà del genitore diventa dare delle regole. Ma i genitori dovrebbero sempre dare dei limiti, ricordandosi di mantenere una certa elasticità che dovrebbe essere dettata dal buon senso. Le regole vanno applicate, ci devono essere cose che un bambino, un ragazzino, sa che non può e non deve fare. Faccio un esempio: i bambini davanti a YouTube ci starebbero all’infinito, ma non dobbiamo dare la colpa alla piattaforma. Nessuno ci obbliga a vivere online, sta a noi imparare a staccare, per noi stessi e i nostri figli. Eliminate dalla vostra testa “il bambino non capisce” solo perché non reagisce come un adulto o come ci immaginiamo noi. I bambini capiscono, eccome.

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