Fioretta Mari: “Il teatro è vita. Ma l’incontro più importante è stato con mia figlia”

"Le serve al Teatro Abc di Catania? Un'emozione grandissima. Quando accettai la proposta di Maria De Filippi sembrava follia": Fioretta Mari si racconta

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Federica Cislaghi

Royal e Lifestyle Specialist

Dopo il dottorato in filosofia, decide di fare della scrittura una professione. Si specializza così nel raccontare la cronaca rosa, i vizi e le virtù dei Reali, i segreti del mondo dello spettacolo e della televisione.

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Fioretta Mari è in scena al Teatro Abc di Catania con Le serve di Jean Genet, nella traduzione di Giorgio Caproni, dal 7 al 22 novembre. Accanto a lei sul palco Nadia De Luca e Francesca Ferro, la regia è di Guglielmo Ferro, con Giampaolo Romania nel ruolo di regista collaboratore.

Attrice di teatro, cinema e televisione, insegnante di recitazione e volto amatissimo dal pubblico, Fioretta Mari ha alle spalle una carriera straordinaria, iniziata quando aveva appena tre anni – d’altro canto lei rappresenta la quattordicesima generazione di attori – e proseguita attraverso incontri memorabili, successi e scelte coraggiose.

Il 7 novembre debutta il suo nuovo spettacolo, Le serve di Jean Genet. Ci racconta come nasce questo progetto e che cosa rappresenta per lei?
Innanzitutto, c’è una grande emozione, perché sono famosa per la mia severità: pretendo bravura, preparazione e serietà. Non credo di chiedere la luna, quando sostengo che per fare questo mestiere bisogna essere capaci. Ci sono tante ambiguità nel mondo dello spettacolo e, purtroppo, persone che arrivano a fare teatro senza avere davvero la consapevolezza di quello che stanno facendo. Questo progetto mi ha sorpresa anche perché erano quarant’anni che desideravo lavorare con Guglielmo Ferro, un regista straordinario, che ha firmato regie importanti anche al Teatro Quirino di Roma.

Che cosa dobbiamo aspettarci da Le serve?
È uno spettacolo molto impegnativo e di grande impatto. Ci sono tre donne che si mettono completamente in gioco per portare avanti un lavoro difficilissimo. È un testo che è stato affrontato da grandissime attrici internazionali e che richiede una preparazione importante. Quando ho accettato, ho chiesto informazioni sulle due attrici che avrebbero interpretato le serve, con cui avrei condiviso il palcoscenico. Mi hanno detto: «Signora, le veda, le senta». E quando le ho viste e ascoltate sono rimasta senza parole. Ho pensato: «Ma sarò all’altezza di queste due attrici?». Per me il teatro è una cosa seria. Non basta salire su un palcoscenico e pronunciare delle battute: bisogna sapere quello che si sta facendo e riuscire a trasmetterlo.
Ho accettato con entusiasmo questa esperienza a Catania. Sono molto legata a quella città: lì è nata mia figlia, mi sono sposata, ho iniziato un percorso televisivo con Antenna Sicilia e ho cominciato a lavorare in teatro con Pippo Baudo. Catania ha rappresentato una parte fondamentale della mia vita, anche se, a un certo punto, il mondo dello spettacolo cittadino mi ha delusa. Ho incontrato invidie, pettegolezzi e cattiverie. Nel 1974 me ne sono andata, insieme a Leo Gullotta, e quella decisione si è rivelata una fortuna. Subito dopo sono arrivati importanti contratti teatrali e televisivi. C’è stata la grande avventura con Pippo Baudo di Luna Park, insieme a Michele Guardì, dove sono nati grandi comici come Beppe Grillo e Tullio Solenghi. Nel 1979 avevamo come ospite femminile fissa Tina Turner. E poi le grandi compagnie teatrali con Nino Manfredi, Ugo Tognazzi… Insomma questa è stata la mia carriera, fino alla svolta nel 2001.

Nadia De Luca Francesca Ferro Fioretta Mari
Ufficio stampa - Teatro Abc
Nadia De Luca, Francesca Ferro e Fioretta Mari in “Le serve”

Quando è arrivata la chiamata di Maria De Filippi?
Esatto. In quel periodo avevo già una carriera importante alle spalle. Poi mi chiamò Maria De Filippi, una donna straordinaria, proponendomi di partecipare a una trasmissione che sarebbe durata inizialmente quattro settimane. Il programma si chiamava Saranno Famosi e poi sarebbe diventato Amici. Non era una scelta scontata. Ero stata anche un’attrice di Giorgio Albertazzi, avevo lavorato con lui in La figlia di Iorio a Taormina e avevo un percorso teatrale importante. Lasciare certi impegni per partecipare a un programma televisivo di cui non si conosceva il futuro poteva sembrare una follia. Ma io attraverso il telefono riesco a percepire la personalità delle persone. Quando ho sentito Maria, ho capito che era una donna speciale e ho detto subito di sì. Ricordo perfettamente il primo giorno di riunione: era l’11 settembre 2001, alle 14.50. Una data che non dimenticherò mai. Ricordo anche che, pensando alla cultura greca e agli antichi rituali, feci una battuta sul sangue versato e dissi che quella trasmissione sarebbe andata meravigliosamente bene. E così è stato.

Amici è diventato un programma cult e ha contribuito a lanciare tanti giovani artisti. Che cosa le ha lasciato quell’esperienza?
Sono stati dieci anni meravigliosi. Ho lasciato un segno, ma soprattutto ho ricevuto tanto affetto e tanta stima. Ancora oggi mi capita di incontrare persone che si emozionano quando mi vedono. L’altro giorno sono andata a comprare il pesce a Catania e la proprietaria del negozio si è messa a piangere dalla gioia. Sono queste le soddisfazioni che non si dimenticano. Ho dovuto lasciare il programma quando la recitazione non ha più trovato spazio nel percorso della trasmissione. Per me, però, la recitazione è fondamentale. Insegno anche in America, lavorando con grandi nomi del settore, e so quanto sia importante imparare a esprimersi. Non si tratta soltanto di diventare attori. Saper parlare, comunicare e utilizzare la propria voce è indispensabile in qualsiasi professione: che si voglia diventare avvocati, ingegneri o semplicemente essere buoni genitori. Bisogna imparare a esprimersi nel modo migliore.

Fioretta Mari Le serve
Ufficio stampa - Teatro Abc
Fioretta Mari in “Le serve”

Qual è la prima cosa che cerca di trasmettere a chi desidera intraprendere la carriera di attore? 
La prima regola è trovare la propria anima, perché rischiamo di perderla. Oggi è tutto molto tecnico, tutto esteriore. Dobbiamo invece tornare all’anima. Noi artisti abbiamo il dovere di offrire al pubblico qualcosa di autentico, mettendo nella recitazione una parte di noi stessi. Solo così possiamo arrivare davvero all’umanità. Quando insegno cerco di trasmettere verità. Naturalmente non pretendo di avere tutte le risposte: come dicevano i grandi saggi, nessuno può insegnare veramente, ma può aiutare gli altri a pensare. Io cerco di dare ai miei ragazzi tenerezza, ma anche severità. Non si può essere sempre accondiscendenti. Vedo tanti giovani disorientati, alcuni perché hanno avuto troppo, altri perché hanno avuto troppo poco. È una questione che riguarda tutta la società. Dobbiamo aiutarli a ritrovare serenità e autenticità, senza soffocare quella parte infantile e libera che ognuno di noi dovrebbe conservare. Io dico sempre che non dobbiamo uccidere il nostro Peter Pan. Se riusciamo a mantenerlo vivo dentro di noi, possiamo salvarci da tante cattiverie, paure e sovrastrutture.

Lei ha un carattere molto forte e non sembra avere paura di dire quello che pensa. È sempre stata così? 
Sono un cavallo selvaggio, senza sovrastrutture e senza orpelli. Però, se incontro un domatore capace, mi lascio anche guidare! Non mi piace la mediocrità e bisogna imparare a difendersi dalle persone mediocri. Il mediocre raramente ti affronta apertamente: preferisce agire di lato, attraverso pettegolezzi, maldicenze e tentativi di metterti in cattiva luce. Io credo che le persone davvero brave sappiano riconoscere il valore degli altri. Una persona bella è capace di dire a un’altra donna che è bellissima. Una persona brava riesce a riconoscere la bravura di un collega. Non ha paura di perdere qualcosa facendo un complimento sincero. Essere se stessi non fa perdere nulla, anzi, fa guadagnare moltissimo.

Ha parlato dell’importanza del teatro anche come strumento di crescita personale. Quanto può essere terapeutico?
Tantissimo. Con la teatroterapia ho aiutato cinque ragazze che avevano attraversato momenti talmente difficili da arrivare a pensare al suicidio. È un’esperienza della quale ho parlato anche durante una conferenza all’Università La Sapienza di Roma. Ricordo che uno degli psichiatri presenti si alzò e chiese come fosse stato possibile che un’attrice avesse aiutato cinque giovani a uscire da una situazione così drammatica. La risposta è semplice: serenità, verità e umanità. Il teatro permette alle persone di esprimersi, di riconoscersi, di tirare fuori emozioni che spesso restano nascoste. Naturalmente bisogna fare attenzione e rispettare la sensibilità di ciascuno. Non tutte le proposte televisive o professionali sono adatte a me e non accetto qualsiasi cosa soltanto perché può essere economicamente vantaggiosa. Ci sono valori che vengono prima di tutto, a cominciare dal bene di mia figlia.

Quanto hanno influito i suoi genitori sulla donna e sull’artista che è diventata?
Tantissimo. Ho ereditato molto da entrambi. Mio padre, il colonnello Manetti, era un grande uomo, un eroe, una persona straordinaria: buono come il pane, ma anche molto severo. Da lui ho imparato il rigore, il rispetto e il senso della responsabilità. Mia madre, Francesca Carrara era una grande attrice, pensi che io sono la quattordicesima generazione di attori in famiglia. Mia madre mi ha lasciato un grande insegnamento: mi diceva sempre che una donna deve essere un libro arabo indecifrabile. Quando l’uomo ti ha decifrata, sei finita. Non si deve mai diventare completamente prevedibili. Anche quando si è innamorate pazze di un uomo, non bisogna mai farglielo capire completamente.

Fioretta Mari Guglielmo Carrara Ferro Rizzuti
Fioretta Mari
Fioretta Mari con Guglielmo Carrara Ferro Rizzuti

Dopo una carriera così lunga, c’è ancora un ruolo che sogna di interpretare?
Sì, c’è un personaggio che desidererei moltissimo portare in scena: Madre Courage di Bertolt Brecht. Purtroppo, però, è un progetto molto difficile da realizzare, perché richiede una compagnia numerosa, con circa sessanta attori in scena. Un altro desiderio sarebbe riportare in teatro Menopause, the Musical, uno spettacolo che in Italia è stato un grande trionfo. L’abbiamo interpretato insieme a Marisa Laurito, Marina Fiordaliso e Manuela Metri, che ne è stata anche la regista. Lo abbiamo portato persino in America, dove abbiamo ottenuto un’accoglienza straordinaria. È stata una bellissima soddisfazione. Noi italiani spesso non ci rendiamo conto di quanto valiamo. Dovremmo avere più fiducia nelle nostre capacità.

Dobbiamo esserne convinti noi per primi?
Certo, intanto i miei ragazzi li convinco io. Il mio sogno sarebbe quello di introdurre nelle scuole italiane, a partire dalle medie, lo studio della dizione, del teatro, delle opere liriche. Bisogna far conoscere ai ragazzi Rossini, Puccini, Donizetti, Mascagni, Bellini. Spesso si annoiano quando ascoltano l’opera, ma il problema è trovare il modo giusto per avvicinarli a questo patrimonio culturale. Dobbiamo farli appassionare, non imporre loro qualcosa che non conoscono. Lo stesso vale per la letteratura. Bisogna far conoscere Pirandello, Verga e i grandi autori italiani. La cultura non deve essere percepita come qualcosa di lontano o noioso, ma come una ricchezza che appartiene a tutti.

Lei il teatro lo frequenta da quando era piccolissima.
Ho debuttato a tre anni e mezzo. Quest’anno festeggio ottant’anni di teatro! Ho iniziato a Firenze e sono stata la prima interprete di Porta un bacione, una cosa documentata, perché quando racconto qualcosa voglio poterla dimostrare. Ho anche ricevuto un premio del giornale La Nazione per quella piccola interprete che stava conquistando il pubblico. C’è poi un episodio che ricordo con grande affetto. Vittorio De Sica venne a Firenze perché cercava il bambino protagonista di Ladri di biciclette. Gli parlarono di questa bambina che cantava e recitava in teatro e mi volle ascoltare. Quando mi sentì, disse che ero bravissima, ma lui però cercava un maschio per il film. Chissà come sarebbe cambiata la mia vita se avesse scelto me. Ma non mi posso lamentare: ho avuto una carriera meravigliosa e ho avuto la fortuna di lavorare con persone straordinarie. In seguito ho incontrato anche suo figlio Christian De Sica, con il quale ho girato due film che hanno ottenuto grandissimi risultati al botteghino.

Nel corso di ottant’anni di carriera ha incontrato artisti straordinari. C’è qualcuno che le ha lasciato un insegnamento particolarmente importante?
Ho avuto la fortuna di incontrare tantissime persone importanti. Oltre a Maria De Filippi ed Manuela Metri, non posso non citare Turi Ferro [di cui è nipote ndr], che in teatro mi ha insegnato moltissimo. Io non ho imparato soltanto attraverso lo studio tradizionale. Ho osservato, ascoltato e, come diceva il mio carissimo amico Gigi Proietti, ho rubato. Ho rubato le tecniche dei grandi attori con cui ho lavorato o che ho avuto la fortuna di conoscere: Albertazzi, Tognazzi, Manfredi, Scaccia. Ho cercato di carpire da ciascuno qualcosa, trasformandolo poi in un patrimonio personale. È così che si cresce: bisogna avere l’umiltà di imparare sempre, anche quando si è già arrivati.

L’incontro più importante della sua vita?
Senza alcun dubbio, il momento in cui mi hanno messo in braccio mia figlia appena nata. È stato il momento più importante della mia esistenza. Ho trascorso nove mesi a letto, rischiando di morire, e quella nascita è stata un vero miracolo. Devo molto anche al dottor Meli di Catania, che mi ha seguito durante tutta la gravidanza. Per nove mesi è venuto a casa a farmi le ecografie, permettendomi di realizzare il sogno di diventare madre. Gli incontri professionali sono stati tanti e meravigliosi, ma mia figlia viene prima di tutto. È lei il regalo più grande che la vita mi abbia fatto.

Ma anche il teatro è una parte fondamentale della sua vita.
Assolutamente. Il teatro è vita, è conoscenza, è umanità. È il luogo in cui impari a guardare gli altri e, soprattutto, a guardare dentro te stesso. Per questo continuo a insegnare e a lavorare: perché credo nei giovani, credo nella cultura e credo nella possibilità di migliorarsi sempre. E poi, finché c’è qualcosa da raccontare, da imparare e da condividere, perché dovrei fermarmi?